Anglotedesco

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lunedì 30 novembre 2020

Per Diego Maradona cure inadeguate e quella caduta sospetta


di Emiliano Guanella 

Tutti contro tutti nel giallo sulla morte di Diego Maradona e adesso spunta anche una presunta caduta, una settimana prima del decesso, mai dichiarata nei registri ufficiali. La procura di San Isidro si muove sull'ipotesi di omicidio colposo per capire se esistono uno o più responsabili della scomparsa del campione argentino. Occhi puntati sul neurochirurgo Leopoldo Luque, stesso nome del campione del mondo del 1978, che ha operato Diego il 4 novembre e che, secondo le figlie Dalma, Gianinna e Jana guidava l'equipe medica che lo seguiva. Gli sono state requisite cartelle cliniche e cellulari, ma non lo hanno ancora chiamato a deporre. Le tre giovani donne, invece, hanno parlato per 4 ore sabato sera col procuratore capo John Broyad. Hanno spiegato che erano preoccupate per le condizioni del padre, lo vedevano molto ingrassato e con le palpebre enormi. Luque sostiene di non aver nulla da rimproverarsi: «Diego era un paziente molto difficile, non avrebbe mai accettato di andare in un centro di riabilitazione per alcolisti. Il suo cuore non destava particolari preoccupazioni».Altra persona chiave è la psichiatra Agustina Cosachov. È stata lei a firmare la richiesta di "ricovero domiciliare" per l'assicurazione sanitaria: un ricovero che esigeva la presenza full time di un infermiere (nel report si raccomanda fosse un uomo), un medico generale, un neurologo e un'ambulanza. Ma nella casa di Avenida Italia (ironia del destino) c'erano solo due infermieri. Una di loro, Dayana Madrid, sta fornendo nuovi elementi: prima ha smentito di aver visto Diego vivo alle 9.30 di mattina, mentre ieri il suo legale ha parlato di una caduta avvenuta il 18 novembre, con tanto di colpo alla testa operata, mai dichiarata prima.Maradona, su questo coincidono tutti, era molto depresso. Anche per colpa di una famiglia che adesso è ancora più divisa: le figlie incolpano Luque e il "clan" degli ultimi giorni. Così quattro sue sorelle (Ana, Rita, Maria Rosa e Claudia) hanno assunto il legale di Diego Matias Morla, alleato di Luque, come loro rappresentante. Una frattura nota, così come il recente distanziamento con las "nenas" Dalma e Gianinna, troppo schierate con la madre Claudia. I rapporti con l'ex moglie sono peggiorati quando Diego ha annunciato di voler raccontare i "peccati" di lei (infedeltà, il furto di beni e cimeli delle carriera) nella serie biografica che Amazon stava per preparare. Diego ha pure accusato il suo ex suocero Coco Villafane di essere stato il primo a fargli provare la cocaina. Ultimamente solo Jana, riconosciuta nel 2015, riusciva a dialogare con il padre. Diego stravedeva anche per il piccolo Diego Fernando, avuto da Veronica Ojeda, e per il nipotino Benjamin Aguero (figlio del Kun, attaccante del Manchester City). Non aver potuto riunire tutta la prole - compreso l'italiano Diego Maradona Junior - per il suo sessantesimo compleanno, il 30 ottobre, è stato un duro colpo.L'Argentina ora si interroga su come fare a gestire il ricordo di Maradona e la polizia continua a presidiare il cimitero "Jardin Bella vista", dove non entra nessuno a parte i famigliari stretti. Le rivelazioni sui suoi ultimi giorni, però, sono devastanti per chi lo amava. L'uomo più famoso del mondo si trascinava controvoglia in una casa non sua, senza i figli e con un grande senso di abbandono. Un finale triste e solitario che nemmeno Osvaldo Soriano avrebbe immaginato per chi ha saputo dare tanta allegria a generazioni di futboleros.

La rabbia dei genitori di Giulio:«Bisogna ritirare l'ambasciatore»


La lettera Paola e Claudio Regeni avv. Alessandra Ballerini 

Prendiamo atto dell'ennesimo incontro infruttuoso tra le due procure Se da un lato apprezziamo la risoluta determinazione dei nostra procuratori che hanno saputo concludere le indagini, senza farsi fiaccare ne' confondere dai numerosi tentativi di depistaggio, dalle interminabili dilazioni e dalle mancate risposte egiziane, d'altra parte non possiamo che stigmatizzare una volta di più la costante e plateale assenza di collaborazione da parte del regime che continua a non rispondere alla rogatoria del 29 aprile 2019 e non ha neppure voluto fornire l'elezione di domicilio dei cinque funzionari della National Security iscritti nel registro degli indagati due anni fa. In questi cinque anni abbiamo subito ferite e oltraggi di ogni genere da parte egiziana.Ci hanno sequestrato, torturato e ucciso un figlio, hanno gettato fango e discredito su di lui, hanno mentito, oltraggiato e ingannato non solo noi ma l'intero Paese. Oggi i procuratori egiziani hanno la sfrontatezza di "avanzare riserve" sull'operato dei nostri magistrati ed investigatori e di considerare insufficienti le prove raccolte. Non solo non rispondono alle rogatorie e non sono in grado di fornire cinque indirizzi ma persino si permettono di giudicare il quadro probatorio delineato dalla nostra procura, insistendo nel rifilarci il vecchio sanguinario depistaggio dei 5 rapinatori che costò la vita a degli innocenti fatti spacciare per gli assassini di Giulio.Una assoluta mancanza di rispetto nei confronti non solo della nostra magistratura ma anche della nostra intelligenza.Le strade tra le due procure non mai state cosi divise. Crediamo che il nostro governo debba prendere atto di questo ennesimo schiaffo in faccia e richiamare immediatamente l'ambasciatore. Serve un segnale di dignità perché nessun paese possa infliggere tutto il male del mondo ad un cittadino e restare non solo impunito ma pure amico.Lo dobbiamo a Giulio e a tutti i Giuli e le Giulie in attesa ancora di verità e giustizia.

Caso Regeni, l'ultimo oltraggio dell'Egitto

 



di Grazia Longo 

Ci sono notizie, come questa sul caso drammatico di Giulio Regeni, che vanno lette in controluce, tra le righe. Perché un conto è ciò che appare in evidenza e un altro quello che si può intuire sullo sfondo. Il dato, nudo e crudo, è che la procura di Roma ha chiuso le indagini sul sequestro e sul delitto del giovane ricercatore friulano al Cairo, tra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016 e che è dunque pronta a processare i cinque funzionari dei servizi segreti egiziani. Durante una videoconferenza, ieri tra il procuratore capo di Roma Michele Prestipino e il procuratore generale d'Egitto, Hamada al Sawi, quest'ultimo, pur esprimendo delle riserve, in un documento congiunto ha dichiarato che «rispetta le decisioni che verranno assunte, nella sua autonomia, dalla procura della Repubblica di Roma». Un elemento non trascurabile perché di certo mai dal Cairo sarebbe potuto arrivare un lasciapassare chiaro e inequivocabile al rinvio a giudizio e al processo dei cinque esponenti della National Security Agency ritenuti dalla procura di Roma, grazie alle indagini dei carabinieri del Ros e dei poliziotti dello Sco, i colpevoli della morte di Giulio Regeni. E quindi, nonostante sia vero che l'alto magistrato egiziano «avanza riserve sulla solidità del quadro probatorio italiano che ritiene costituito da prove insufficienti per sostenere l'accusa in giudizio», è altrettanto sicuro che non si oppone all'iter giudiziario delineato dal pm Sergio Colaiocco e dal procuratore Prestipino.Entro i prossimi dieci giorni la procura di Roma procederà all'avviso di conclusione delle indagini con l'elezione di domicilio per i cinque indagati e dopo altri venti giorni questi verranno rinviati a giudizio. Essi potranno rivolgersi ad un avvocato di fiducia, altrimenti si procederà con quelli di ufficio e quindi, anche nel caso in cui non fosse possibile l'elezione di domicilio si attiverà un decreto di irreperibilità.Conscio di questa eventualità, il procuratore egiziano Hamada al Sawi avrebbe dunque potuto rovesciare le carte in tavola e respingere tout court l'avviso di conclusione di indagini dei colleghi italiani. O, peggio ancora, avrebbe potuto istruire un processo per omicidio per la banda di criminali comuni accusata di aver rubato la borsa del ricercatore italiano. Ma così non è stato. La procura generale d'Egitto ritiene infatti che l'esecutore dell'omicidio di Regeni sia ancora ignoto. Si appiglia però a quella che è chiaramente un depistaggio, una messinscena e cioè «aver raccolto prove sufficienti nei confronti di una banda criminale, accusata di furto aggravato degli effetti personali di Regeni che sono stati rinvenuti nell'abitazione di uno dei membri della banda criminale». I magistrati egiziani chiuderanno quindi le indagini nei loro confronti «incaricando inoltre gli inquirenti di giungere all'identificazione dei colpevoli dell'omicidio».L'equilibrismo del confronto tra il Cairo e Roma non soddisfa affatto la famiglia. I genitori di Giulio, Paola e Claudio Regeni, insieme all'avvocato Alessandra Ballerini dichiarano: «Le strade tra le due procure non sono mai state cosi divise. In questi anni abbiamo subito ferite e oltraggi di ogni genere da parte egiziana, ci hanno sequestrato, torturato e ucciso un figlio, hanno gettato fango e discredito su di lui». E Erasmo Palazzotto, presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Giulio, incalza: «La presa di posizione egiziana è un oltraggio che non possiamo permetterci di subire. Il Governo assuma le misure necessarie a tutelare la dignità e la credibilità internazionale del nostro Paese». 


Prezzi giù ma un italiano su quattro non farà regali nelle feste natalizie

 


Un italiano su quattro non farà regali di Natale e la spesa diminuirà del 18%, mandando in fumo 7,3 miliardi. Sono le previsioni dell'ufficio studi di Confcommercio che, però, registra anche una diffusa voglia di ripartire. Chi può permetterselo, spenderà per i doni poco meno dello scorso anno, 164 euro a testa, in media, contro i quasi 170 del 2019. In generale, secondo le stime di Confcommercio, il mese di dicembre vedrà attenuarsi la crisi dei consumi. Il direttore dell'ufficio studi, Mariano Bella, si spinge a parlare di «piccola ripresa dopo la tragedia» spiegando che si aspetta un calo delle spese del 12% rispetto a dicembre 2019, fino a 73 miliardi di euro, un dato migliore del -15% previsto per l'intero 2020. A dare una mano allo shopping natalizio potrebbe essere il livello dell'inflazione, negativa da sette mesi e in calo dello 0,2% a novembre. «Sarà un Natale difficile - osserva il presidente Sangalli - anche dal punto di vista economico. La crisi rallenta i consumi e l'emergenza Covid obbliga ancora molte imprese a restare chiuse come quelle della ristorazione».

Influenza aviaria, è allarme nel Centro e Nord Europa


Gli inglesi possono stare tranquilli, dice il loro governo, il tradizionale tacchino non mancherà sulle tavole di Natale. Il dubbio che ci possa essere penuria dei pennuti che finiscono in forno per le feste di fine anno è sorto dopo la notizia che tutti i 10.500 tacchini all'ingrasso in un allevamento nello Yorkshire dovranno essere abbattuti per evitare la diffusione dell'influenza aviaria che sta interessando quasi tutto il nord e il centro Europa. Secondo l'ECDC (dal 16 ottobre diversi Paesi, tra cui Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Irlanda, Olanda, Svezia e Gran Bretagna, hanno segnalato focolai di influenza aviaria ad alta patogenicità (HPAI). Il virus, il cui rischio di trasmissione all'uomo resta molto basso ma che è potenzialmente devastante per il settore avicolo, si sta diffondendo rapidamente soprattutto tra gli uccelli selvatici, ma in diversi casi anche tra il pollame. La Norvegia, dopo un caso è stato identificato in un'oca selvatica, ha annunciato che a giorni verrà introdotto un "coprifuoco" per il pollame, il che significa che tutti i volatili domestici dovranno essere tenuti sotto un tetto. A oggi, l'ondata di influenza aviaria ha provocato la morte o l'abbattimento di almeno 1, 6 milioni di polli e anatre in Europa. In Olanda quasi 500.000 polli sono morti o sono stati uccisi a causa del virus nell'ultimo mese, e in questi giorni in una fattoria in Polonia ne stanno sopprimendo 900. 000. Si sono verificati diversi focolai di influenza aviaria anche in Germania: nel Land tedesco più settentrionale, lo Schleswig-Holstein, sono state trovate circa 10. 200 carcasse di uccelli selvatici morti. Ma il virus si sta muovendo verso Sud, e la Baviera trema dopo che è stato rilevato in diverse anatre selvatiche nel distretto di Passavia .

La Lega contro Mediaset:dov'è il servizio delle Iene?



C'è un ricaduta politica dell'indagine a carico di Giuseppe Conte per il presunto utilizzo della scorta da parte della compagna. La Lega punta contro Mediaset, tv dell'alleato Silvio Berlusconi, e chiede conto del servizio delle Iene mai andato in onda, in cui si vedeva Olivia Paladino rifugiarsi in un supermercato per non rispondere alle domande dell'inviato, e subito dopo gli uomini della sicurezza del premier arrivare per aiutarla. Sul caso è stato aperto un fascicolo già trasmesso al Tribunale dei Ministri, e per atto dovuto Conte è stato iscritto nel registro degli indagati. La Lega interviene con il suo responsabile editoria, Alessandro Morelli, uno degli uomini più vicini a Matteo Salvini, segno che il Carroccio vuole dare peso alla vicenda, anche a costo di tirare in mezzo il leader di Forza Italia. «Come mai non è ancora andato in onda il servizio? Chiediamo che non venga messo il bavaglio alle Iene - dice Morelli - e che Conte e la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese vengano a riferire in Parlamento». La Lega sospetta che i vertici delle tv di Berlusconi abbiano avuto riguardo per il premier, perché in quei giorni di fine ottobre il governo stava per presentare l'emendamento salva-Mediaset contro la scalata di Vivendi. Sul servizio delle Iene, ma anche su come è stata riportata la notizia sul Tg1 e sul Tg2, ha annunciato un'interrogazione il deputato di Iv, Michele Anzaldi, mentre Fratelli d'Italia, partito autore dell'esposto sulla scorta, presenterà un'interpellanza urgente. 

Mes, timori sul voto del 9 dicembre.Tutti contro Conte sul Recovery



di Ilario Lombardo 

Giuseppe Conte andrà in Europa con una maggioranza spezzata dalle divisioni e dai malumori sul Mes e sulla gestione del Recovery fund. Il 9 dicembre, il giorno prima del Consiglio europeo, il via libera italiano alla riforma del fondo Salva Stati dovrà essere scritto nero su bianco in una risoluzione che andrà votata in Parlamento. La rivolta interna di un pezzo di M5S che chiedeva di fermare l'ingranaggio del Meccanismo europeo di stabilità (il Mes), non lascia ben sperare che se ne uscirà con un compromesso pacifico. Ieri, l'apertura del capo reggente Vito Crimi, che ha precisato di non voler impedire all'intera Unione europea le modifiche al trattato, è stata bersaglio di feroci critiche interne al M5S, rivolte anche al ministro dell'Economia Roberto Gualtieri, ascoltato in audizione. Il Movimento è preda di tensioni interne e il timore è che possano mancare i voti per l'ok alla riforma del Mes. Un grosso problema, non tanto alla Camera, quanto al Senato, dove i numeri sono risicati e il soccorso di Forza Italia potrebbe rivelarsi fatale. Certificherebbe la realtà di un governo che si tiene in piedi grazie a Silvio Berlusconi. Conte dovrà tirar fuori tutte le sue capacità di mediatore per confezionare una formula che andrà bene ai 5 Stelle più riluttanti, specificando, come già hanno fatto ieri Gualtieri e Crimi, che l'Italia non si può mettere di traverso con un veto, per non trovarsi isolata nell'Ue, ma anche che non avrà bisogno di accedere al fondo. Parole che servono a sopravvivere il tempo di quel voto alla Camere, dato che è chiaro a tutti che poi servirà una ratifica della riforma e che la decisione ultima se usare o meno il fondo sarà del Parlamento italiano. Sergio Battelli, presidente della commissione Affari Ue alla Camera, tra gli autori che materialmente avranno la responsabilità della risoluzione corre in soccorso di Crimi e dell'ala governista del M5S: «Per noi l'obiettivo rimane il Recovery Fund e la sfida è quella di continuare a migliorare un Trattato che oggi prevede anche l'introduzione del common backstop. Come Italia e come M5S, infatti, supportiamo il Fondo di risoluzione unico perché rende più solido un sistema bancario». Anche sul fronte dei 209 miliardi del Recovery fund però il clima nel governo si è intorbidito. Sembra che il premier abbia scontentato tutti con la soluzione del triumvirato a Palazzo Chigi da dove, assieme ai ministri dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli e del Tesoro Gualtieri, monitorerà l'avanzamento dei progetti. Non solo una grossa fetta del Pd, che magari avrebbe preferito un sottosegretario ad hoc, o Italia Viva di Matteo Renzi, che teme l'accentramento nelle mani di Conte della gestione del più gigantesco investimento dai tempi del piano Marshall. Anche a livello ministeriale i borbottii si sono fatti sentire. Certo non ha gradito l'esclusione del proprio dicastero la ministra dei Trasporti e delle Infrastrutture Paola De Micheli, visto la grandissima mole di denaro che sarà destinata proprio alle grandi opere. Per lo stesso motivo, spiegano fonti del M5S, è furioso il collega dell'Ambiente in quota M5S Sergio Costa, visto che un terzo dei fondi è vincolato a implementare la rivoluzione green. Ma anche la sottosegretaria agli Affari europei Laura Agea avrebbe voluto un maggiore coinvolgimento e se n'è lamentata con alcuni parlamentari. Per placare i malumori, Conte è costretto a precisare e a offrire maggiore chiarezza, innanzitutto sul fatto che il comitato di rappresentanza ristretta formato da Palazzo Chigi, Mise e Mef «non ha poteri decisori ma di vigilanza politica sull'esecuzione e sul rispetto dei tempi». Inoltre, informerà periodicamente il Ciae (il comitato dove siedono tutti i ministri interessati). Sotto la cabina di regia, la struttura dei 6 manager, uno per ogni settore di riferimento nella suddivisione delle risorse Ue, «avrà compiti di vigilanza tecnica, con compiti di coordinamento, monitoraggio e, - aggiunge Conte - solo in casi estremi, poteri sostitutivi». Il cronoprogramma prevede che nei prossimi giorni i ministri approveranno la selezione finale dei progetti. «E questa è una scelta politica che passerà dal Ciae. Poi ci sarà un confronto con le parti sociali». E ovviamente il Parlamento, che Conte cita più volte: «Sarà coinvolto nel monitoraggio, come nell'aggiornamento del piano e nell'approvazione finale».

TERESA BELLANOVA: «Recovery fund E no alla regia del premier»

 


Intervista di Alessandro Di Matteo

Serve «collegialità» nella gestione del Recovery fund, perché «la politica non può dimettersi dalle proprie responsabilità». Il ministro dell'Agricoltura Teresa Bellanova parla della discussione sulla cabina di regia che dovrà coordinare i piani per la ripresa e avverte: Conte deve essere «il garante» di un adeguato coinvolgimento di tutta la maggioranza e dell'intero Parlamento. 

Temete che Conte abbia in mente una gestione del Recovery fund troppo accentrata in poche mani? 

«A rispondere della capacità di costruzione e attuazione del Piano saranno la politica e il governo nel suo insieme: serve coinvolgimento e collegialità. Di questo il presidente Conte dovrebbe essere garante. Non è questione di formule né di nomi. Servono progetti di altissima qualità, con garanzie certe sui tempi di realizzazione e sulla capacità di spesa. La politica non può dimettersi dalle responsabilità». 

Quindi non basta la struttura pensata da palazzo Chigi? 

«I soldi non devono essere rimandati a Bruxelles. Lo strumento funzionale all'attuazione va individuato in questo solco. Si discuta di questo nei luoghi deputati. E smettiamola di farlo solo al maschile, non ci si ricordi delle donne all'ultimo momento». 

Il 9 dicembre si vota la riforma del Mes e i 5 stelle faticano a convincere tutti i loro. Che succederebbe se i voti di Fi fossero determinanti? 

«Si aprirebbe un problema di credibilità dell'esecutivo e un vulnus nell'affidamento reciproco tra forze di maggioranza. Detto questo, bene, se arrivano anche i voti di Forza Italia». 

Riforma a parte, voi da tempo chiedete di usare il "Mes sanitario". Ma Conte continua a rimandare. 

«Il tempo è adesso. Non si può fingere di non vedere lo stato in cui versa la sanità nel nostro Paese. File d'attesa, ricoveri programmati ma saltati per l'emergenza Covid, primari che quotidianamente lanciano l'allarme». 

Intanto, è scoppiato un dibattito sulla patrimoniale. Perché dite no? 

«Dobbiamo lavorare per abbassare le tasse, non per alzarle. Serve una riforma fiscale vera per sconfiggere, grazie a semplificazione e digitalizzazione, evasione fiscale, concorrenza sleale e nero». 

Tutti negano di volere il rimpasto, ma l'esecutivo non sarebbe più forte coinvolgendo tutti i leader? 

«Non commento i "si dice". L'esecutivo è forte se lavora bene, con rigore e autorevolezza». 

A che punto è la verifica di maggioranza? Va avanti da un mese ma non sembra siate arrivati a grandi risultati... 

«È una priorità, se vogliamo un programma di fine legislatura ambizioso, come mi auguro, questo passaggio non è aggirabile». 

Il clima è teso. Conte ha persino dovuto smentire di aver detto che Italia Viva incalza il governo perché cercate visibilità per risalire nei sondaggi. 

«Se lo ha detto, non mi trova d'accordo. Italia Viva ha incalzato sempre e soltanto nel merito. L'ansia da sondaggio non ci appartiene. In questi mesi, consapevole dei rischi di tenuta sociale, ho incalzato - e molto - per mettere in sicurezza la filiera alimentare e garantire scaffali e banchi pieni. Se le piazze non si sono scaldate è perché abbiamo avuto un unico assillo. Altro che visibilità!». 

Pensa che i ristoranti dovrebbero poter aprire di sera a Natale? E i sostegni dello stato sono sufficienti? 

«Quello che penso sui ristoranti è noto. Le battaglie si possono anche perdere. Adesso non è tempo di polemiche. Quel settore sta soffrendo, e va sostenuto. Di certo saranno necessarie ulteriori risorse». 

Il vaccino: lo farà quando arriverà o vorrà «vedere le carte», come chiede Crisanti? 

«Lo farò. Come spero vogliano fare tutti, mi affido alla scienza. Ma ritengo necessarie, soprattutto in questo momento, molta cautela e attenzione nelle parole, non bisogna ingenerare ulteriore spaesamento. La sobrietà che chiedo alla politica, la chiedo anche alla comunità scientifica». 


L'Italia toglie il veto sul Salva-Stati e l'Europa approva la riforma

 



di Paolo Baroni e Marco Bresolin 

Con dodici mesi di ritardo, il governo italiano ha dato il via libera alla riforma del Mes, il fondo Salvastati, che un anno fa veniva giudicata «inaccettabile» dal Movimento 5 Stelle. Nonostante alcuni mal di pancia, con i leghisti che soffiano sul fuoco, i grillini hanno dato l'ok a Roberto Gualtieri e così ieri pomeriggio il ministro del Tesoro ha confermato il suo «sì» all'Eurogruppo. Togliendo un veto che gli altri partner Ue non potevano più tollerare. «Un'ottima notizia per la sicurezza, la stabilità e la resilienza dell'Eurozona» esulta Paolo Gentiloni, commissario Ue all'Economia. Chi contesta la riforma punta il dito sul fatto che il nuovo trattato intergovernativo renderebbe più facile la ristrutturazione del debito dei Paesi che ottengono l'assistenza finanziaria, anche se non è previsto alcun automatismo. Di positivo, per l'Italia, c'è che i soldi del Mes saranno utilizzati anche come rete di salvataggio per il Fondo di risoluzione unico delle banche, il cosiddetto «backstop». L'Eurogruppo ha deciso di anticiparne l'introduzione già a partire dal 2022, anziché dal 2024. La riduzione dei ricchi I ministri hanno riconosciuto che c'è stata una riduzione dei rischi bancari. Ma non ci sono ancora progressi sufficienti sull'Edis, il sistema europeo di assicurazione dei depositi, che il premier Giuseppe Conte aveva definito indispensabili per dare il via libera alla riforma del Fondo salva-Stati. Per l'approvazione definitiva del nuovo Mes mancano ancora alcuni passaggi, a questo punto ormai puramente formali: l'11 dicembre ci sarà l'approvazione da parte dei leader Ue all'Eurosummit, dopodiché il 27 gennaio ci sarà la firma ufficiale. A quel punto inizierà la ratifica in tutti i parlamenti nazionali, che dovrebbe concludersi entro 2021. E se dovessero sorgere nuove resistenze? «Eventuali ritardi in questa fase - spiegano fonti Ue - farebbero slittare l'entrata in vigore del backstop». La modifica di ieri non ha nulla a che vedere con la linea di credito pandemica, che resterà invariata e disponibile fino al 31 dicembre del 2022. «Riformare il meccanismo europeo di stabilità non equivale a usarlo», aveva spiegato in mattinata Gualtieri ai cento parlamentari delle commissioni Bilancio, Finanze e Affari europei di Camera e Senato. Ai quali ha ripetuto che la riforma «è cosa distinta dalla scelta se utilizzare o meno il Mes». Con pazienza e puntiglio Gualtieri ha chiarito, spiegato, ma anche corretto errori di interpretazione; ha confermato di voler continuare il confronto col Parlamento che sarà poi chiamato a votare i testi definitivi. «Al Mes non sono assegnati compiti di sorveglianza fiscale», né «è richiesta in alcun modo una ristrutturazione preventiva» del debito «per l'accesso al supporto del Mes». Quanto alle modifiche, dall'istituzione della rete di sicurezza (backstop) sino alla valutazione più positiva dei rischi del sistema bancario europeo e italiano, il giudizio del titolare del Mef è «positivo». Ecco perché un eventuale rinnovo del veto non solo non sarebbe stato «coerente» con la risoluzione del Parlamento, ma avrebbe avuto «ricadute negative, visto che i mercati si aspettano un esito positivo delle trattative». Borghi all'attacco Scatenati durante il dibattito leghisti e pentastellati, mentre Pd, Italia Viva e Forza Italia si sono detti a favore della riforma. Solo con il leghista Claudio Borghi, che lo aveva minacciato di diffida evocando una «responsabilità penale», son state scintille. «Le osservazioni di Borghi - dice Gualtieri - sono davvero singolari e si commentano da sé». Poco dopo si è capito che non è vero che su questi temi «il governo non ha una maggioranza», come ha sostenuto poi al pomeriggio anche nell'aula della Camera il parlamentare leghista, visto che di lì a poco è arrivato il via libera di Rocco Crimi. Anche per il capo politico del M5S, infatti, «la riforma del Mes è cosa diversa dal suo utilizzo. Non c'è nessuna intenzione di farne uso, ma nemmeno quello di fare ostruzionismo o di impedire l'approvazione delle modifiche al trattato». Chiaro il via libera a Gualtieri, che ha però prodotto subito una spaccatura dei 5 Stelle dove al coro dei contrari (con Villarosa, Lannutti, Licheri in prima fila) si è aggiunto Pino Cabras che ha accusato Crimi di non rispettare la linea del Movimento. Di altro avviso il presidente della Commissione politiche Ue della Camera, Sergio Battelli, che lancia un appello «al pragmatismo». «Per noi l'obiettivo resta il Recovery» ha spiegato, anticipando il senso della risoluzione che autorizzerà Conte a firmare il rinnovo del Trattato al prossimo Consiglio europeo e che sarà proprio lui a scrivere. 

A Torino stretta contro lo shopping selvaggio


Pattuglie in strada, alle fermate della metropolitana, sui treni. I controlli, che non si sono mai fermati quando il Piemonte era zona rossa, saranno intensificati. Fare shopping in città, a 40 chilometri di distanza da casa propria, non è una necessità. L'appello è alla responsabilità di tutti. Negozianti compresi. Oggi si terrà l'incontro tra il Comitato, le associazioni dei commercianti e i rappresentanti della grande distribuzione. Per evitare assembramenti, è stata avanzata la richiesta del ricorso alla vigilanza privata per disciplinare le file. Oltre che ingressi contingentati e disinfettati all'ingresso. E la possibilità di allungare gli orari di apertura. «Un'opportunità per diluire le affluenze nell'arco della giornata», dice il Prefetto. Il primo giorno di un Piemonte «zona arancione» sembra essere stato vissuto come un «liberi tutti». Da un lato c'è chi sentenzia: «Le persone non si sanno controllare. Se continua così, ci chiuderanno tutti». Dall'altro chi ribatte: «E cosa si aspettavano? Riaprono i negozi e non vogliono che la gente ci vada?». Gente assiepata davanti alle vetrine, a passeggio sotto le Luci d'artista. Era consentito, certo. Ma questo non significa che la pandemia sia finita. Governo, regionali, sindaci e infettivologi invitano alla cautela. Il governatore del Piemonte Alberto Cirio non utilizza mezzi termini. Le immagini di domenica a Torino «sono immagini che non avrei voluto vedere e che non voglio più vedere», dice. «Mi hanno ricordato l'estate. Non siamo ancora usciti dall'emergenza e proprio adesso non si può sbagliare». 

Corsa per distribuire il vaccino.Moderna:"Efficacia al 100%"



Saranno americane le prime dosi di vaccino anti Covid somministrate in Italia. Mentre dagli Stati Uniti Moderna annuncia un'efficacia testata del 94,1% del suo prodotto, e addirittura del 100% nei casi più gravi, i rappresentanti italiani della Pfizer ieri hanno parlato di nuovo con il commissario per l'emergenza, Domenico Arcuri. Al centro della riunione i dettagli e i tempi della consegna della prima fornitura del vaccino prodotto con l'azienda tedesca BioNTech. In attesa del via libera delle agenzie per la valutazione dei medicinali, americana ed europea, l'obiettivo è ricevere in Italia le preziose fiale nell'ultima decade di gennaio. Pfizer predisporrà i contenitori utili al trasporto, capaci di mantenere per alcuni giorni la temperatura necessaria di -75gradi. Un «packaging» abbastanza snello, fanno sapere dalla multinazionale americana: vassoi da 100 fiale l'uno, per agevolare lo stoccaggio. Saranno spediti dal centro di produzione Pfizer in Belgio e distribuiti nelle circa 300 sedi di destinazione italiane già individuate, tutte dotate di frigoriferi speciali. In alcune Regioni sarà necessario comprarne di nuovi per aumentare gli spazi. Nel Lazio, ad esempio, è stato deciso che saranno le singole Asl a occuparsene, utilizzando oltre 600mila euro di donazioni private. Quasi ovunque, però, verranno impiegate attrezzature già esistenti, come le celle frigorifere dei centri trasfusionali nei grandi ospedali, usate per la conservazione del plasma. Una volta che le dosi saranno stoccate in sicurezza, si procederà con il piano di somministrazione, prevedendo un «hub» ogni trentamila abitanti: ospedali e presidi sanitari, ovviamente, ma anche drive in e strutture adattate allo scopo. Verrà chiesto di nuovo il contributo del personale medico dell'esercito e la collaborazione dei medici di base. 

Il governo studia una deroga per far riunire genitori e figli

 



di Federico Capurso e Ilario Lombardo 

Congiunti, familiari stretti, parenti di primo grado, affetti stabili: come chiamarli? Alla fine il governo ha capito che la parola giusta, da usare nel prossimo Dpcm per passare un Natale in famiglia ma senza contagi, non esiste. Eppure, una formula si vuole trovare. La stanno cercando affannosamente persino i ministri che finora hanno sempre sposato la linea dura, come Roberto Speranza. Perché se da un lato verranno fortemente limitati gli spostamenti, dall'altro si cerca di non infliggere un colpo troppo duro alla tradizione. E, soprattutto, all'economia. Sul tema dei ricongiungimenti familiari c'è una «sensibilità diffusa all'interno dell'esecutivo», riconosce un membro di peso del governo. Gli sforzi, in queste ultime ore, si stanno concentrando intorno al termine "parenti di primo grado". Dunque, genitori, figli e nessun altro. Per loro ci sarebbe una deroga, valida dal 20 dicembre al 7 gennaio, che gli permetterebbe di spostarsi liberamente. «Ma se si allenta da una parte - è il ragionamento che sposa l'ala rigorista del governo - allora si deve stringere dall'altra». Il mirino è puntato sulla libertà di circolare nei giorni in cui sarebbe valida la deroga. I governatori non vorrebbero limitare troppo gli spostamenti, proprio ora che si preparano a schiarire in zona gialla, ma a palazzo Chigi il pensiero va in direzione opposta. L'ultima ipotesi è quella di non permettere lo spostamento dal proprio comune, con l'eccezione sempre valida per chi ha la residenza altrove, per chi deve lavorare o si sposta per ragioni di salute. L'orientamento prevalente tra le forze di maggioranza è quello di chiudere solo i confini regionali, ma la discussione èaperta. E una decisione definitiva non è stata presa nemmeno sulla possibilità di deroga per i parenti di primo grado. Anche perché nel Pd non tutti sono convinti della bontà dell'idea e ricordano i dati dell'ultimo Natale pre-Covid, quando all'interno dei confini nazionali si mossero 15 milioni di italiani. Certo, questa volta non ci saranno le vacanze nelle città d'arte e nemmeno quelle in montagna. Sulla chiusura degli impianti, infatti, l'intero governo punta i piedi, nonostante le pressioni dei governatori. Ieri i presidenti di Regione si sono incontrati e oggi formalizzeranno le loro richieste al governo. Tra queste, la proposta di far assaporare la neve almeno a chi pernotta in hotel o ha una seconda casa. Ma l'idea viene accolta tra i ministri con fastidio. A gennaio - rispondono - se ne potrà riparlare, intanto arriveranno i ristori. Impossibile, poi, pensare alla riapertura di altre mete predilette dai vacanzieri invernali, come centri termali e spa, invocate sempre dalle Regioni. Ripetere gli errori dell'estate sarebbe «diabolico», replica Nicola Zingaretti. E sulla linea del segretario del Pd si schiera l'esecutivo. Si attendono però le indicazioni del Cts sui rischi legati a una possibile deroga agli spostamenti. La ministra dei Trasporti Paola De Micheli ha comunque preparato un piano B. Nel chiuso delle carrozze, in caso di affollamento, il rischio di contagio viene considerato alto, ma i dati di flusso di questi mesi sono molto bassi e in 48 ore, fanno sapere dal Mit, si possono riattivare gran parte delle corse dei treni, ad oggi dimezzate. La trincea scavata intorno al Dpcm, dunque, è profonda. Il governo si prepara a rigettare quasi tutte le richieste che arriveranno dei presidenti di Regione, compresa quella del presidente della Liguria, Giovanni Toti, di aggiungere una «zona bianca». Si tratterebbe di zone in cui il rischio epidemico è più basso e dove si potrebbero quindi allentare le restrizioni, ma dai membri del governo viene considerato un discorso «prematuro». Specie se, come fanno notare dalle file del M5S, «ci sono ancora 670 morti al giorno e i nostri sforzi dovrebbero essere tutti dedicati a evitare una terza ondata». Sulla scuola, però, i governatori che chiedono di riaprire il 7 gennaio potrebbero ancora spuntarla, nonostante Lucia Azzolina, spalleggiata dal M5S e da Italia viva, insista sul ritorno in classe delle superiori il 9 dicembre. 

GIOVANNI TOTI: «Il Natale è la Champions per la nostra economia»



Intervista di Mario De Fazio 

«Al governo diciamo basta massimalismo, sia in senso "chiusurista" che "aperturista". Servono buon senso ed equilibrio». Il governatore ligure Giovanni Toti ha da poco finito di presiedere la riunione della Conferenza delle Regioni quando, dal suo ufficio, invoca una «zona bianca con più aperture, per riempire il vuoto normativo tra la zona gialla e un "liberi tutti" sbagliato». E, in vista del confronto con il governo sul nuovo Dpcm, chiede che «non ci siano misure più restrittive per il Natale, che vale tre mesi di fatturato: ci giochiamo la finale di Champions dell'economia». 

Presidente, cosa chiederete al governo? 

«Chiediamo che il nuovo Dpcm sia equilibrato. Nessuno si aspetta un Natale con cenoni infiniti e raduni familiari, o un Capodanno con i trenini a cantare Brigitte Bardot. Ma non è neanche utile continuare a immaginare un Natale cupo. Parliamo di 20 giorni fondamentali per l'aspetto religioso e sociale ma anche per l'economia: ci giochiamo un pezzo di occupazione, commercio, agroalimentare, ristoranti». 

Non c'è il rischio di lasciare spazio al virus? 

«È comprensibile e giusto chiudere se le condizioni del virus lo impongono, come nelle settimane passate. Meno comprensibile sono misure vessatorie se il virus consente qualche spazio di libertà in più». 

A quali spazi si riferisce? 

«C'è da fare una riflessione sulle località sciistiche, che valgono qualche miliardo di euro e centinaia di migliaia di posti di lavoro: se Austria, Slovenia e Svizzera apriranno non lo fanno per autolesionismo. L'apertura a pranzo dà una boccata d'ossigeno ai ristoranti ma non basta a sopravvivere». 

Non crede sia una visione troppo aperturista? 

«Non bisogna essere massimalisti né in senso "chiusurista" né in senso "aperturista". Bisogna essere equilibrati, con un po'di sano riformismo: arriviamo fin dove ci possiamo permettere. Il governo ci dia una traccia di medio periodo: bisogna dire alle persone che devono tenere chiusa un'attività quando potranno riaprila». 

Come si danno più certezze in un periodo simile? 

«Senza campare alla giornata, dividendoci tra chi sembra che voglia riaprire il Paese incurante del virus e chi, prono all'ortodossia della virologia, vuole chiudere tutto. Applichiamo le regole, teniamo conto che quando si allungano le code al pronto soccorso va in sofferenza il sistema sanitario. Ma anche che quando si accorciano le file ai pronto, si allungano quelle alla Caritas. E non sono file meno dolorose». 

Sugli spostamenti tra regioni cosa proponete? 

«Il governo ci ha detto che il metodo resterà quello della ripartizione del Paese in zone di rischio. E quindi tra regioni gialle gli spostamenti devono essere consentiti, tra quelle rosse saranno vietati. Ho letto anticipazioni molto fastidiose: il principio della zonizzazione dev'essere applicato anche ora, e ulteriori restrizioni a Natale sarebbero fuori luogo. Anzi, propenderei a consentire alcuni limitati spostamenti anche tra regioni più a rischio della gialla, come i ricongiungimenti tra familiari». 

Ma con potenziali esodi non aumenterebbe la diffusione del virus? 

«La mia task force epidemiologica sostiene che gli spostamenti tra regioni dove c'è uniformità di contagio non creano scompensi. Se in due regioni il virus circola allo stesso modo non c'è rischio». 

Bisognerebbe rivedere la classificazione di rischio in tre zone? 

«Le tre zone vanno bene, ma mi chiedo: se una regione ha parametri migliori della zona gialla, deve sottostare a quei vincoli? C'è un vuoto normativo: se esco dalla zona gialla vado nella totale libertà. E non è ragionevole: occorre un'altra fascia, una zona cuscinetto tra la totale assenza di regole e la zona gialla, che ci consenta un ulteriore passo verso l'ampliamento delle possibilità dei cittadini senza che ciò significhi un "liberi tutti"». 

A Torino si ragiona sui vigilantes per regolare lo shopping. Cosa ne pensa? 

«Le scene di folla preoccupano. Ma non possiamo continuare a zigzagare emotivamente: apriamo i negozi perché c'è ecatombe di commercianti e poi ci lamentiamo se la gente va a comprare? Servono equilibrio e buon senso» . 

Il pressing delle Regioni:"Spostamenti ammessi e ristoranti aperti"



Luca Monticelli 

Regole chiare per evitare gli assembramenti, via libera agli spostamenti tra aree dello stesso colore, aperture dei ristoranti la sera e skipass limitati in montagna. Sono alcune delle proposte che i governatori porteranno oggi al tavolo con l'esecutivo in vista del nuovo Dpcm che entrerà in vigore venerdì. La Conferenza delle Regioni si è riunita in videocollegamento ieri per oltre tre ore ed è stata preceduta da tavoli paralleli che però hanno visto procedere i presidenti in ordine sparso. Il centrodestra ha cercato di aumentare il pressing nei confronti del governo senza arrivare a una sintesi pienamente condivisa sulle misure. In serata è Giovanni Toti a elencare i punti che stamani alle 10 saranno al centro del confronto con i ministri Francesco Boccia, Roberto Speranza e il commissario Domenico Arcuri. «Occorre semplificare e qualificare i parametri delle zone a rischio - ha spiegato Toti - accorciare i tempi di uscita dalla zona rossa o arancione perché 21 giorni sono troppi». Il divieto di assembramento deve essere il criterio che orienta tutte le scelte, è il ragionamento emerso alla riunione: non si può permettere lo shopping senza condizioni e poi vietare delle attività che magari creano meno affollamento. La messa, sottolineano, non è un problema di orario ma di ressa fuori dalle chiese. Sul tema si pronuncerà la Commissione europea che nella bozza sulle linee guida anti-Covid durante le feste raccomanda di «evitare cerimonie religiose con grandi assembramenti, sostituendole con iniziative online, in tv o alla radio». Il governatore della Liguria puntava a istituire una zona in più di colore bianco per permettere un Natale «più libero e tranquillo», l'idea però non ha raccolto grandi adesioni. Il presidente del Molise, Donato Toma, l'ha subito giudicata un'iniziativa difficilmente realizzabile, conoscendo già la contrarietà del Comitato tecnico scientifico. Per evitare il tracollo del settore turistico e contrastare la concorrenza di Austria, Slovenia e Svizzera, Alberto Cirio del Piemonte ha proposto l'apertura degli impianti sciistici a chi ha una seconda casa in montagna. Gli assessori al Turismo delle Regioni alpine in un documento hanno suggerito l'utilizzo delle piste anche per chi pernotta negli alberghi. «È il minimo sotto il quale non possiamo andare, ma non è questa la base della trattativa con Roma: dobbiamo puntare più in alto», dice Luca Zaia. Inoltre i territori del Nord, nel corso del vertice di ieri pomeriggio, hanno lanciato l'ipotesi di chiudere i confini per evitare che la gente vada a sciare all'estero. Secondo Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli Venezia Giulia, il provvedimento sugli impianti di risalita va preso a livello europeo. A pretendere maggiore chiarezza è Luca Zaia: «Se il principio fondante del Dpcm sarà il distanziamento avremo una contraddizione. Non si possono chiudere i cinema, i bar e le piste da sci che sono luoghi dove gli assembramenti sono più gestibili rispetto ad altri contesti, come ad esempio le piazze». Il pericolo della terza ondata del virus è comunque ben chiaro a tutti i governatori e il numero uno della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, lo ha ripetuto: «Dobbiamo cercare misure che evitino il tana libera tutti: per il periodo natalizio è necessario limitare gli spostamenti». La curva dell'epidemia continua a scendere, ma i numeri sono alti e indicano un equilibrio incerto. I nuovi casi di coronavirus in Italia nelle ultime 24 ore sono 16. 377 a fronte di 130. 524 tamponi eseguiti: vale a dire che il rapporto tra contagi e test è risalito al 12, 5%. Cresce, per la prima volta dopo quattro giorni, il numero di pazienti ricoverati (+308) mentre scendono di 9 unità i posti occupati in terapia intensiva. I decessi registrati sono stati 672, quindi per vedere una decrescita significativa delle vittime bisognerà aspettare ancora parecchi giorni. 

Trump non cede “Imbroglio enorme”. E allude alla grazia

 


da LA REPUBBLICA del 30 novembre 2020.Federico Rampini

Nella sua prima intervista dopo le elezioni, Donald Trump continua a non accettare la sconfitta e a denunciare frodi inesistenti. Dopo aver sostenuto la tesi dei brogli per tre settimane via Twitter, dopo aver perso tutti i ricorsi possibili e immaginabili, Trump se la prende con i suoi: accusa il governo federale, e i leader repubblicani negli Stati contesi, di non aver fatto luce sui cosiddetti complotti democratici. Tramontano per lui le ultime speranze: anche nel Wisconsin dopo Michigan, Pennsylvania e Georgia, tutte le verifiche e i riconteggi delle schede hanno confermato la vittoria di Joe Biden. Il democratico ha incassato 306 voti del collegio elettorale: lo stesso risultato che nel 2016 Trump definì “una marea” in suo favore. Fra le illazioni sui piani di Trump, ha destato curiosità la dichiarazione in cui ha promesso di lasciare la Casa Bianca qualora il collegio elettorale certifichi la vittoria di Biden. La data canonica per quella certificazione definitiva è il 14 dicembre. Ma se Trump lasciasse la Casa Bianca quel giorno, si dimetterebbe con più di un mese d’anticipo rispetto al 20 gennaio, l’Inauguration Day in cui assume la presidenza il neo-eletto. Una possibilità è la dimissione anticipata: lascerebbe la presidenza al vice Mike Pence affinché quest’ultimo possa decretare una grazia in favore dello stesso Trump, uno scudo legale contro futuri processi.Ancora non siamo arrivati a quel punto. Per adesso Trump si attiene al suo copione preferito. Intervistato per quasi un’ora dall’anchorwoman di Fox News Maria Bartiromo che non lo ha contestato, il presidente uscente ha ripetuto il suo repertorio di bugie. «Abbiamo vinto l’elezione con ampi margini. C’è stato un enorme imbroglio. Non cambierò parere neanche tra 6 mesi». Sono finite nel mirino perfino due istituzioni che appartengono al suo esecutivo e almeno in parte prendono ordini da lui: il Dipartimento di Giustizia e l’Fbi. «Come i responsabili della frode l’abbiano fatta franca è incredibile – ha detto – e come abbiano potuto non essere scoperti dal Dipartimento di Giustizia e dall’Fbi, non so, forse sono coinvolti anche loro». La sua furia si è abbattuta sui responsabili repubblicani locali, soprattutto governatore e segretario di Stato della Georgia, ai suoi occhi colpevoli di aver certificato la vittoria di Biden. Lo stesso è accaduto in Michigan, anche lì a proteggere la correttezza del processo elettorale è stato un dirigente repubblicano. «Mi pento di averlo sostenuto alle primarie», ha detto del governatore della Georgia. Le menzogne di Trump hanno dimostrato di essere inefficaci per quanto riguarda la macchina delle elezioni, che ha funzionato. Restano pericolose per la presa che hanno su parte dell’opinione pubblica. Secondo certe rilevazioni, il 70% dei repubblicani sarebbero convinti che ci sono state frodi. La non concessione della vittoria a Biden perpetua il degrado del costume e la delegittimazione reciproca, anche se non è un caso unico: la destra ricorda che di recente fece la stessa cosa una beniamina dei democratici, Stacey Abrams in Georgia. Lo stesso Trump per quanto riluttante e negazionista fino all’ultimo, ha dovuto dare via libera alle procedure di transizione e di passaggio dei poteri: la squadra Biden ha ormai accesso regolare ai dossier della Casa Bianca, per impadronirsi delle emergenze che affronterà dal 20 gennaio.

L’ombra dei ritardi nella corsa al vaccino .Le speranze dell’Italia in 200 milioni di dosi

 


da LA REPUBBLICA del 30 novembre 2020.Michele Bocci e Giuliano Foschini

Duecento milioni di dosi. Per cento milioni di persone. È attorno a questi due numeri che l’Italia sta preparando la più importante campagna vaccinale della sua storia, quella che dovrebbe fare uscire il Paese dall’incubo Covid. Lo sta facendo con due interrogativi: si è nei tempi, come sostengono i tecnici, o in ritardo come denunciano le aziende del settore? Ma soprattutto: i vaccini ci saranno? Il cronoprogramma sarà rispettato?

I timori

La seconda domanda è, evidentemente, quella cruciale. La prova sta proprio nei numeri. L’Italia ha ordinato molte più dosi di quelle che sarebbero necessarie. I motivi sono tre: in molti potrebbero essere rivaccinati se la somministrazione non dovesse ottenere effetto. C’è la paura che alcune dosi possano andare perse per un problema di conservazione o di somministrazione: devono essere utilizzate siringhe ad altissima precisione (che al momento non ci sono) per somministrare il farmaco. Ma, soprattutto, non si sa ancora se e quando le dosi del vaccino saranno davvero disponibili. «Dunque — dicono i tecnici — meglio essere previdenti». Ieri, nel corso di “Che tempo che fa”, il presidente del Consiglio superiore di Sanità, Franco Locatelli, ha usato parole assai rassicuranti: «Credo che la prossima settimana due vaccini che usano la metodologia dell’Rna virale saranno sottoposti all’approvazione dell’Ema e che potremmo avere i primi due sieri come regalo di Natale. Dal 15 gennaio potranno partire le prime somministrazioni alle categorie più esposte».

Il riferimento è a quelli di Pfizer e Moderna. Ma il timore arriva da un altro lato. A preoccupare è stato l’inciampo in cui è caduto il vaccino di AstraZeneca, quello pensato sull’asse Oxford- Italia, su cui l’Europa e l’Italia avevano tanto investito per alcuni indubbi punti di forza: il prezzo più basso e la possibilità di conservarlo a temperature più agevoli rispetto ai concorrenti. E che ora potrebbe dover, addirittura, ricominciare i trial. Allungando i tempi a chissà quando.

I rifornimenti

Il commissario Ue per l’Economia, Paolo Gentiloni, ha usato parole precise ieri in un’intervista a “Mezz’ora in più”, su Rai 3: «La Commissione ha negoziato con sei grandi case farmaceutiche per un potenziale di quasi due miliardi di dosi. A gennaio è possibile che si comincino ad avere ma i cittadini italiani devono sapere che arriveranno contemporaneamente a tutti i Paesi europei. Ci saranno parità di condizioni per tutti». Al momento nessuno dei vaccini ha ricevuto il via libera dell’Ema, l’Agenzia europea per i medicinali, necessario per essere messo sul mercato.

Più avanti, tra tutti, è quello prodotto da Pfizer che ha promesso 200 milioni di dosi all’Europa. In Italia ne dovrebbero arrivare 27 all’incirca, per vaccinare quindi 13,5 milioni di persone. Di questi 3,4 sono attesi nell’ultima decade di gennaio mentre le altre dovrebbero arrivare nel corso del 2021. Per Pfizer Ema si riunirà il 22 dicembre e poi l’11 gennaio. Se arriva il via libera, servono 48 ore per la commercializzazione. I tempi sono gli stessi per Moderna che ha promesso 10 milioni di dosi all’Italia e 80 all’Europa: da noi ne sono previsti poco meno di dieci milioni di dosi, in una parte minima nel primo trimestre 2021 e poi a salire sino a settembre.

L’Italia aveva ordinato invece ben 40 milioni di dosi ad Astra-Zeneca, tre delle quali attese a gennaio (ma i tecnici ritengono quella consegna ormai molto difficile) e le altre entro giugno. Trenta milioni di dosi sono state poi ordinate a CureVac, soprattutto nel quarto trimestre del 2021 e nel primo del 2022. Cinquantatré a Johnson & Johnson a partire da giugno e 40 a a Sanofi, non prima però di settembre.

La distribuzione

Quando i vaccini arriveranno sarà necessario distribuirli. Il commissario Domenico Arcuri, insieme con i rappresentanti delle Regioni, incontreranno oggi i vertici della Pfizer: tra le cose da discutere le modalità di packaging con cui le dosi di vaccino arriveranno in Italia.

È ormai certo che sarà Pfizer a curare il trasporto, a meno 70 gradi, fino ai cento punti individuati dal commissario e dalle Regioni, per lo più ospedali. Visto che nella prima tranche saranno vaccinate soprattutto le categorie a rischio. Il ministero della Salute ha individuato una prima lista a cui distribuire le 3,4 milioni di dosi per 1,7 milioni di persone: 800mila saranno gli operatori sanitari, che verranno dunque vaccinati quasi al 60 per cento. Altri 800mila andranno invece nelle Residenze sanitarie per gli anziani, tra ospiti (300mila) e addetti (500mila). Verranno infine vaccinati 100mila militari che dovrebbero poi provvedere alla somministrazione dei vaccini nella seconda fase.

Coprifuoco e niente canti in chiesa .I consigli Ue contro la terza ondata



da LA REPUBBLICA del 30 novembre 2020.Alberto D'Argenio

Dovranno essere festività natalizie “diverse” da quelle abituali. La Commissione europea è pronta a lanciare l’allarme: le vacanze invernali rappresentano un “rischio”, possono trasformarsi nell’incubatore di una terza ondata di Covid che l’Unione deve assolutamente evitare. A tal fine, mercoledì Bruxelles pubblicherà la “Remain Safe Strategy”, le raccomandazioni ai governi su come gestire Natale e Capodanno chieste anche dal premier italiano Giuseppe Conte per armonizzare le misure in tutti i Paesi Ue e oggetto di un fitto lavoro diplomatico del ministro della Salute, Roberto Speranza, in vista del nuovo Dpcm sulle festività, atteso proprio per giovedì prossimo. Si tratta di linee guida non vincolanti — la Ue non ha competenza in materia — ma da inizio pandemia i governi hanno mostrato grande attenzione ai “consigli” dell’Unione.

Da qui a dopodomani, quando verranno approvate dal team di Ursula von der Leyen, le raccomandazioni potrebbero ancora cambiare. Al momento, spiegano fonti europee concordanti, si prevede che l’Eurogoverno chiederà alle capitali una serie di azioni per evitare di cancellare in pochi giorni i progressi ottenuti in tre mesi di pesanti sacrifici. In generale, la Ue raccomanderà misure coordinate e mirate visto che ancora oggi, calcola Bruxelles, ogni 17 secondi in Europa una persona muore per Covid. Insomma, bisogna evitare di ripetere gli errori di agosto.

Per la Commissione europea i festeggiamenti di Natale e capodanno possono trasformarsi in eventi super diffusori. Ecco perché — salvo modifiche dell’ultima ora — chiederà di rinforzare le misure restrittive per evitare ritrovi in ambienti chiusi, posti affollati e contatti ravvicinati. In caso contrario, prevedono gli esperti Ue, nella prima settimana di gennaio i ricoveri tornerebbero a salire massicciamente in tutta Europa. La Ue quindi raccomanderà di vietare eventi di massa e di prevedere regole chiare anche per i piccoli incontri sociali come il numero massimo di persone ammesse (per assicurare il distanziamento) e l’uso obbligatorio delle mascherine. I governi dovranno definire norme anche per gli incontri nelle case private, pure in questo caso stabilendo il numero di persone consentite e con l’indicazione di incoraggiare festeggiamenti all’interno di una “bolla” ristretta, ovvero sempre con le stesse persone per tutte le vacanze.

L’esecutivo comunitario chiederà espressamente ai governi di introdurre o mantenere il coprifuoco notturno per evitare che i festeggiamenti in tarda ora si trasformino in momenti di diffusione del virus. Per quanto riguarda le cerimonie religiose, Bruxelles raccomanderà di considerare l’ipotesi di evitare grandi eventi. Potrebbero essere sostituiti da funzioni online, in tv o via radio. Inoltre, i governi che consentiranno le messe con i fedeli in chiesa dovranno assicurarsi che siano garantiti spazi dove le famiglie possano isolarsi, distanziate dalle altre persone. Ci sarà richiesta esplicita di proibire i canti — considerati capaci di aumentare diffusione del Covid — e di prevedere l’uso obbligatorio della mascherina anche a messa.

Considerando la spaccatura tra Cancellerie, con Italia, Francia e Germania schierate per la chiusura degli impianti e l’Austria invece convinta ad aprirli, Bruxelles rinuncerà a regolare direttamente gli sport invernali, al contrario di quanto auspicato dal premier Conte: la Commissione — priva di competenza in materia — si limiterà a indicare che dovranno essere i governi coordinarsi e trovare un approccio comune. La Ue però scoraggerà i viaggi turistici, visto che spostarsi viene considerato un rischio. Tuttavia, visto i livelli epidemiologici abbastanza omogenei in tutto il continente, sconsiglierà di imporre limitazioni aggiuntive o particolari ai viaggi tra paesi Ue o per quelli in aereo, non considerati un rischio aggiuntivo. Se tuttavia qualche capitale dovesse optare per le quarantene legate ai viaggi, la Ue consiglia di ridurle a 7 giorni (con un test in uscita dall’isolamento).

Tra i passaggi chiave delle raccomandazioni Ue, quello sulla scuola. Per Bruxelles nonostante le misure sarà inevitabile un aumento dei contagi. Per evitare allora che gli istituti si trasformino in un volano alle infezioni, la Commissione chiederà ai governi di creare un periodo cuscinetto tra la fine delle festività e il ritorno tra i banchi e dunque di non riaprire le classi ai primi di gennaio, subito dopo le festività, ma di allungare le vacanze (di una o due settimane, la scelta viene lasciata alle capitali) o di prevedere un uguale periodo di didattica a distanza. La Ue infine inciterà i governi a rafforzare i sistemi sanitari per affrontare e gestire eventuali aumenti di contagi successivi alle festività.

Il fotografo di Aleppo pestato per strada dalla polizia a Parigi

 



di Leonardo Martinelli 

Sta meglio Ameer Alhalbi, ma ha il naso rotto e la faccia tumefatta. Siriano, fotografo indipendente, ha ricevuto un colpo violento in viso, con un manganello, sferrato da un poliziotto, durante la manifestazione a Parigi sabato pomeriggio. Era stata indetta per protestare contro una nuova legge, ora in discussione al Parlamento, che limiterà fortemente la possibilità di filmare, anche da un semplice cellulare, dei poliziotti in azione. Aveva radunato una marea di gente a manifestare pure contro la violenza delle forze dell'ordine in generale, dopo il pestaggio di un nero, Michel Zecler, proprio nella capitale, da parte di quattro poliziotti. Ameer era lì per documentare, alla fine di una giornata di proteste, degenerata per l'intervento dei black bloc. Ed è stato un doppio choc per lui. Sì, perché Ameer è nato ad Aleppo, la città martire, 24 anni fa. E già a 17 cominciò lì a fotografare quell'assurda guerra civile. Le sue immagini iniziarono a utilizzarle alcune agenzie, in particolare l'Agence France Presse, con cui oggi lui collabora in Francia e per la quale era andato sabato alla manifestazione. All'Afp ha confidato che «lo choc è stato duro, mi sono ritrovato ferito, con il sangue che scendeva giù dal viso. Sono rimasto bloccato per due ore tra i manifestanti e i poliziotti, perché questi non mi volevano far passare, per raggiungere l'ospedale. In quel momento mi sono ritornate in mente le immagini della Siria. Non avevo più male al naso o al volto, era il passato che riemergeva. A 15 anni mi ero ritrovato ad Aleppo bloccato in una manifestazione, ferito da due pallottole alla mano». Ameer vagava per le strade della sua città a fotografare: stupenda una sua istantanea del 2016, con due padri che fuggono tra le macerie con i figli neonati in braccio. Quell'anno il suo papà, casco blu volontario, morì in un bombardamento. Pochi mesi dopo Ameer fuggì con la madre in Turchia, per poi arrivare a Parigi, dove ha ottenuto l'asilo politico. Riguardo a sabato sera, ha sottolineato che «eravamo un gruppo di quattro-cinque fotografi, fra i manifestanti e la polizia. Ed eravamo chiaramente identificabili». Ma hanno picchiato lo stesso. L'Afp ha chiesto che la polizia apra un'inchiesta. Intanto ieri il procuratore di Parigi ha deciso il rinvio a giudizio dei quattro poliziotti coinvolti nel pestaggio di Zecler, produttore discografico, oltre alla carcerazione preventiva per tre di loro. E si è saputo che Emmanuel Macron ha chiamato l'uomo per avere notizie. Il presidente ha definito «una vergogna» per la Francia la sua aggressione.

Indagato il medico di Maradona.L'ipotesi è di omicidio colposo




Svolta nelle indagini sulla morte di Diego Armando Maradona. Si accende infatti il versante giudiziario della scomparsa del campione argentino: il battaglione di magistrati, pm e procuratori che hanno raccolto da mercoledì molta documentazione, nonché numerose testimonianze, ha annunciato che il dossier su cui lavorano non riguarda più semplici «verifiche sulla morte di Diego Armando Maradona», ma apre all'ipotesi di «omicidio colposo». Per il quale c'è già un indagato, ed è il medico personale del campione scomparso, Leopoldo Luque. Ironia della sorte il neurochirurgo che ha operato il Pibe de oro si chiama come l'attaccante del River Plate, che soffiò il posto a un allora giovanissimo Maradona nella lista dei convocati del ct dell'epoca Cesar Luis Menotti per i Mondiali del '78. Quel Luque di 42 anni fa si fregiò del titolo iridato vinto in casa dall'Albiceleste e il diciassettenne Diego rimase a casa. Maradona si disperò per quell'esclusione che Menotti aveva avallato. Luque, il medico al quale sono stati sequestrati computer e telefonini, però si difende a spada tratta spiegando di aver fatto «tutto il meglio che potevo per Diego. Ho fatto più del dovuto, non meno. Ogni volta ci riunivamo per capire cosa fosse meglio per Maradona, e non potevamo andare contro la sua volontà. Io non posso obbligare un paziente e ricoverarlo in un manicomio se non ho un parere in questo senso da uno psichiatra. Senza Diego niente poteva essere fatto. Allora perché adesso non indagano su chi era Maradona?». «Non ci sono errori medici - si difende Luque -. Maradona ha avuto un attacco cardiaco, e purtroppo è la cosa più comune del mondo morire così». L'inchiesta intanto potrebbe svelare altre sorprese: l'entourage del campione è convinto che quella scoperta è solo la la punta di un iceberg di una vicenda che potrebbe rivelare numerosi scheletri negli armadi. E coinvolgere varie persone finora insospettabili, fra medici, amici e parenti. Una squadra di decine di agenti e giudici ha perquisito la residenza di Adrogué, in provincia di Buenos Aires, del professionista, e la sua clinica nella capitale, notificando all'interessato la sua veste di «indagato» per una possibile ipotesi di «trascuratezza nell'assistenza». Al momento non sono formulate accuse specifiche, ma si parla comunque di «omicidio colposo». Lo sviluppo nelle indagini arriva dopo che gli inquirenti hanno acquisito le testimonianze di un infermiere dello staff di assistenza di Maradona e della sua cuoca fidata, «Monona». E anche dopo aver ascoltato tre figlie del «Diez»: Dalma, Giannina e Jana. Luque, con Maradona da cinque anni, è uno specialista in neochirurgia, ed ha realizzato, fra mille difficoltà per ottenere l'assenso, l'operazione alla testa del Pibe de oro all'inizio di novembre volta a rimuovere un ematoma subdurale. Comunque, le indagini hanno appurato che il medico non si era più recato nella villa del quartiere di San Andrés nella zona di Tigre, dove Maradona trascorreva la sua convalescenza, dopo una lite il 19 novembre, con grida e insulti arrivata anche alle mani, secondo quanto riferito dall'infermiere e anche dalla cuoca. Uno dei magistrati che sta svolgendo le indagini ha confermato all'agenzia statale Telam che «questa storia è stata messa agli atti, come uno dei tanti incidenti a riprova di quanto fosse difficile avere a che fare con Maradona». Va segnalato infine che secondo il quotidiano «La Nación», il dottor Luque fu coinvolto in un processo per omicidio avvenuto la notte di San Silvestro del 2011, e che riguardò l'uccisione di una persona da parte di due suoi cognati e un fratello. Ma il giudice, alla fine, lo assolse. 

La scorta usata dalla fidanzata.Indagini sul premier Conte

 


di Ilario Lombardo 

Prima un servizio delle Iene mai andato in onda sui canali Mediaset, poi un video che finisce sul sito Dagospia che spinge un'ex europarlamentare di Fratelli d'Italia, Roberta Angelilli, a presentare un esposto, datato 30 ottobre, contro il presunto uso privato della scorta del presidente del Consiglio da parte della fidanzata Olivia Paladino. Passa un mese e dalla Procura di Roma filtra la notizia di un'indagine per peculato a carico del premier che già oggi potrebbe essere trasmessa al Tribunale dei Ministri e che con tutta probabilità porterà all'inscrizione del capo del governo nel registro degli indagati. Ma per capire come si è arrivati sin qui, e per fare chiarezza tra versioni contrastanti, bisogna riavvolgere il corso degli avvenimenti e mettere ordine tra i fatti, partendo dalla mattina in cui tutto è avvenuto. Il 26 ottobre la compagna del premier si barrica nel supermercato di piazza Fontanella Borghese, nel pieno centro di Roma, a qualche centinaio di metri da Palazzo Chigi. Sta cercando di sfuggire alle telecamere del programma tv le Iene che la tallonano per chiederle conto dei presunti mancati pagamenti ai dipendenti del padre di lei, Cesare Paladino, proprietario dell'Hotel Plaza, e di altrettante presunte agevolazioni che sarebbero derivate da un decreto legge. Paladino ha con sé una borsa della palestra, un dettaglio che non passa inosservato all'inviato di Mediaset Filippo Roma, perché proprio il giorno prima era stato firmato il Dpcm che ha decretato la chiusura dei centri sportivi. La donna è nascosta nel supermercato quando, pochi minuti dopo, arriva un uomo della scorta del presidente del Consiglio. L'immagine è mossa, l'audio un po' soffocato ma la si sente dire: «Lascio qui la borsa». E l'uomo della sicurezza di Conte aggiungere: «Sì così io la porto a casa». L'agente vuole evitare che le telecamere riprendano l'ingresso di casa di lei, proprio lì di fronte. Questa è la storia documentata da un video. Si vedono la fidanzata, la scorta, un dipendente del supermercato che le dà una mano.Da qui in avanti le versioni delle ricostruzioni dei fatti divergono. Secondo un'informativa inviata al ministero dell'Interno, responsabile dell'organizzazione e degli uomini della sicurezza del premier, un agente si trovava in quel momento sotto l'abitazione della compagna perché Conte «era nell'appartamento». Attenzione, questo è un passaggio fondamentale: l'informativa afferma che il premier non era a Palazzo Chigi, «la scorta era in attesa del presidente quando i poliziotti si sono resi conto della concitazione a pochi metri e di un addetto al supermercato che chiede aiuto per una signora in difficoltà». Nessuna auto di scorta, come qualcuno ha ipotizzato, precisa la relazione al Viminale: «La signora Paladino è tornata immediatamente a casa che è lì a pochi metri» e «non c'è stato alcun intervento da parte di Conte che non era informato, tanto che ha saputo della vicenda soltanto quando è sceso». Dunque, Conte sarebbe stato in casa. Le Iene però la raccontano in maniera diversa. Due giorni fa, l'inviato Filippo Roma è stato sentito dai magistrati come persona informata dei fatti. Il fascicolo è in mano al pm della Capitale Carlo Villani. Roma racconta di essersi piazzato sotto casa di Paladino sin dalle sette del mattino e di non aver mai visto né gli agenti della scorta appostati di fronte, né autoblu. Dopo le 10.30 si fionda con la telecamera su di lei. La scorta interviene, marcandolo stretto mentre tenta inutilmente di rivolgere le domande a Paladino. Roma smentisce quanto scritto nell'informativa inviata al ministero dell'Interno: «Sarebbe molto grave se, in piena pandemia, il premier stesse ancora a poltrire in casa». Infatti, secondo lui, non è così e il premier non era in casa. Tanto più che alle 11.30 Conte era atteso in videocollegamento per commemorare la morte del giovane Willy. «Inoltre, la distanza era davvero minima dal portone di casa - ci spiega ancora Roma - . Se la scorta fosse stata lì sarebbero intervenuti subito, invece è passato qualche minuto. E poco prima ho visto Olivia mettersi al telefono». Parole che lasciano intravedere la possibilità che gli agenti si siano mossi da Palazzo Chigi dopo una chiamata. Passano cinque minuti e l'inviato delle Iene riceve, comunque, una telefonata da Rocco Casalino, portavoce del premier. Da quanto si apprende anche Casalino e altri membri dello staff, oltre ovviamente a Paladino, dovrebbero essere chiamati dai magistrati come persone informate dei fatti. L'esposto di Angelilli è del 30 ottobre. Da quanto risulta, Conte ha poi chiamato la leader di Fdi Giorgia Meloni per chiedere lumi su questa denuncia. Ma fino a ieri nessuno, o quasi, ne era al corrente. 

I renziani contro il governo sul Recovery

 


Sul Recovery fund, come l'altro ieri col Mes e la richiesta dei 5S di mettere nero su bianco il no ai fondi per la sanità, i renziani si mettono di traverso. Ma non solo loro. La soluzione «a piramide» di Conte e che sembrava convincere larga parte del Pd e quanti temevano l'uomo solo al comando, non piace al presidente di Iv Ettore Rosato che denuncia un sostanziale "commissariamento" dei ministri. Dal Pd, invece, oltre alla portavoce della conferenza delle donne Cecilia D'Elia che chiede di tener conto delle competenze femminili, un ministro di peso come il responsabile della Difesa Lorenzo Guerini sostiene che «andrebbero considerate con attenzione tutte le proposte», comprese quelle di Carlo Calenda. Per il leader di Azione «se si crea una sovrastruttura, questa inevitabilmente andrà in conflitto coi ministri», ai quali «non è certo possibile togliere i poteri conferiti», rimarca l'ex ministro Pd dando poi vita ad un botta e risposta via Twitter col vice segretario dem Andrea Orlando che invece difende lo schema Conte. Per il ministro agli Affari europei, Enzo Amendola, «sul Recovery fund la maggioranza lavora coesa», e spiega che semmai i problemi stanno fuori: «Certo sul cronoprogramma di Bruxelles pesa il veto di Polonia e Ungheria» ed è proprio per questo che «l'Italia si deve far trovare pronta» quando l'impasse verrà superato. Lo schema in via di definizione, che una volta messo a punto verrà inserito nella legge di Bilancio, prevede una regia politica formata da Conte e i ministri Gualtieri e Patuanelli, una struttura di missione formata da 6 manager (uno per ogni area d'intervento), e una task force di 300 persone. Per mettere a fuoco gli ultimi dettagli, a partire dal ruolo dei sei manager, Conte oggi riunirà di nuovo i capidelegazione ed i ministri interessati. L'Italia ha infatti il fiato sul collo di Bruxelles: la Commissione europea, giusto ieri, è tonata a ricordarci che la governance chiamata gestire i 209 miliardi tra sussidi e prestiti che arriveranno da Bruxelles è «fondamentale» al pari del fattore tempo. «La Ue ha chiesto con maggior forza non solo di tirar fuori le priorità ma anche delle soluzioni organizzative che consentano di assorbire queste risorse» ha spiegato ieri il commissario europeo agli Affari economici Paolo Gentiloni su Rai3. 

Arriva in extremis il Ristori 4.E' legge la moratoria fiscale

 


di Paolo Baroni 

Arriva in extremis la formalizzazione da parte del governo del maxi rinvio delle tasse in scadenza oggi e delle dichiarazioni dei redditi. Assieme a questo intervento attesissimo da tante imprese, il governo col decreto "Ristori quater", varato ancora una volta nel cuore della notte (il Cdm questa volta era convocato per le 22.30), mette in campo altri contributi una tantum per gli stagionali del turismo, dello spettacolo e quelli impiegati con contratti precari nel settore dello sport. E quindi per far fronte alle pressanti richieste delle associazioni del commercio anche gli agenti di commercio vengono ammessi ai ristori automatici da parte dell'Agenzia delle entrare. Restano esclusi i professionisti autonomi che, come altre attività, verranno indennizzati nel 2021 una volta approvata la legge di Bilancio ed un nuovo e più corposo scostamento nell'ordine dei 20 miliardi di euro dopo gli 8 ottenuti la scorsa settimana col voto quasi unanime del Parlamento. Il grosso delle risorse sarà assorbito dalla voce tasse: oltre al rinvio di tutte le scadenze il governo ha previsto anche lo slittamento al 1° marzo 2021 dei versamenti relativi alle definizioni agevolate (rottamazione ter e saldo e stralcio) oltre a prevede anche lo stop alle ganasce fiscali ed alle altre procedure esecutive per i contribuenti in difficoltà coi pagamenti. Per allargare ulteriormente la platea dei beneficiari della moratoria fiscale, in particolare, viene ampliato il periodo di riferimento per il calcolo del calo del fatturato che non è più limitato al solo mese di aprile, ma viene esteso ai primi sei mesi dell'anno. In questo modo, quindi, spiegano dal Mef, si amplia il mix di misure previsto dai precedenti Decreti ristori, incrementando, in particolare, il sostegno nei confronti di alcune categorie come lavoratori autonomi, commercianti, artigiani, professionisti.Per il Mef «col nuovo decreto, il quarto in poco più di un mese, prosegue e si amplia ulteriormente l'azione del governo a sostegno dei lavoratori, delle imprese e delle famiglie italiane». E grazie agli 8 miliardi aggiuntivi provenienti dal nuovo scostamento di bilancio da oggi sarò possibile «rafforzare ed estendere fino alla fine dell'anno le misure di necessario sostegno economico dei settori più colpiti e di accompagnare con misure immediate la delicata fase che attraversa il Paese». Con gli oltre 10 miliardi stanziati dei precedenti decreti «Ristori», arrivano a 18 miliardi le risorse messe in campo in poche settimane. Nel complesso, quindi, l'ammontare delle risorse aggiuntive previste nel 2020 per sostenere l'economia è pari a circa 108 miliardi. Il decreto Ristori quater, il cui destino è quello di essere accorpato ai precedenti ristori uno due e tre già al vaglio del Senato, verrà pubblicato oggi a tambur battente dalla gazzetta ufficiale in modo da entrare subito in vigore e neutralizzare a tutti gli effetti le scadenze di oggi col Fisco. 

domenica 29 novembre 2020

DAVID SASSOLI:"L'Italia attivi il Mes è garanzie contro le crisi bancarie"



Intervista di Fabrizio Goria 

L'Italia dovrebbe ratificare la riforma del Meccanismo europeo di stabilità. Perché può aiutare a prevenire future crisi bancarie. «È come un'assicurazione contro gli incendi. Nessuno vuole dar fuoco alla casa, ma è sempre utile averne una. Il contrario sarebbe da incoscienti». A dirlo è stato David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, rispondendo alle nostre domande al «Festival della politica» organizzato dalla Fondazione Gianni Pellicani. Che ha riflettuto sul futuro dell'Ue, tra debito pubblico, un tema che tornerà, i veti di Polonia e Ungheria al Recovery Fund, e di riforma dell'architettura comunitaria, a cominciare da regole di bilancio e unanimità. 

Continuano le discussioni sul Mes. Sono stati tolti diversi vincoli e con i tassi di interesse negativi di oggi è come dire che l'Ue paga gli Stati che vogliono prendere i fondi. In Italia, però, il governo ha messo il veto sulla riforma del Mes, che sarà discussa oggi. E Roma non vuole usarlo. Cosa ne deriva? 

«Siamo tutti un po' colpevoli. La politica e i media non hanno spiegato molto bene. Il Mes nessuno te lo può imporre. Devono essere i governi a richiederne l'attivazione. Sembra di essere tornati a 10 anni fa, quando pareva che Bruxelles volesse imporre qualcosa. Non è così oggi. E rimarco un aspetto. C'è una garanzia molto importante nella riforma proposta: quella che riguarda il sistema bancario. Poi ci potrebbe essere un'assicurazione contro le crisi creditizie, nessuno vuole incendiare la casa, ma è sempre meglio averne una. Inoltre, c'è la linea sanitaria del Mes, e nessuno l'ha usata». 

Come mai? 

«Per una serie di motivi. Chi per convenienza, chi per un pregiudizio. Ma è bene che Roma ratifichi la riforma del Mes perché sarebbe sbagliato non avere un'assicurazione contro le crisi bancarie. Secondo, perché vogliamo che diventi uno strumento regolato da regole comuni, con vigilanza e controllo di Commissione e Parlamento. Non devono esserci regole nazionali». 

C'è anche una cosa che ritorna. Molti dicono che il Mes porta alla Troika. 

«Il tema non è questo. Dobbiamo farlo diventare strumento comunitario, e ci sarà una discussione a livello politico. Ma è necessario che l'Italia ratifichi la riforma. Non bisogna essere incoscienti». 

Anche il dibattito sul debito, la sua proposta di riduzione, è stato intenso. Come è andata realmente? 

«A una domanda postami, ho semplicemente detto che era interessante. È ovvio che ci dovrà essere una riflessione. Il debito è un tema che il prossimo anno diventerà di attualità. Non credo sia scandaloso parlarne. In Germania c'è stata più pacatezza che in Italia. E oggi credo che la discussione pubblica sulle spese del Covid sia molto corretta. Ricordiamo gli eurobond? E poi i coronabond? Non possiamo accantonare quello che è un problema globale. E mi piacerebbe che la comunità scientifica ci aiutasse ad affrontare la stagione più difficile che abbiamo di fronte». 

Parliamo dei veti di Ungheria e Polonia. Che impressione le fanno? 

«Tutto nasce a luglio con due piste, con il Recovery Fund e con la difesa dello stato di diritto, ovvero l'identità europea. L'Unione europea non può essere considerata un bancomat, ma abbiamo bisogno di risposte democratiche. Finito il negoziato tra Parlamento e Consiglio, l'accordo è stato trovato. Ovvero, più soldi per i cittadini e un buon quadro di riferimento per difesa dello stato di diritto. Le obiezioni di Polonia e Ungheria, con la presidenza tedesca, mi auspico vengano superate». 

Che succede se non si superano? 

«Il Recovery Fund arriverà quando ci sarà questo via libera. Se le obiezioni dovesse persistere, allora sarebbe inutile fare piani nazionali. Bisognerà ricominciare da capo». 

Guardiamo alla politica italiana. Ci sono grandi movimenti ed è rispuntata la centralità di Silvio Berlusconi. Lei che pensa? 

«Non è il mio compito commentarlo. Posso però dire una cosa all'Italia, attenzione ai dati Istat. Sono stato impressionato, perché la fotografia sociale dell'Italia è particolarmente drammatica. Basti pensare a quanti italiani sono sotto la soglia di povertà, che sono i nostri amici, vicini di casa. La politica dovrebbe avere chiaro cosa è sotto i riflettori e cosa no. Servirebbe un grande piano europeo per l'occupazione». 

Sta dicendo che potrebbe esserci un ampliamento delle tensioni sociali? 

«Credo che ci sia bisogno di essere vicini a chi soffre, ma non solo a parole, anche a livello economico». 

La Spagnola, negli Anni Venti, ha portato a scenari di autoritarismo. Cosa ci rende diversi da allora? 

«Nulla è dato per sempre, ovvio. Ma le nostre consapevolezze, il nostro stile di vita e la nostra identità sono un punto da cui partire. La democrazia deve essere amata, non dimentichiamocelo. Basti pensare all'unanimità, e il diritto di veto cos'altro è se non una forma democratica. Ed è corretto aspettarsi una riforma anche in tal senso». 

Morra e la Rai.La storia infinita tra scuse e gaffe



Non c'è pace alla Rai. In pochi giorni si è passati dal video tutorial sulla "spesa sexy" di Rai2 alle scuse postume su Rai3, dove Lucia Annunziata nel programma "Mezz'ora in più" ha letto poche righe di scuse al presidente dell'Antimafia Nicola Morra per le modalità con cui fu rinviata la sua partecipazione alla trasmissione "Titolo V". La giustificazione: per «errori dovuti alla concitazione di quelle ore». Concitazione (politica si intende) dopo le dichiarazioni dello stesso Morra sulla sanità calabrese e la prematura scomparsa della presidente Jole Santelli. Ora, visto il perdono recapitato dall'Ad Salini, senza che il presidente Foa sapesse (o condividesse), c'è da chiedersi se d'ora in poi gli ospiti dei talk si sceglieranno sempre con il criterio della "concitazione politica". Chissà? Per ora l'unica certezza non è la "concitazione", ma la confusione che regna a viale Mazzini. Nell'attesa meglio ripassare un video tutorial di management della Bbc che leggersi altri articoli della stampa inglese sulla spesa sexy. Sinceramente e con infinite scuse.

Una patrimoniale per i "super ricchi".La proposta spacca la maggioranza

 



di Alessandro Di Matteo 

C'è anche la patrimoniale a far discutere la maggioranza, un emendamento alla manovra firmato da Nicola Fratoiani (Leu) e Matteo Orfini (Pd) resuscita l'araba fenice di tutti gli interventi sul fisco e scatena la reazione dei partiti di governo, che non ne vogliono sapere di passare per quelli che mettono le tasse in un momento di profonda crisi economica. Dice no M5s, prende le distanze il Pd, si schiera contro Italia viva e anche mezza Leu non è d'accordo. Il timore di molti è di fare il bis del 2007, quando Rifondazione festeggiò una riforma dell'Irpef che colpiva soprattutto il ceto medio con dei manifesti che invocavano: «Anche i ricchi piangano». Una campagna di comunicazione che costò molti voti al centrosinistra alle elezioni politiche dell'anno successivo. In realtà, Fratoianni spiega che la sua proposta dovrebbe colpire «i super ricchi», come del resto si disse anche nel 2007. «Le tasse vanno abbassate? Sì per i ceti medi e popolari, non certo per i super ricchi». L'idea è «eliminare l'Imu e introdurre un prelievo progressivo che intervenga sui patrimoni dei super ricchi per finanziare la spesa sociale». Enrico Rossi, ex presidente della regione Toscana, spiega però un po'meglio il concetto di «super-ricchi» e qualche dubbio viene. Si parla di «eliminare l'Imu sulle seconde case e introdurre una patrimoniale a partire da una base imponibile di 500 mila euro. Si prevede di partire da 500 mila euro con aliquota allo 0, 2%; salendo allo 0, 5% sopra il milione; all'1% sopra i 5 milioni; 2% sopra i 50. Consentirebbe allo Stato di incassare 18 miliardi all'anno». Il timore è che molti italiani, anche non «super-ricchi», potrebbero superare la soglia dei 500mila euro, considerando che tanti hanno anche la casa al mare, non necessariamente di lusso. È Orfini a precisare: «Per quanto riguarda le case, parliamo di valori catastali, ben più bassi dei valori di mercato. E tra 50 0mila e 1 milione con l'eliminazione dell'Imu in buona parte si compensa. Certo, sopra il milione qualcosa in più si paga». Insomma, il 2007 non c'entra niente, assicura: «Non stiamo parlando di quello. Se lo dice la destra ok, non vorrei assumessimo anche noi la linea della destra». Fatto sta che proprio da Leu arriva una proposta «alternativa», quella di Federico Fornaro e Pier Luigi Bersani: una tassa ma «una tantum» per chi possiede «una ricchezza netta sopra 1, 5 milioni di euro, escludendo dal calcolo l'abitazione principale». Si pagherebbe l'1%, «da versare entro il 30 novembre 2021». Ma niente di questo piace ai partiti di governo. «M5s è fortemente contrario», chiude Luigi Di Maio. «È totalmente sbagliato colpire imprenditori, commercianti e chi crea posti di lavoro». Il Pd prima fa trapelare ufficiosamente che la proposta «non impegna i gruppi parlamentari», poi fa uscire una bocciatura ufficiale: «È inopportuna», dicono Ubaldo Pagano e Gianmario Fragomeli, capigruppo in commissione Bilancio e Finanze. Per Italia viva parla il presidente Ettore Rosato: «Non serve la patrimoniale, non serve una nuova tassa». Attacca ovviamente anche il centrodestra. Per Matteo Salvini «Se superi i 500mila euro di valore, giù tasse. Un'altra geniale proposta di Pd e Leu... Il solo pensare di tassare ora chi ha casa e risparmi è da arresto immediato». Giorgio Mulè, Fi, sostiene «Di Maio oggi prende distanza dalla patrimoniale mentre pezzi della sua maggioranza la vorrebbero» .