Anglotedesco

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domenica 15 novembre 2020

Agguato del Mossad.Ucciso a Teheran il numero-2 di Al-Qaeda

 


Giordano Stabile

A Teheran è una giornata di inizio agosto, ancora afosa alle nove di sera. Il professor Habib Daoud è appena uscito di casa, in macchina con la figlia Mirian. Il finestrino della sua Renault Logan è abbassato. Una moto l'affianca, a bordo due uomini, i volti nascosti dai caschi. Quello sul sellino posteriore estrae una pistola automatica e fa fuoco cinque volte. Quattro colpi vanno a segno, i passeggeri muoiono subito. La moto si dilegua nel traffico della capitale iraniana. Quel 7 agosto gli occhi del mondo sono ancora puntati su Beirut, sfigurata dalla terrificante esplosione di tre giorni prima. La vittima è identificata come un libanese, il movente è un mistero. Ma non è così. Il professor Daoud era in realtà un egiziano, ed era il numero due di Al-Qaeda, subito dopo il connazionale Ayman al-Zawahiri. Il suo nome di battaglia era Abu Muhammad al-Masri, "l'egiziano" in arabo, e la sua parabola è legata con quella di Hamza bin Laden, figlio ed erede designato del principe del terrore. Gli Stati Uniti erano sulle sue tracce da vent'anni. Nel 2018 la Cia aveva stabilito che si trovava ancora in Iran, dove era fuggito dall'Afghanistan alla fine del 2001 proprio assieme ad Hamza. Sulla sua testa c'era una taglia da 10 milioni di dollari. Per eliminarlo l'antiterrorismo americano si è affidato al Mossad, e alle sue cellule ben impiantate a Teheran. Le stesse che fra il 2010 e il 2012 hanno ucciso quattro scienziati legati al programma nucleare. Anche la data, il 7 agosto, è simbolica. E' lo stesso giorno degli attacchi alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania nel 1998, il primo sfregio inferto da Al-Qaeda all'America, 224 morti. Al-Masri era stato la mente di quelli attacchi. Per oltre tre mesi, però, nessuno rivendica. Gli iraniani diffondono la versione di facciata, il professore di storia libanese. La tv beirutina Mtv aggiunge che Daoud «era un membro di Hezbollah». Ma ci sono punti oscuri, e i primi ad avere dubbi sono gli account filo-jihadisti sul Web. Finché alcuni funzionari anonimi a Washington, in piena e caotica transizione alla Casa Bianca, rivelano tutto al New York Times. Teheran ha subito smentito e ribadito che «non ci sono terroristi di Al-Qaeda sul suolo iraniano». Il ministero degli Esteri ha accusato «Washington e Tel Aviv» di cercare di diffondere «false informazioni per nascondere le proprie responsabilità nelle attività criminali di questo e altri gruppi terroristici nella regione». La Repubblica islamica sciita si proclama come il nemico più implacabile delle organizzazioni estremiste sunnite, i "takfiri". Ma la realtà è più complessa. I latitanti Al-Qaeda, dopo la cacciata dall'Afghanistan, hanno costruito una loro rete anche in Iran. Le autorità hanno chiuso un occhio, a volte due, con lo scopo di usarli come pedine. Hamza bin Laden, l'esponente più "prezioso", è stato tenuto in custodia fino al 2010, ed è stato poi rilasciato in cambio di due diplomatici iraniani sequestrati in Pakistan. Ma Al-Masri, 58 anni, e il suo braccio destro, l'altro egiziano Saif al-Adel, sono rimasti Iran. Per la Cia, e il Mossad, prova le «complicità fra Iran e Al-Qaeda», nel nome del comune nemico Usa. 

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