Anglotedesco

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venerdì 27 novembre 2020

ARRIGO SACCHI: «Un Mozart del calcio.Era l'eccezione, amico geniale»


Intervista di Jacopo D'Orsi 

Napoli-Milan è stata l'ultima partita del suo Napoli prima che se ne andasse ed è bello pensare che non sia stato un caso. Perché Diego Armando Maradona ha scritto la propria leggenda anche nelle sfide scudetto con i rossoneri alla fine degli Anni 80, manifesto del fu campionato più bello del mondo. Dall'altra parte, in panchina c'era Arrigo Sacchi: «Affrontarlo ci aiutava a dare di più - racconta - perché sapevamo di avere a che fare con il più grande». 

Sacchi, cosa è stato Maradona per lei? 

«Un formidabile avversario, un giocatore inarrivabile. Poi un amico». 

Partiamo dal rivale. 

«Il gol più fantomatico che abbia mai visto ce lo segnò di testa da fuori area. Solo un genio poteva pensarlo, mi ritrovai ad applaudire». 

Ricorderà la punizione nel match scudetto, 1° maggio '88 al San Paolo, 3-2 per voi. 

«Ricordo cosa mi disse Diego dopo il gol: che doveva sfiorare l'orecchio di Gullit, ultimo giocatore in barriera, altrimenti non avrebbe segnato. Lo sfiorò. Un'altra volta, 1987-88, dopo 20' di dominio nostro a San Siro, lui prende il pallone e manda in porta Careca: 0-1. Mi girai verso la panchina demoralizzato, "così non vale"». 

È stato il più forte di tutti? 

«Ho la fortuna di avere un pallone firmato dai tre più grandi, del periodo che ho visto: Maradona, Pelé, Di Stefano». 

Le sarebbe piaciuto allenare Diego? 

«Me lo chiese, mi disse "mister, se viene a Napoli con me e Careca partiamo da 1-0". Controllai e aveva ragione, avevano segnato 35-36 gol». Lei il rivoluzionario del gioco, lui magnifico solista: avreste potuto convivere? «Diego era generoso anche in campo, non giocava per sé. Ogni regola ha un'eccezione, sarebbe stato l'eccezione per tutti gli allenatori». 

Per lei lo fu solo una volta, selezione della Serie A nel 1988. 

«La sera prima della partita in hotel arrivavano ragazze in continuazione... Dissi al mio vice Galbiati, "se continua così non ci salviamo neanche noi". Il giorno dopo Diego mi chiese di giocare solo un tempo e sapevo perché, ma poi al 45' cambiò idea e ci aiutò a pareggiare: il fascino del pallone per lui era irresistibile». 

Ha fatto discutere una frase di Cabrini, secondo cui se Maradona avesse giocato nella Juve invece che nel Napoli sarebbe ancora vivo. 

«Non lo so, non leggo il futuro ma so che a Napoli ha vinto e fatto grandissime cose, non perso tempo. Dopo il Mondiale 1986, poteva vincere anche nel 1990 e considerato il clima pure nel 1994, non fosse stato per il doping». 

Quando iniziò il rapporto fuori dal campo? 

«Febbraio 1988, partita di beneficenza a Venezia organizzata dall'Unicef: dopo cena restammo a parlare di calcio, era la sua ragione di vita. È stato un uomo poco aiutato e molto sfruttato». 

Perché al contrario di altri campioni non è diventato un buon allenatore? 

«Non è automatico. L'ho seguito anche nella nuova carriera, speravo che fosse la sua ancora di salvezza». 

Maradona è stato un artista paragonabile a chi? 

«Ad esempio a Mozart. O Arcangelo Corelli, il maestro della musica barocca che prima di morire bruciò quasi tutte le sue opere. Mi chiesero perché, risposi "magari non gli piacevano più". I geni, per noi che non lo siamo, sono difficili da capire. Così Diego che ha insegnato molto a tutti». 

Che cosa? 

«Che il calcio può raggiungere livelli impensabili. Ha contribuito a renderlo globale». 

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