Anglotedesco

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venerdì 27 novembre 2020

Calabria, il commissario è Guido Longo:"Accetto come atto d'amore"

 


di Ilario Lombardo 

Nel pieno impazzimento del totonomi, per una storia che si stava avvitando in un ennesimo epilogo tragicomico, è capitato che spuntasse il nome di Rosy Bindi come possibile commissario della Sanità in Calabria. Subito si è pensato a Mattarella, legato all'ex ministro Pd della Salute da amicizia e da un solido legame politico. Pochi minuti dopo, un Consiglio dei ministri durato un pugno di minuti ha decretato che il prossimo commissario straordinario sarà Guido Nicola Longo, ex prefetto di Vibo Valentia.Il nome è in mano a Conte, quando il premier varca la soglia del Consiglio dei ministri, in una coda di estremo imbarazzo per una scelta, quella di Agostino Miozzo, che ancora una volta governo si è rimangiato. Il coordinatore del Comitato tecnico scientifico e il premier non hanno trovato un accordo su alcune condizioni poste dall'ex dirigente della Protezione civile. Qualunque sia il motivo, la fotografia finale del governo che non riesce a chiudere un dossier così semplice assume contorni politicamente sgradevoli. Tra i ministri, per ore, è forte la convinzione che i tempi si allungheranno di nuovo e ci vorranno altri giorni per decidere chi mandare in Calabria. Non sanno che nel frattempo il presidente della Repubblica ha manifestato la sua preoccupazione e spinge perché la soluzione si trovi al più presto, in giornata. Poco dopo, Conte convoca il Cdm e fa il nome di Longo. Un superpoliziotto di 67 anni, nato a Catania, che nella vita ha lavorato con Giovanni Falcone e ha partecipato alla cattura del boss dei Casalesi Francesco Schiavone. «Un uomo delle istituzioni sempre a difesa della legalità» lo definisce Conte, sollevato di aver chiuso una storia che stava sotterrando a colpi di gaffe la credibilità del governo. Prima un commissario, Saverio Cotticelli, che ammette l'incapacità di disegnare un piano anti-Covid, poi un altro, Giuseppe Zuccatelli, che mesi fa contestava l'utilità delle mascherine in piena pandemia, fino alla grottesca rivelazione dell'ex rettore della Sapienza, Eugenio Gaudio, prescelto dal Conte ma impossibilitato a trasferirsi in Calabria perché la moglie non intendeva seguirlo. Di tentativo in tentativo, si arriva a Narciso Mostarda, direttore generale della Asl 6 di Roma, bruciato dalla contrarietà del M5S per la sua vicinanza al Pd e a Zingaretti. L'ultima scelta era ricaduta su Miozzo. Il coordinatore del Cts era contento di andare in Calabria. Ma ponendo determinate condizioni che il premier ha respinto. Miozzo aveva chiesto garanzie per poter muoversi in una terra dove le autorità devono avere spazi di manovra di grande efficienza. Temeva di finire dimenticato, una volta che i riflettori si fossero spenti sulla Calabria, come avviene sempre. Voleva poteri speciali, con forme di immunità, e una sua squadra, con uomini della Guardia di Finanza, dei Carabinieri, oltre che tecnici indipendenti dalle Asl locali. Infine, aveva chiesto il ritorno in servizio dalla pensione, in Protezione civile. Longo è stata la conseguenza di questa trattativa arenatasi sul finale. Un compromesso del governo con i propri fallimenti. E il neo-commissario non lo nasconde: «Ho accettato perché sono un prefetto e quando il governo della Repubblica chiama io non posso rifiutare e poi per un atto di amore verso una terra che amo e che mi ha formato». Ammette che il posto è stato rifiutato da tanti e che sul fronte del debito e delle risorse c'è ancora poca chiarezza: «Non ho ricevuto indicazioni specifiche su eventuali stanziamenti straordinari da parte del governo e non tocca a me dire se ci sarà la cancellazione del debito». Nei prossimi giorni dovrebbero esserci a colloqui più approfonditi con l'esecutivo, poi il commissario dovrà relazionare ogni sei mesi con Conte o i ministri competenti. Nel pasticcio calabrese si era condensata tutta la slabbratura di una maggioranza che è preda di insoddisfazioni da più parti. Con il Pd che dice di correre, di uscire dall'immobilismo e Renzi che sussurra scenari di crisi a gennaio. Manovre che agli occhi di Conte servirebbero solo ad accelerare il rimpasto e peccano di una «contraddizione». Lo ha confessato a un ministro: «Non è possibile che un giorno dicano che decido tutto da solo, accentrando su di me ogni cosa, e il giorno dopo che non decido nulla». Segnali inequivocabili che non si potrà più rimandare la famosa verifica annunciata a metà ottobre. Nel frattempo, il tavolo di maggioranza per discutere del programma di governo previsto per ieri è slittato a lunedì. 

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