Anglotedesco

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lunedì 30 novembre 2020

Caso Regeni, l'ultimo oltraggio dell'Egitto

 



di Grazia Longo 

Ci sono notizie, come questa sul caso drammatico di Giulio Regeni, che vanno lette in controluce, tra le righe. Perché un conto è ciò che appare in evidenza e un altro quello che si può intuire sullo sfondo. Il dato, nudo e crudo, è che la procura di Roma ha chiuso le indagini sul sequestro e sul delitto del giovane ricercatore friulano al Cairo, tra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016 e che è dunque pronta a processare i cinque funzionari dei servizi segreti egiziani. Durante una videoconferenza, ieri tra il procuratore capo di Roma Michele Prestipino e il procuratore generale d'Egitto, Hamada al Sawi, quest'ultimo, pur esprimendo delle riserve, in un documento congiunto ha dichiarato che «rispetta le decisioni che verranno assunte, nella sua autonomia, dalla procura della Repubblica di Roma». Un elemento non trascurabile perché di certo mai dal Cairo sarebbe potuto arrivare un lasciapassare chiaro e inequivocabile al rinvio a giudizio e al processo dei cinque esponenti della National Security Agency ritenuti dalla procura di Roma, grazie alle indagini dei carabinieri del Ros e dei poliziotti dello Sco, i colpevoli della morte di Giulio Regeni. E quindi, nonostante sia vero che l'alto magistrato egiziano «avanza riserve sulla solidità del quadro probatorio italiano che ritiene costituito da prove insufficienti per sostenere l'accusa in giudizio», è altrettanto sicuro che non si oppone all'iter giudiziario delineato dal pm Sergio Colaiocco e dal procuratore Prestipino.Entro i prossimi dieci giorni la procura di Roma procederà all'avviso di conclusione delle indagini con l'elezione di domicilio per i cinque indagati e dopo altri venti giorni questi verranno rinviati a giudizio. Essi potranno rivolgersi ad un avvocato di fiducia, altrimenti si procederà con quelli di ufficio e quindi, anche nel caso in cui non fosse possibile l'elezione di domicilio si attiverà un decreto di irreperibilità.Conscio di questa eventualità, il procuratore egiziano Hamada al Sawi avrebbe dunque potuto rovesciare le carte in tavola e respingere tout court l'avviso di conclusione di indagini dei colleghi italiani. O, peggio ancora, avrebbe potuto istruire un processo per omicidio per la banda di criminali comuni accusata di aver rubato la borsa del ricercatore italiano. Ma così non è stato. La procura generale d'Egitto ritiene infatti che l'esecutore dell'omicidio di Regeni sia ancora ignoto. Si appiglia però a quella che è chiaramente un depistaggio, una messinscena e cioè «aver raccolto prove sufficienti nei confronti di una banda criminale, accusata di furto aggravato degli effetti personali di Regeni che sono stati rinvenuti nell'abitazione di uno dei membri della banda criminale». I magistrati egiziani chiuderanno quindi le indagini nei loro confronti «incaricando inoltre gli inquirenti di giungere all'identificazione dei colpevoli dell'omicidio».L'equilibrismo del confronto tra il Cairo e Roma non soddisfa affatto la famiglia. I genitori di Giulio, Paola e Claudio Regeni, insieme all'avvocato Alessandra Ballerini dichiarano: «Le strade tra le due procure non sono mai state cosi divise. In questi anni abbiamo subito ferite e oltraggi di ogni genere da parte egiziana, ci hanno sequestrato, torturato e ucciso un figlio, hanno gettato fango e discredito su di lui». E Erasmo Palazzotto, presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Giulio, incalza: «La presa di posizione egiziana è un oltraggio che non possiamo permetterci di subire. Il Governo assuma le misure necessarie a tutelare la dignità e la credibilità internazionale del nostro Paese». 


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