Anglotedesco

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giovedì 26 novembre 2020

Diego, una processione infinita dimenticando il lockdown


di Niccolò Carratelli 

«Che te lo spiego a fare, tanto non puoi capire». Lo dice come fosse ovvio, e probabilmente ha ragione, la signora Maria. Chi non ha sangue napoletano, tutto questo amore, non lo può capire. Seduta su una sedia nella piazzetta "degli artisti", nel cuore dei Quartieri spagnoli, Maria guarda lo storico murale che raffigura Maradona con la maglia del Napoli, da trent'anni impresso (e anche restaurato) sulla facciata scrostata del suo palazzo. «Quello è il mio negozio, sono la commerciante più vecchia di questa via, questo disegno l'ho visto fare - racconta con orgoglio -. E c'ero pure quella sera che Diego è venuto a vederlo. Si presentò in taxi, quasi di nascosto». Sui muri intorno le foto della gesta calcistiche del "D10S", il suo volto vicino a quello di altri simboli della citta: Totò, Massimo Troisi, Pino Daniele. Da un bar sparano ad alto volume le note spagnole de "La mano de Dios", all'interno uno schermo rimanda all'infinito i gol del Pibe de oro. Gli abitanti del quartiere portano mazzi di fiori, qualcuno offre santini improvvisati, tipo figurine Panini, i ragazzi scattano selfie. Diego Armando mostra la carta di identità: «Se no non mi credi, ma di trentenni con questo nome in giro ne trovi tanti - dice ridendo - i miei non sono stati originali». A pochi metri, davanti a un grande cuore azzurro con il 10 al centro, Luigi De Biase sta provando a spiegare alla figlia Margherita, 5 anni, chi era questo Maradona: «Un supereroe». Per il suo papà, da bambino, era questo e molto di più. Il culto maradoniano si esalta nel Bar Nilo, sulla strada per San Gregorio Armeno. «Questo è il tempio di Diego», mette subito in chiaro il titolare Bruno Alcidi, terza generazione alla guida del locale. Mostra l'altare votivo che ha creato a fianco alla macchina per il caffè, c'è anche un "capello miracoloso" di Maradona: «L'ho recuperato dal poggiatesta del suo posto in aereo - racconta Bruno - al ritorno da Milano dopo una trasferta». Di piccoli altari, con lumini accesi ed effigi del campione, se ne incontrano altri, addentrandosi nella via dei presepi. Le botteghe sono ufficialmente chiuse (Napoli è zona rossa), ma tutte attive. Nel cortile dei Fratelli Capuano, ogni artigiano ha portato la sua statuina di Maradona per un momento di commemorazione. «Lui è sempre tra i soggetti più richiesti, tra un po'supera San Giuseppe», scherza (ma fino a un certo punto) Genny Di Virgilio. Ha lavorato tutta la notte per realizzare una statuetta che raffigura Maradona con la maglia dello scudetto e le ali da angelo: «Questo è un pezzo unico, lo terrò come ricordo - spiega - ne farò altre simili, più piccole, da vendere. Quest'anno, se ci fanno lavorare, andranno a ruba». Ha pezzi unici ma non vende nulla, invece, Massimo Vignati. Nel sottoscala del suo palazzo, in zona Miano, ha creato un piccolo e straordinario museo intitolato al padre Saverio, morto anni fa, per 35 anni custode dello stadio San Paolo e grande amico di Maradona. Ci sono decine di magliette originali usate dal Pibe de Oro, poi palloni, scarpini, felpe da allenamento, il contratto originale firmato per il passaggio dal Barcellona al Napoli. «Ho ricevuto offerte folli ma non cedo, queste cose valgono troppo per noi», assicura. La mamma di Massimo, Lucia Rispoli, è stata la governante di casa Maradona, la sua cuoca di fiducia per tutti gli anni napoletani. «Pensi che lui veniva a volte di notte qui a casa per farsi preparare qualcosa, si è presentato a sorpresa al compleanno di mia sorella. Una volta è sceso a buttare la spazzatura e si è messo a palleggiare con le arance qui in mezzo alla strada, era davvero di famiglia - racconta commosso - io ho perso un fratello, mia madre un figlio, non fa che piangere». Poco dopo le 18 si accendono tutti insieme centinaia di fumogeni rossi, avvolgono lo stadio. «Sai perché mi batte il corasson...». Fuori si canta, mentre i giocatori del Napoli entrano in campo per la partita di Europa League, tutti con la maglia numero 10. La città dà l'ultimo saluto al suo Mito, la gente affacciata alle finestre, un lungo applauso e poi un urlo: Diego!

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