Anglotedesco

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venerdì 27 novembre 2020

La Svizzera apre le piste da sci :«Nessun focolaio, italiani benvenuti»



da IL CORRIERE DELLA SERA del 28 novembre 2020.Andrea Galli

Oltre settemila chilometri di piste, quasi duemila impianti di risalita. «Sarà una grossa sfida» dicono le voci ufficiali del governo. In direzione contraria e forse un po’ ostinata, la Svizzera apre la stagione dello sci. Le nazioni confinanti nicchiano, dubitano, temporeggiano? Problemi loro.Problemi nostri: dall’ufficio turistico di Saint Moritz, nel Cantone dei Grigioni, ci dicono che siamo ben accetti, a patto di accontentarci della neve artificiale, e aggiungono che non servono protocolli di sorta per entrare. Liberi tutti. Semmai, ma proprio semmai, sarà in uscita l’autorità doganale a consigliare un’eventuale quarantena una volta tornati a casa propria. Fine, buona serata.Eppure gli svizzeri non tengono conto delle parole dell’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, che identifica nella zona di Ginevra uno dei principali, se non il principale focolaio d’Europa, come confermano le drammatiche situazioni degli ospedali, ai livelli, per dire, di Varese e di Como, se non pure peggio. Ovvero ambulanze in coda fuori dal pronto soccorso, posti letto carenti, reparti trasferiti, medici e infermieri malati a decine e decine, le terapie intensive piene, una quotidianità di nuovi casi che non concede tregua.Su quest’ultima voce, le autorità svizzere hanno al contrario costruito la benedizione di discese e slalom che, va da sé, in un’impellente necessità di sciare ora e subito, nemmeno fosse il capriccio di un bimbo, potrebbero provocare emigrazioni da oltre confine. A cominciare dall’Italia, ovvio. I dati, viene ripetuto, non hanno mai superato le cinquemila unità giornaliere. Vero. Ma vero che nella Confederazione abitano appena in otto milioni e mezzo. Fonti sanitarie confermano al Corriere che, a livelli generali, il quadro è molto peggiore ad esempio di quello italiano. Senza contare, pur sempre in assenza di verità scientifiche, l’evocazione di «inneschi» del virus nel Canton Ticino che avrebbero colpito le migliaia di lavoratori transfrontalieri i quali a loro volta l’avrebbero veicolato nei paesini di residenza.Un termine prima menzionato, «focolaio», in Svizzera non vogliono sentirlo nemmeno nominare. E quindi? Quindi staremo a vedere. Saranno in vigore, e ci mancherebbe il contrario, gli obblighi della mascherina e dei distanziamenti, e un numero massimo di accessi sulle piste e approfondite verifiche ovunque, pena multe pesanti ai trasgressori (al momento sono le uniche certezze). Gli esperti degli sport invernali predicano la sicurezza sulle piste, dove uno va per la sua strada lontano dal prossimo e dunque lontano dal rischio di un contagio. Ma nessuno può dire cosa succederà sugli impianti di risalita, nei rifugi, nei ristoranti, nei bar e via elencando. Citiamo Ranieri Guerra, direttore aggiunto dell’Oms, che ha parlato da ultimo a Rai 3: «Ci sono anche altri modi di fare turismo montano in inverno in cui non si rischia la pelle degli altri. Mi meraviglio molto ogni volta che esce una questione come questa, perché siamo di fronte a un numero di decessi che è sicuramente un fallimento della medicina così come della coscienza sociale di tutti quanti».Al netto delle preoccupazioni specie quelle ad alto livello, la Svizzera è pronta e tranquilla. Da giorni, hotel e centri di noleggio del materiale annunciano sensibili sconti, e naturalmente la riduzione del prezzo aumenterà in relazione alla durata della permanenza, auspicando che i turisti gradiscano e si fermino. Ci sono ribassi del trenta, del quaranta per cento. Non è soltanto un esplicito messaggio a prendere e partire. Di più.

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