Anglotedesco

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lunedì 16 novembre 2020

MARCO BONOMETTI (Confindustria Lombardia):"Troppe mancette,così non c'è crescita"



Intervista di Teodoro Chiarelli 

Questo «è un Paese ingessato, dove manca una visione per il presente e il futuro. In cui nessuno si assume la responsabilità di decidere, mentre noi tutti stiamo affogando di burocrazia». Ci va giù duro Marco Bonometti, classe 1954, presidente di Confindustria Lombardia. 

L'ennesima manovra del governo certo non lo entusiasma. Sempre critici voi industriali? 

«Premesso che non ne faccio una questione di questo o quello schieramento, credo che come classe dirigente abbiamo il diritto e il dovere di manifestare il nostro pensiero critico se qualcosa non ci convince». 

Il governo non vi ascolta? 

«Se ci ascoltasse non butterebbe un sacco di miliardi un po' a casaccio. Ci vuole ben altro. Serve un patto di sopravvivenza e, soprattutto, un patto per il lavoro». 

D'accordo con il segretario della Cgil Landini? 

«Semmai sono d'accordo con il mio presidente Carlo Bonomi. Comunque Landini è uomo di fabbrica. E con quelli che lavorano in fabbrica le soluzioni si trovano». 

Un accordo fra imprese e sindacati è possibile? 

«Certo, se si affrontano i problemi in maniera non ideologica. Il fatto è che per il patto sul lavoro manca il terzo incomodo: il governo. In questi anni nessun esecutivo ha avuto una visione, ha espresso una progettualità». 

Ma voi imprenditori: tutti e sempre vittime? 

«A fine luglio abbiamo presentatole nostre belle proposte concrete, a iniziare da una riforma degli ammortizzatori sociali. Stiamo ancora aspettando una risposta. E neppure abbiamo visto avanzare altre proposte concrete». 

Forse perché concentrati sull'emergenza Covid? 

«Proprio questo è il punto: non hanno preso spunto dalla pandemia per migliorare il Paese». 

Faccio un esempio, i trasporti. Ormai è acclarato che il virus si diffonde anche perché nelle ore di punta treni, metropolitane e bus sono troppo affollati. Ma perché in questi mesi non si è fatto niente? Non hanno acquistato nuovi bus e non hanno voluto utilizzare i pullman turistici che sono fermi». Detta così è un po' semplicistica. 

«Allora le faccio un altro esempio. A marzo i nostri stabilimenti si sono fermati in Italia come negli Stati Uniti. Bene, negli Usa a fine mese sul conto dell'azienda il governo ha versato l'equivalente degli stipendi corrisposti ai dipendenti. In Italia i miei colleghi stanno ancora aspettando la cassa integrazione che hanno anticipato». 

E lei? 

«Niente cassa, ho preferito sfruttare le ferie arretrate. Dopo qualche incomprensione iniziale, i lavoratori hanno capito: meglio smaltire le ferie, che prendere 7-800 euro di cassa integrazione». 

Il suo collega Carraro ha detto che i 500 milioni stanziati per le politiche attive sono una mancetta. 

«Ha ragione. Le politiche attive avrebbero dovuto essere un pilastro della riforma del lavoro. Il mondo è cambiato, e anche l'organizzazione delle fabbriche. Pure la produzione è cambiata. I contratti vanno legati a produttività e flessibilità. Formazione e riqualificazione sono indispensabili. Le macchine te le compri, i lavoratori o te li formi o non li hai. Servono sforzi importanti». 

Invece? 

«Invece hanno rifinanziato il reddito di cittadinanza. Mancette di partito». 

Il governo ha stanziato finora 100 miliardi di euro: difficile definirli palliativi, non trova? 

«Così sono sprecati. Gli investimenti devono essere per loro natura produttivi, creare crescita e sviluppo. Anche perché portano debito. E l'indebitamento va tenuto d'occhio. Non possiamo lasciarlo alle nuove generazioni che poi dovranno pagare per la vita. Il futuro passa attraverso decisioni che si prendono adesso. Tutti condividiamo la diagnosi. Ma poi bisogna definire le terapie e chi le porta avanti. Oggi la catena di responsabilità è troppo lunga con il risultato che nessuno è responsabile di niente». 

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