Anglotedesco

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giovedì 26 novembre 2020

MES,intesa nel governo.Via libera alla riforma ma i soldi non si usano

 



di Alessandro Barbera e Ilario Lombardo 

Giuseppe Conte mangerà il panettone a Palazzo Chigi. Il 9 dicembre, quando dovrà presentarsi in Parlamento per avere il sì alla riforma del fondo salva-Stati, non ci saranno sorprese. Il compromesso con il Movimento Cinque Stelle, da sempre contrario, è pronto. Se fra di loro ci dovessero essere defezioni, farà comunque la differenza il sì di Forza Italia. Dal veto italiano in Europa a quella riforma, essenziale per creare un meccanismo di salvataggio per le banche in caso di crisi, è passato un anno. Allora la maggioranza giallorossa - nata appena tre mesi prima - rischiò il peggio. Ma da allora è come se fosse passato un secolo. L'agenda è decisa: lunedì il ministro del Tesoro Roberto Gualtieri riferirà alla Commissione Finanze. Per evitargli grane non ci sarà nessun voto, solo un passaggio per rendere possibile al ministro di incontrare subito dopo i ministri finanziari dell'Unione e dire sì. Il passaggio più delicato è quello del 9 dicembre, il giorno prima il vertice dei capi di Stato che dovrà mettere l'ultimo sigillo alla riforma. Anche in questo caso il compromesso è pronto. Secondo quanto riferiscono fonti di governo e dei Cinque Stelle il testo della risoluzione di maggioranza per autorizzare il premier al sì in Europa sottolineerà che l'Italia non ha alcuna necessità - né oggi, né domani - di far uso di quel prestito. Un post apparso nel Blog dei Cinque Stelle conferma le intenzioni: ribadisce il no all'uso del Mes per le spese sanitarie (lo strumento ad hoc fuori delle regole ordinarie del fondo salva-Stati), ma evita accuratamente di citare la riforma. Insomma, per l'ala governativa del Movimento la faccenda è chiusa, meno per le frange più radicali. Lo conferma quanto accaduto nel pomeriggio di ieri dopo il post ufficiale. Due gruppi di sei deputati e sette senatori hanno a loro volta diffuso un comunicato con toni minacciosi. I primi - fra cui Raduzzi e Cancelleri - sottolineano il senso di una riforma che imporrebbe condizionalità "peggiorative". Il gruppo di Palazzo Madama (fra loro Pesco, Lannutti, Dessì) ritengono «inutile stare ancora a ragionare della riforma di un siffatto strumento». Val la pena qui sottolineare che di vero nelle obiezioni grilline non c'è quasi nulla. In caso di crisi del debito sovrano la riforma introduce meccanismi più semplici per procedere all'eventuale ristrutturazione di un debito sovrano, ma allo stesso tempo crea uno scudo più forte contro eventuali crisi bancarie. Escluse le difficoltà alla Camera, basterebbe il gruppo del Senato a far saltare la maggioranza? In linea astratta sì. Ma ci sono almeno un paio di ragioni per cui non accadrà. La prima è il voto favorevole di Forza Italia. Lo confermano la capogruppo in Senato Annamaria Bernini e l'ex ministro Renato Brunetta, colui che in questi giorni ha spinto per la trattativa con il Pd per il sì del centrodestra alle nuove autorizzazioni di spesa. Spiega Bernini: «Vogliamo vedere il testo della risoluzioni, ma dire no significherebbe smentire la nostra battaglia per il sì al Mes». E il secondo: «Escludo Forza Italia possa dire no ad una riforma dei Trattati». Ma c'è una ragione ancora più forte per cui la maggioranza uscirà indenne dal voto. Spiega una fonte del Movimento sotto la garanzia dell'anonimato: «Se ci spaccassimo per Conte significherebbe essere costretto a salire immediatamente al Colle per rassegnare le dimissioni in piena sessione di bilancio, e con conseguenze imprevedibili per il governo e la legislatura. Di ciò i colleghi senatori sono consapevoli». Sarebbero pesantissime anche le conseguenze internazionali: se l'Unione ha dato un anno di tempo all'Italia per prendere la sua decisione, è stato solo a causa del Covid. Per chi ha in mano il pallottoliere considera qualche defezione fra i grillini ormai inevitabile. I 54 voti in mano a Forza Italia fanno dormire a Conte sonni tranquilli. Andrea Cangini, fra i senatori chiamati a dare soccorso al governo in nome dell'interesse nazionale, la butta in battuta: «Se cambiassimo nome alla riforma e invece di Mes la ribattezzassimo Ugo, la maggioranza non avrebbe nulla di cui discutere». Di qui a un anno il problema si riproporrà con il voto di ratifica del Parlamento alla modifica dei Trattati. Ma di qui ad allora nessuno nei palazzi scommetterebbe che la maggioranza di governo sarà quella di oggi. Più facile trovare qualcuno disposto a farlo sul nome dell'eventuale premier.

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