Anglotedesco

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venerdì 13 novembre 2020

PREGLIASCO:"Necessario senza pranzi e cene con i nonni"

 



Intervista di Francesco Rigatelli

«Le chiusure stanno funzionando e le nuove zone rosse e arancioni proseguono nella direzione giusta. Ora bisogna investire per evitare altri guai a gennaio». Fabrizio Pregliasco, ricercatore di Virologia all'Università Statale e direttore sanitario del Galeazzi di Milano, cerca di «vedere il bicchiere mezzo pieno, perché qualche risultato sta arrivando». 

Ieri sono stati superati i 40mila contagi. È un dato affidabile, preoccupante? 

«Difficile da stabilire perché purtroppo si è persa la capacità di tracciamento. Nella prima ondata i dati erano sottostimati di circa dieci volte, ora potrebbero essere il doppio perché si fanno i tamponi anche agli asintomatici». 

Mettiamo che siano il doppio, quindi 80mila, a che punto è la seconda ondata? 

«Alla fine della crescita esponenziale, cioè all'appiattimento della curva. Le misure stanno funzionando e per questo ha senso continuare in Campania, in Toscana e ovunque necessario». 

Ma la curva piatta dove ci porterà? 

«A un Natale tranquillo. Le chiusure non abbatteranno i contagi, ma eviteranno il caos e tra un mese si potrà fare qualche giudiziosa riapertura». 

A Natale i contagi saranno diminuiti? 

«Sì, ma non dovremo ripetere gli errori estivi. Ogni contatto rimarrà a rischio». 

Si potrà fare il pranzo di Natale? 

«So che sarà dura, ma i nonni sarà meglio lasciarli a casa. Genitori e figli al massimo». 

Nel frattempo tutte le regioni diventeranno rosse o qualcuna riuscirà a spuntarla? 

«Bella domanda. Non bisogna comportarsi da bambini. Più si è irresponsabili e più persone si ammalano, vengono ricoverate e muoiono: 550 decessi solo ieri suggeriscono anche a chi vive in zone gialle e arancioni di evitare qualsiasi contatto rimandabile». 

Come ha fatto la Campania a passare da gialla a rossa? 

«Difficile dirlo non essendo noto il metodo di valutazione dei 21 criteri. Non mi pare si tratti di un algoritmo assoluto, ma di un albero decisionale con parametri spesso difficili da trovare. In ogni caso, è un bene che la Campania sia zona rossa». 

Perché la Lombardia resta la regione più colpita? 

«È la dinamicità a punirla: molta popolazione, alta densità, tanti contatti lavorativi e personali. Anche in Lombardia però il contagio rallenta e, ora come nella prima fase, gli ospedali hanno retto grazie allo sforzo imponente di mezzi e personale. Non molte regioni ce l'avrebbero fatta». 

Quanto è grande il rischio di una terza ondata? 

«Esiste e bisogna prepararsi, anche se non è detto che si verifichi. La strategia scelta dal governo di chiusure lente e graduali potrebbe portare dei risultati di lungo periodo». 

Andavano fatte prima? 

«Certo, un lockdown immediato sarebbe stato meglio, ma i provvedimenti vanno compresi da tutti altrimenti sono controproducenti. Già così il governo è stato molto criticato. Va ricordato che si tratta di una situazione senza precedenti in cui molti Paesi efficienti sono andati in crisi». 

Come prepararsi alla terza ondata? 

«Non disperdendo i risultati di queste chiusure. A gennaio ci sarà il picco dell'influenza e saremo avvantaggiati se avremo aumentato la capacità di tracciamento, di tamponi e di test veloci come screening in scuole e aziende. Dovremo migliorare i protocolli per le cure a casa e l'organizzazione degli hotel Covid. Infine, una maggiore tranquillità mediatica potrebbe diminuire l'ansia collettiva». 

Si può dire che la seconda ondata sia più leggera della prima? 

«Siamo più preparati, la curiamo meglio, ci sono meno morti, potrebbe durare meno, ma aspettiamo che sia finita. Purtroppo rispetto alla prima è meno concentrata e se a Bergamo e Brescia stanno bene, anche perché sono stati più attenti dopo aver sofferto molto, nel resto d'Italia il problema si è espanso». 

Come mai ci sono ancora tanti contagi in ospedali e Rsa? 

«Gli operatori sanitari non si infettano in ospedale, ma in famiglia come tutti. L'unica sarebbe farli dormire nelle strutture. Purtroppo i protocolli non sono a rischio zero. Mascherine, camici, disinfettanti e percorsi separati sono come tante fettine di formaggio coi buchi, che sovrapposte diventano impermeabili, ma mai del tutto».

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