Anglotedesco

Anglotedesco

mercoledì 18 novembre 2020

Riportare a casa i soldati americani. L’ultima missione di Trump

 



da LA REPUBBLICA del 18 novembre 2020.Federico Rampini 

I soldati americani devono tornare a casa: dall’Afghanistan, dall’Iraq, dalla Somalia. Donald Trump è determinato, vuole mantenere anche questa promessa che fece agli elettori nella sua prima campagna elettorale quattro anni fa. È disposto a litigare fino all’ultimo con i suoi generali — ne ha già licenziati tanti — pur di spuntarla. Potrebbe fare a breve scadenza un discorso alla nazione con questo annuncio: ho mantenuto la parola. In realtà il ritiro non sarebbe totale, però i contingenti residui su quei tre fronti sono ormai ai minimi termini rispetto ai tempi di George W. Bush e di Barack Obama, perché in questi ultimi quattro anni sono stati effettuati diversi ridimensionamenti e ritiri di truppe. In Afghanistan è rimasto il contingente più grosso, 5.000 soldati sul terreno, e Trump ne vuole la metà a casa per Natale o al massimo entro il 20 gennaio, Inauguration Day. Questa fretta sembra tradire la consapevolezza che Joe Biden ha vinto e sarà il nuovo presidente degli Stati dal 20 gennaio, anche se Trump continua a rifiutarsi di ammetterlo. Dall’Iraq il presidente uscente vorrebbe riportare a casa subito 500 militari sui 3.500 rimasti. In Somalia ci sono solo Special Operations, i reparti speciali dei commando anti-terrorismo impegnati in operazioni contro la milizia islamica al Shabab.

La fretta di Trump di mantenere un impegno preso quattro anni fa con gli elettori e con le famiglie dei soldati, crea nuove tensioni tra questa Casa Bianca e i vertici delle forze armate. È una delle ragioni che hanno portato al siluramento del segretario alla Difesa Mark Esper subito dopo l’elezione. Esper si sarebbe schierato con i capi del Pentagono, in particolare il Joints Chief of Staffs (capo di stato maggiore) generale Mark Milley, apertamente contrario a ridimensionare le truppe in Afghanistan. Su quel fronte gli Stati Uniti hanno raggiunto un accordo con i talebani, che prevede il ritiro di tutte le forze Usa dall’Afghanistan entro il maggio 2021, a condizione che i talebani rompano tutti i rapporti con Al Qaeda e progrediscano verso un accordo di pace con il governo di Kabul. Il Pentagono è tutt’altro che soddisfatto dell’evoluzione sul terreno e vorrebbe mantenere intatto il suo dispositivo militare, come strumento di pressione e di negoziato per ottenere il rispetto degli impegni. Oltre al generale Miller anche il capo del Central Command, generale Kenneth McKenzie, è uscito allo scoperto nei giorni scorsi accusando i talebani di continuare a proteggere Al Qaeda. Ha denunciato anche l’escalation di attentati: «Il volume di attacchi contro il popolo afgano da parte dei talebani — ha detto McKenzie — non indica serie intenzioni di pace». Sul piano di ritiro di Trump si è creata anche un’insolita frattura con i repubblicani del Senato. Il loro capogruppo Mitch McConnell ha lanciato un appello accorato al presidente, chiedendogli di non effettuare un ritiro perché «ricorderebbe l’umiliante ritirata dal Vietnam nel 1975». Secondo McConnell «le immagini della nostra partenza farebbero il giro del mondo, abbandonare l’Afghanistan ai talebani e all’Isis sarebbe un simbolo di sconfitta». Trump non sembra avere incluso nei suoi piani di ritiro la Siria, dove rimane un contingente di alcune centinaia di soldati con la missione di proteggere i pozzi petroliferi della zona curda dalle mire di Assad.

Mentre Trump vuole passare alla storia come il presidente che chiude le guerre degli altri, diversi media hanno rivelato un retroscena degli ultimi giorni: il presidente uscente avrebbe esaminato la possibilità di un attacco ad un impianto nucleare iraniano, dopo la denuncia dell’Agenzia per l’energia atomica delle Nazioni Unite sull’aumento dell’uranio arricchito in quel sito. Secondo ricostruzioni concordanti, Trump avrebbe esaminato l’opzione militare giovedì scorso nello Studio Ovale durante una riunione con i suoi consiglieri per la sicurezza nazionale. Come in altre occasioni precedenti, Trump si è lasciato dissuadere quando gli è stata prospettata la possibilità di un allargamento del conflitto nel Golfo Persico, proprio mentre a lui preme accelerare il disimpegno dagli altri fronti aperti. Secondo alcuni osservatori l’aumento dell’attività nucleare iraniana potrebbe essere una mossa con cui Teheran vuole prepararsi al confronto con l’Amministrazione Biden.

Nessun commento:

Posta un commento