Anglotedesco

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sabato 28 novembre 2020

Scuola, ipotesi rientro il 14 dicembre.E in Piemonte rivolta delle medie

 



di Andrea Joly

Appena tre giorni fa, durante il presidio di fronte al Palazzo della Regione Piemonte a Torino, il presidente Alberto Cirio aveva promosso l'iniziativa delle decine di studenti che si erano collegati dalla piazza per chiedere il rientro in aula: «Vorrei che tra di voi ci fossero anche i miei figli», aveva detto il governatore accogliendo i giovani che per tutto novembre, come forma di protesta, hanno seguito le lezioni di fronte alle loro scuole invece che dalla cameretta. Anche per questo ieri è esplosa la polemica di fronte alla decisione del Piemonte che, a differenza della Lombardia, terrà ancora chiuse le scuole medie nonostante il passaggio alla zona arancione preveda la didattica a distanza (Dad) solo alle superiori. Una scelta che arriva mentre a Roma si sta discutendo di ridurre la Dad gradualmente alle superiori, forse dal 14 dicembre, nelle zone gialle a più basso contagio, mentre per il rientro vero e proprio bisognerà attendere il 7 gennaio. In Piemonte, invece, per ora a casa dovranno stare anche gli studenti delle medie. Che hanno preso molto male la decisione di Cirio. A cominciare dai ragazzi che da settimane fanno lezione in strada. Anita, la studentessa di 12 anni simbolo dei No Dad che da settimane protesta pacificamente davanti alla scuola media Italo Calvino di Torino, ha scritto a Cirio una lettera: «Mi sento presa in giro, l'altro giorno in piazza ci ha sostenuto, ci ha detto "Brave". Invece, si è rimangiato il suo sostegno». Dura anche la presa di posizione di insegnanti e dirigenti scolastici, vedi una storica preside di Torino, come Lorenza Patriarca: «È incomprensibile. Le scuole medie sono di fatto scuole "di prossimità" perché la quasi totalità degli studenti risiede in zona. Se la situazione epidemiologica permette di riaprire tutte le attività commerciali, perché penalizzare gli studenti medi che non usano i mezzi pubblici?». Cirio si difende: «La nostra è una scelta di prudenza in prossimità delle feste, vogliamo evitare che il rischio di contagio salga», sottolinea, forte del parere della task force di epidemiologi ed esperti della Regione. «È una scelta dolorosa, ma necessaria - continua - Riaprire la scuola non è una priorità, è la priorità. Per questo è fondamentale farlo in sicurezza, per non rischiare di dover richiudere fra un mese: ripartire senza cambiare le condizioni dei trasporti scolastici e senza scaglionare gli orari di ingresso a scuola, significa esporci al rischio molto concreto di un nuovo stop fra un mese». Secondo i dati della Regione, dal 26 ottobre al 22 novembre i casi di positività nelle fasce 11-13 e 14-18 anni si sono dimezzati, da 483 a 218 ogni 100 mila. Ma la flessione è stata simile nella fascia 6-10 anni (da 243 a 153 casi) sebbene le elementari non abbiano mai chiuso. I conti non tornano e sono centinaia le adesioni al movimento Priorità alla Scuola: «Siamo un'anomalia rispetto alle altre regioni arancioni e non ne capiamo il motivo», dichiara la portavoce Carola Messina. «Quanto dovranno ancora soffrire i genitori che lavorano? Anche gli esperti del Cts hanno ammesso che lasciare i ragazzi lontani da scuola ha delle ricadute gravi». Per placare la rivolta ieri pomeriggio Cirio ha annunciato una contromisura, dopo un confronto con il provveditore regionale: «Lavoreremo insieme per rimodulare il calendario scolastico e recuperare dalla primavera i giorni in presenza che sono stati persi». Una soluzione che per ora non convince insegnanti e genitori. Ieri mattina è stata promossa una petizione contro l'ordinanza di Cirio che ha raggiunto le 5mila adesioni. 

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