Anglotedesco

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domenica 15 novembre 2020

Stati Generali, il M5S congela le ostilità.Di Battista: vale la regola dei 2 mandati



di Federico Capurso

Gli Stati Generali sono appena iniziati. Lo dice con un sorriso il reggente del Movimento Vito Crimi, nella giornata conclusiva del congresso grillino, ma non scherza più di tanto. Perché tutti i cambiamenti messi sul tavolo e affrontati dai big del partito non vedranno la luce prima di un mese. Il doppio mandato, le alleanze, la nuova segreteria politica, il rapporto con Rousseau e il radicamento nei territori, con gerarchie e nuove sedi di partito da aprire: ogni cosa dovrà passare dal voto online degli iscritti, poi essere inserita nel nuovo statuto, da far approvare su Rousseau con maggioranza qualificata. Un cambiamento che avrà bisogno di tempo. E in questa finestra si cercheranno di tenere insieme i pezzi del Movimento, incollati a fatica da Luigi Di Maio, Roberto Fico e Paola Taverna in queste settimane. Perché "unità" è la parola che torna più di ogni altra nei 30 interventi in video di parlamentari, consiglieri regionali e comunali.Le tre grandi incognite di questa operazione, nel momento più delicato della vita del Movimento, sono lì, alla luce del sole. C'è la grande assenza di Beppe Grillo, che non invia alcun video di saluti - come lo avevano scongiurato di fare i vertici M5S negli ultimi giorni - e appare sempre meno interessato alle sorti della sua creatura. E c'è il rifiuto a partecipare di Davide Casaleggio: Di Maio tende una mano, annuncia che continuerà la «sinergia con Davide», ma intorno all'ex capo politico tutti sussurrano che sarà una tregua momentanea, prima della resa dei conti finale, quando la cassa delle donazioni e delle restituzioni passerà da Rousseau al M5S e allora anche Grillo, senza la preoccupazione delle spese legali per le cause, non avrà nulla in contrario a un addio. E infine, il tentativo di ricucitura con Alessandro Di Battista, che in mattinata scrive un post durissimo su Fb: «Si smetta di definire "dissidenti" chi ha il solo torto di non aver cambiato opinione», scrive. E sembrerebbe il preludio ad uno scontro feroce. Ma Di Battista, invece, durante il suo intervento annuncia di non vedere l'ora di «tornare a fare politica in prima linea col M5S». Si allontana lo spettro di una scissione, dunque. Ma all'apertura seguono «sei garanzie» che l'ex deputato romano chiede per un suo possibile ingresso nella futura segreteria politica. Non vuole alleanze alle prossime elezioni, «qualunque sarà la legge elettorale», riforma che il M5S non dovrà mai appoggiare «se non avrà le preferenze». Chiede anche la «revoca immediata delle concessioni» ai Benetton e che il limite dei due mandati venga scolpito nella pietra del nuovo statuto. Poi, la sfida all'ala governista: la nascita di un «comitato di garanzia, cui parteciperanno iscritti e portavoce, ma non membri dell'esecutivo, che scriva regole chiare e trasparenti sulle nomine in tutti i ministeri e nelle partecipate di Stato». Di Maio offre parole di pace. Blinda il «sacrosanto» limite dei due mandati, le deroghe non arriveranno se non per i consiglieri comunali, e sulle nomine «non dobbiamo farci male da soli. Siamo al governo, facciamo una legge per garantire nomine fatte con trasparenza e decise in base al merito». Potrebbero volerci mesi, anni, ma ha le sembianze di un accordo a metà, con dentro qualche furbizia. Come sulle alleanze, tema sul quale tutti, da Di Maio a Crimi, spingono affinché siano solo «programmatiche»; si adoperano però, nei fatti, ad aprire tavoli di discussione con il Pd nei territori, come chiede Fico. 

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