Anglotedesco

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domenica 15 novembre 2020

Una regione su due oltre il livello di guardia.Posti letto in ritardo

 



di Fabio Di Todaro 

Il 29 luglio, i pazienti ricoverati nei reparti di terapia intensiva erano 38: poco più dell'1 per cento rispetto a quelli registrati ieri, 3.422. In tre mesi e mezzo, Covid-19 ha smentito tutti gli ottimisti dell'estate. Il virus circola ancora e la virulenza - la capacità di provocare la malattia - è la stessa della scorsa primavera. Lo si evince dal numero complessivo dei ricoveri, che da giovedì ha superato il picco registrato il 4 aprile (33.004 pazienti); 33.979 i positivi nelle ultime 24 ore con 546 morti, due più dell'altro ieri. Un dato che, seppur inferiore nel confronto rispetto al totale dei positivi, preoccupa per l'impatto in termini di mortalità e per la tenuta del sistema sanitario. «La situazione attuale è più grave rispetto a quella di marzo», ripete da giorni Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe. Al di là della saturazione raggiunta dal contact-tracing, la seconda ondata è stata caratterizzata dalla più precoce identificazione dei nuovi positivi. Questo aspetto, abbinato alla migliore conoscenza della malattia da parte dei clinici, sta determinando la riduzione del tasso di mortalità tra i malati. Pur essendo aumentata di oltre dieci volte da settembre a oggi, la quota di decessi registrata tra il 4 e il 10 novembre (4.29 per cento) è risultata di poco superiore alla metà di quella calcolata tra il 26 marzo e l'1 aprile (8.28 per cento): ad affermarlo i ricercatori della Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari dell'Università Cattolica. A ciò occorre aggiungere che i posti in terapia intensiva sono aumentati, anche se non ancora come promesso. Ieri, inoltre, il numero dei ricoveri è tornato a crescere dopo tre giorni di flessione. E considerando che la curva dei decessi viaggia con almeno dieci giorni di ritardo, è immaginabile che il picco dei decessi arriverà attorno al 10 dicembre. Tornando alle terapie intensive, il confronto va fatto con il 3 aprile scorso: quando 4.068 italiani risultavano tenuti in vita con i supporti respiratori. Ieri sera, in tutta Italia, erano 3.422 i pazienti nella stessa situazione. Un dato inferiore nei confronti tra le singole Regioni del Nord, in emergenza prima e in grande in difficoltà pure in questa seconda fase. Ma che non per questo permette di dormire sonni tranquilli. Dall'ultimo studio della Fondazione Gimbe, si evince infatti che dieci regioni superano la soglia indicata come critica di posti letto per le cure intensive (30 per cento), praticamente la metà. Tra le più problematiche, il Piemonte (56 per cento, basti dire che sabato sera c'era solo una decina di posti letto nelle terapie intensive della regione), la Lombardia e poi la Provincia di Bolzano.A differenza della prima ondata, inoltre, a preoccupare sono anche le Regioni meridionali. La Campania (33 per cento) ha già superato il limite di letti destinati ai pazienti più gravi colpiti dall'infezione da Sars-CoV-2. La Puglia e la Sardegna sono a un passo dal traguardo (30 per cento). Troppo alti anche i dati di Basilicata e Sicilia per considerarle al riparo.L'obbiettivo è ampliare la disponibilità di posti letto in terapia intensiva: fino agli 8.732 letti promessi con il decreto Rilancio di aprile: prima della pandemia c'erano 5.179 posti. Altri 1.350 sono stati aggiunti negli ultimi mesi, in tutto 6.529. Ma a ostacolare lo sviluppo è la penuria di personale. I pensionati, richiamati in diverse zone d'Italia, nicchiano. La tempesta soffia forte . 

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