Anglotedesco

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lunedì 16 novembre 2020

Ungheria e Polonia, veto sugli aiuti.Recovery a rischio e l'Italia trema



di Marco Bresolin 

Dopo le minacce, i fatti. Ungheria e Polonia hanno formalmente messo il loro veto sul bilancio settennale Ue (2021-2027) e sul Recovery Fund. Hanno preso in ostaggio il pacchetto da 1.800 miliardi per contestare il meccanismo che vincola l'esborso dei fondi Ue al rispetto dello Stato di diritto. Nella migliore delle ipotesi, la mossa dei due governi di Visegrad porterà a un ulteriore slittamento del piano di cui l'Italia è il principale beneficiario. Nella peggiore c'è il rischio che l'architettura faticosamente costruita in questi mesi crolli rovinosamente. Uno scenario che si vuole evitare a tutti i costi. Per questo si studiano le contromosse. Già oggi ci sarà un primo confronto al Consiglio Affari Generali, al quale partecipano i ministri degli Affari europei dei 27. Ma nessuno si aspetta una soluzione nell'immediato: la questione finirà direttamente alla riunione dei leader Ue in programma per giovedì (anche questa in videoconferenza). Avrebbero dovuto parlare solo di test rapidi e quarantena, ma saranno costretti a rimettere mano al dossier che li aveva tenuti per cinque giorni e quattro notti a Bruxelles. Se oggi siamo in questa situazione, però, è anche frutto delle non decisioni prese nel vertice di luglio. I 27 capi di Stato e di governo avevano trovato un accordo sul maxi-pacchetto del bilancio e del Recovery Fund liquidando la questione dello Stato di diritto con una formulazione generica che aveva permesso a tutti di cantare vittoria. Ora quel nodo è venuto al pettine. «La nostra posizione è stata chiara sin dall'inizio - ripete Zoltan Kovacs, portavoce del governo ungherese - non siamo stati noi a cambiarla». Nei giorni scorsi Orban aveva avvisato Angela Merkel e Charles Michel, preannunciando il veto. Il meccanismo che introduce la possibilità di bloccare i fondi ai Paesi che non rispettano lo Stato di diritto è stato oggetto di un lungo negoziato con il Parlamento europeo nelle scorse settimane. Dopo una trattativa difficile, durata molto più del previsto, la presidenza tedesca (in rappresentanza del Consiglio) è riuscita a trovare un compromesso con i negoziatori dell'Eurocamera. Stesso discorso per l'accordo sul volume totale del bilancio Ue: gli eurodeputati si sono accontentati di 16 miliardi in più (su un totale di quasi 1. 100) e hanno rinunciato alle barricate. Ieri gli accordi sono stati sottoposti al tavolo dei 27 ambasciatori Ue. Quello sullo Stato di diritto è stato approvato nonostante il voto contrario di Ungheria e Polonia perché era sufficiente la maggioranza qualificata. Ma i due Paesi hanno impedito il via libera all'intesa sul bilancio e soprattutto alla decisione sull'aumento del tetto delle risorse proprie (per entrambe era richiesta l'unanimità), passaggio necessario per consentire alla Commissione di emettere le obbligazioni del Recovery Fund (è questo il provvedimento che andrà ratificato da tutti i parlamenti nazionali). Gli altri governi non hanno però intenzione di fare passi indietro. «Il veto di Polonia e Ungheria - spiega Clement Beaune, ministro per gli Affari Ue di Parigi - non mette in discussione la nostra determinazione sulla ripresa e sullo Stato di diritto. Troveremo una soluzione nelle prossime settimane». L'italiano Vincenzo Amendola invita a «non perdere tempo» e ribadisce il sostegno alla mediazione tedesca. Sarà Angela Merkel a prendere in mano la situazione per cercare di convincere Ungheria e Polonia al passo indietro, magari promettendo di chiudere le procedure Articolo 7 avviate proprio per le violazioni dello Stato di diritto. Non dovesse funzionare, il Recovery Fund rischierebbe di saltare. In pochi sono disposti a scommettere che succederà veramente, ma nel frattempo circolano le ipotesi più fantasiose in merito a un possibile Piano B. Tra cui quella di istituire il Recovery al di fuori del perimetro Ue, tramite un accordo governativo simile a quello del Mes. Oppure di replicare il modello di Sure. Soluzioni non immediate e di difficile realizzazione. 

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