Anglotedesco

Anglotedesco

giovedì 31 dicembre 2020

Fca, l’ex Fiat, ha annunciato nuovi investimenti in uno stabilimento in Polonia



Fca, l’ex Fiat, ha annunciato nuovi investimenti in uno stabilimento in Polonia. Si prevede la produzione di nuovi modelli di auto e la creazione di posti di lavoro. Non è la prima volta che Fca adotta questa strategia di delocalizzazione della produzione a fronte di importanti somme, a prestito e a fondo perduto, che nel tempo ha ricevuto dallo Stato italiano.

Cinque ore in un’aula semideserta. Londra archivia la Brexit


da LA REPUBBLICA del 31 dicembre 2020.Enrico Franceschini

Sette anni di trattative. Un’improvvisa accelerazione finale. Xi Jinping da una parte, Ursula von der Leyen, Charles Michel, Merkel e Macron dall’altra. I leader di Cina e Unione Europea hanno annunciato ieri l’intesa "politica" finale sul Cai, l’accordo bilaterale sugli investimenti in discussione dal lontano 2013. I tempi fanno capire quanto sia delicata la materia: si parla di accesso al mercato, della possibilità per le aziende europee di entrare in settori dell’economia cinese finora protetti e competere a pari condizioni con i colossi locali, privati o di Stato. Nel corso degli anni la Cina aveva mostrato ben poca apertura, ma negli ultimi mesi le priorità sono cambiate: Xi voleva accogliere Joe Biden con l’accordo in tasca, per rendere quanto più difficile possibile la creazione di un fronte anticinese tra Usaed Europa. E i leader Ue, spinti dalla Germania, hanno deciso di sfruttare l’occasione, nonostante le tante obiezioni, per esempio sui diritti umani, e il rischio di incrinare i rapporti con Joe Biden.L’accordo, che va ora ratificato e potrebbe entrare in vigore dal 2022, ribilancia le relazioni economiche, oggi squilibrate a favore della Cina. L’intesa rimuoverà alcuni degli ostacoli imposti dal Dragone alle imprese europee, per esempio la necessità di avere un partner cinese oppure il limite alle partecipazioni azionarie in una serie di settori come l’automotive, i servizi finanziari e assicurativi, la sanità privata, il cloud. L’intesa prevede anche regole più chiare sul trasferimento tecnologico, spesso usato dalla Cina per sottrarre proprietà intellettuale, e la parità di trattamento rispetto alle imprese di Stato. Pechino invece si assicura che il suo accesso al mercato europeo non venga limitato.I leader Ue hanno definito gli impegni cinesi «senza precedenti», ma restano una serie di interrogativi. Il primo riguarda l’effettiva volontà del Dragone di rispettarli, cosa che potrebbe evitare di fare evocando generiche ragioni di sicurezza nazionale. L’accordo prevede da parte europea una serie di meccanismi di controllo che dovrebbero permettere di penalizzare la Cina in caso di inadempienza, si vedrà quanto efficaci. Un altro tema che ha sollevato obiezioni è il rispetto dei diritti dei lavoratori. Pechino è accusata da Ong e diversi governi di aver costretto le minoranze musulmane della provincia dello Xinjiang a forme di lavoro coatto. Nel testo dell’intesa Pechino si impegna a «continui e sostenuti sforzi» per ratificare le relative convenzioni, parole che secondo molti osservatori rischiano di restare tali. È possibile che su questi punti all’interno del Parlamento europeo, che dovrà dare il suo ok, si cristallizzi un’opposizione all’accordo.

La Cina si apre all’Europa.Via al patto sugli investimenti

 



da LA REPUBBLICA del 31 dicembre 2020.Filippo Santelli

Sette anni di trattative. Un’improvvisa accelerazione finale. Xi Jinping da una parte, Ursula von der Leyen, Charles Michel, Merkel e Macron dall’altra. I leader di Cina e Unione Europea hanno annunciato ieri l’intesa "politica" finale sul Cai, l’accordo bilaterale sugli investimenti in discussione dal lontano 2013. I tempi fanno capire quanto sia delicata la materia: si parla di accesso al mercato, della possibilità per le aziende europee di entrare in settori dell’economia cinese finora protetti e competere a pari condizioni con i colossi locali, privati o di Stato. Nel corso degli anni la Cina aveva mostrato ben poca apertura, ma negli ultimi mesi le priorità sono cambiate: Xi voleva accogliere Joe Biden con l’accordo in tasca, per rendere quanto più difficile possibile la creazione di un fronte anticinese tra Usaed Europa. E i leader Ue, spinti dalla Germania, hanno deciso di sfruttare l’occasione, nonostante le tante obiezioni, per esempio sui diritti umani, e il rischio di incrinare i rapporti con Joe Biden.L’accordo, che va ora ratificato e potrebbe entrare in vigore dal 2022, ribilancia le relazioni economiche, oggi squilibrate a favore della Cina. L’intesa rimuoverà alcuni degli ostacoli imposti dal Dragone alle imprese europee, per esempio la necessità di avere un partner cinese oppure il limite alle partecipazioni azionarie in una serie di settori come l’automotive, i servizi finanziari e assicurativi, la sanità privata, il cloud. L’intesa prevede anche regole più chiare sul trasferimento tecnologico, spesso usato dalla Cina per sottrarre proprietà intellettuale, e la parità di trattamento rispetto alle imprese di Stato. Pechino invece si assicura che il suo accesso al mercato europeo non venga limitato.I leader Ue hanno definito gli impegni cinesi «senza precedenti», ma restano una serie di interrogativi. Il primo riguarda l’effettiva volontà del Dragone di rispettarli, cosa che potrebbe evitare di fare evocando generiche ragioni di sicurezza nazionale. L’accordo prevede da parte europea una serie di meccanismi di controllo che dovrebbero permettere di penalizzare la Cina in caso di inadempienza, si vedrà quanto efficaci. Un altro tema che ha sollevato obiezioni è il rispetto dei diritti dei lavoratori. Pechino è accusata da Ong e diversi governi di aver costretto le minoranze musulmane della provincia dello Xinjiang a forme di lavoro coatto. Nel testo dell’intesa Pechino si impegna a «continui e sostenuti sforzi» per ratificare le relative convenzioni, parole che secondo molti osservatori rischiano di restare tali. È possibile che su questi punti all’interno del Parlamento europeo, che dovrà dare il suo ok, si cristallizzi un’opposizione all’accordo.

Il pasticcio di AstraZeneca .Londra promuove il vaccino ma Usa e Ue non si fidano

 



da LA REPUBBLICA del 31 dicembre 2020.Antonello Guerrera

È stato un giorno di festa e orgoglio ieri a Londra, «un successo mondiale della scienza britannica » ha detto il primo ministro Boris Johnson dopo l’approvazione da parte della Mhra, l’agenzia del farmaco del Regno Unito, del vaccino anti Covid di Oxford AstraZeneca. Oltremanica sarà somministrato dal 4 gennaio. «Vaccineremo quante più persone il più in fretta possibile », ha aggiunto Johnson. Ma se Londra gioisce e l’Argentina in serata annuncia di averlo approvato pure lei, altre autorità sanitarie internazionali prendono tempo. E chiedono ulteriori dati e informazioni sul vaccino inglese.

Dopo che l’Ema aveva smentito due giorni fa l’approvazione in Ue entro gennaio, ieri AstraZeneca ha fatto sapere di aver presentato all’Agenzia europea dei medicinali «un pacchetto di dati completo per la richiesta di autorizzazione al mercato ». Senza parlare espressamente di «domanda». L’Ema conferma che sta esaminando i materiali, ma ribadisce: «Informazioni scientifiche addizionali sulla qualità, sicurezza ed efficacia sono ritenute necessarie per una autorizzazione al mercato condizionata». Anche gli Stati Uniti chiedono più tempo: secondo il dottor Moncef Slaoui della task force dei vaccini americana, «l’approvazione in via emergenziale del vaccino di Oxford non dovrebbe arrivare prima di aprile 2021». Washington vuole attendere i risultati di ulteriori test in corso negli Usa.

Come mai, dunque, la Mhra è stata così solerte mentre i corrispettivi di Europa e Stati Uniti no? L’agenzia del farmaco britannica assicura che «il processo di approvazione è stato rigoroso e rispettoso dei più alti standard di qualità, sicurezza ed efficacia. Nessun passaggio è stato saltato». La Mhra ha una storia autorevole e pressoché impeccabile, con l’approvazione anticipata e anch’essa emergenziale del primo vaccino anti Covid di Pfizer-BionTech ha avuto ragione. Inoltre, spesso lavora parallelamente con le case farmaceutiche invece di attendere il "faldone" finale per vagliarne l’approvazione.

Sia chiaro: per la totalità di esperti e autorità del settore, il vaccino di Oxford è assolutamente sicuro. Il punto è che altre agenzie del farmaco vorrebbero capirne meglio l’efficacia e il suo utilizzo, tra l’altro sperimentato in gran parte sugli under 55, e meno sui più anziani. Un’alta fonte dell’Ema ha detto ieri alla Reuters che «bisogna ancora approfondire perché, in maniera illogica, il vaccino inglese pare più efficace (90%) con una prima mezza dose seguita da una intera, invece di due dosi piene (62%)». Difatti la stessa Mhra ha deciso che la prima modalità per ora non sarà accettata, «in attesa di accertamenti». Inoltre, continua la fonte, vanno ancora sondate le «12 settimane di attesa tra la prima e la seconda somministrazione» annunciate ieri dagli inglesi: «È arduo interpretare questi studi: inizialmente AstraZeneca aveva previsto quattro settimane, poi in alcuni test in Uk hanno aspettato dieci, altri in Brasile 6, infine 12».

Non solo. Se il vaccino di Pfizer (più costoso e difficile da conservare, a -70 gradi) ha un’efficacia di oltre il 90%, ieri i rappresentanti dell’Mhra hanno parlato per Oxford dell’80% (invece dell’iniziale 62%) con due dosi distanziate da tre mesi e del 70% ventuno giorni dopo la prima dose: «Ma sono dati che non possiamo ancora rivelare del tutto». Inoltre, la Mhra ha deciso di approvare ed estendere a 12 settimane l’attesa tra prima e seconda dose non solo per il vaccino di Oxford ma anche per quello di Pfizer, irritando gli americani, che protestano: «Noi lo abbiamo testato solo a tre settimane di distanza».

Il punto è che ieri il Regno Unito, che ha 100 milioni di dosi del vaccino di Oxford e 40 di Pfizer, ha deciso di estendere al massimo la finestra temporale tra prima e seconda dose con l’obiettivo di vaccinare quante più persone, anche con una singola somministrazione, e dunque estendere soprattutto ai più deboli un’immunizzazione, seppur parziale, nel più breve tempo possibile. Obiettivo: cercare di contenere la nuova variante ultracontagiosa del virus che sta dilagando a Londra e nel sud-est inglese (oltre 50mila contagi al giorno, ieri 981 morti, record da aprile) e il boom di ricoveri, soprattutto nella capitale, che di questo passo faranno collassare gli ospedali britannici. Oramai l’80% del Paese è tornato in lockdown e molte scuole non riapriranno la prossima settimana. Per questo il governo Johnson corre spedito e conta di vaccinare entro febbraio, con una o due dosi, almeno 15 dei 25 milioni di persone a rischio.

LUCIANA LAMORGESE:«Controlli severi sui party clandestini»




da IL CORRIERE DELLA SERA del 31 dicembre 2020.Intervista di Florenza Sarzanini

Controlli speciali per fermare le feste illegali «con uno spiegamento di forze dell’ordine imponente». Linea rigorosa della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese che al Corriere dice: «Saremo inflessibili».

«Le discoteche aperte la scorsa estate hanno contribuito a moltiplicare i contagi da Covid-19. Non possiamo più permettercelo, per questo saremo inflessibili nei controlli e nelle sanzioni». La linea della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese rimane rigorosa, ancor più per la notte di Capodanno.


Ci saranno controlli speciali per impedire le feste?


«Abbiamo uno spiegamento di forze dell’ordine imponente e siamo molto concentrati anche sul monitoraggio della rete Internet per impedire che si affittino case dove riunirsi non rispettando le regole e il distanziamento».


Secondo i dati del Viminale i cittadini rispettano le norme, ma la curva epidemiologica non scende. Che cosa non funziona?


«Siamo ancora in una fase in cui serviranno altri sacrifici, comportandosi con estrema prudenza ma guardando con fiducia ai prossimi mesi cruciali per la campagna vaccinale».


Dovrebbe essere obbligatorio per i dipendenti pubblici?


«Tutti i cittadini, e a maggior ragione i dipendenti pubblici che svolgono un servizio per la collettività, sono chiamati a dare il buon esempio per tutelare la propria salute e quella degli altri. Io lo farò quando sarà il mio turno. L’obbligatorietà vaccinale per ora non è prevista perché è sempre auspicabile il rispetto del principio secondo il quale nessuno dovrebbe subire un trattamento sanitario contro la sua volontà».


Tra i medici e il personale sanitario c’è già chi lo rifiuta.


«Serve uno sforzo informativo capillare e paziente che deve far leva su dati scientifici per stroncare le tante fake news che circolano anche sull’efficacia e la sicurezza».


Le forze dell’ordine sono impegnate per i controlli e per le scorte ai vaccini. Che cosa la preoccupa di più?


«Al momento non ci sono particolari criticità anche se reputo inaccettabili le minacce di morte no vax indirizzate all’infermiera dello Spallanzani che per prima è stata vaccinata in Italia. Episodi simili devono essere monitorati con attenzione e perseguiti con il massimo rigore. Ora che la campagna vaccinale entra nella fase operativa, al Dipartimento della pubblica sicurezza e ai prefetti spetta l’adozione dei piani per scortare i trasporti delle fiale e per vigilare sui presidi sanitari di destinazione. Ma possiamo fornire un ulteriore contributo: i 310 medici e i 250 infermieri della Direzione centrale di sanità possono essere utilizzati per vaccinare la popolazione, il personale delle forze di polizia e dei vigili del fuoco».


E i controlli?


«Dall’11 marzo sono state quasi 30 milioni le verifiche sulle persone e 8,5 milioni quelle sugli esercizi commerciali. Gli italiani hanno mostrato un atteggiamento di grande responsabilità. E spero fortemente che questo spirito di collaborazione sia confermato anche la notte di Capodanno».


Lei viene considerata una rigorista. Si sta facendo troppo poco per contenere il rischio di contagio?


«I divieti introdotti dal governo in occasione di queste feste di Natale sono stati calibrati e anche per questo sono stati accettati e rispettati dalla stragrande maggioranza degli italiani. D’altronde, il passo successivo sarebbe stato quello di un lockdown generalizzato che avrebbe fatto tornare l’intero Paese ai difficili mesi di marzo e aprile»

.

C’è un rischio lockdown a gennaio?


«Mi auguro proprio di no.Le chiusure territoriali differenziate rappresentano l’opzione per evitare di ripiombare in una chiusura totale dell’intero territorio nazionale».


Non crede che la scuola, settore strategico per ogni Stato, sia stata trascurata?


«I ragazzi hanno un bisogno vitale del confronto quotidiano con docenti e compagni che non possono essere sostituiti a lungo dallo schermo di un computer. Le riaperture previste per il 7 gennaio per almeno il 50% degli studenti in presenza costituiscono un obiettivo irrinunciabile. I prefetti hanno svolto un lavoro prezioso per organizzare il trasporto pubblico e ieri tutti hanno confermato l’adozione dei piani operativi per garantire la ripresa dell’attività didattica in presenza secondo le indicazioni del governo».


Ha timori per la tenuta sociale del Paese ?


«Speriamo di lasciarci alle spalle un anno difficile, ma siamo tutti consapevoli che inizia una fase cruciale per dare una concreta prospettiva di ripresa alle famiglie e alle imprese che hanno subito i contraccolpi più pesanti nel 2020. È necessario dare risposte concrete lasciandoci alle spalle polemiche e inutili divisioni anche per ridare fiducia agli italiani e consolidare il quadro sociale».


Pensa che possano bastare i ristori?


«Ristori e incentivi sono stati fondamentali in una prima fase per fare fronte al forte impatto economico causato dalla pandemia, ma ora servono investimenti anche di medio periodo e riforme che diano una prospettiva alle categorie più colpite dalla crisi e offrano un percorso di crescita duratura al nostro Paese».


Nel 2020 sono aumentati i femminicidi. I mesi di chiusura hanno esasperato molte situazioni ma non ritiene che il sistema di assistenza e protezione sia carente?


«L’aumento delle richieste di aiuto ai centri antiviolenza ci deve convincere della necessità di contribuire, ognuno nel suo ruolo, al rafforzamento della “rete di allarme”. È fondamentale il ruolo delle forze di polizia per prevenire il fenomeno anche monitorando i cosiddetti reati spia, come lo stalking, i maltrattamenti in famiglia e le violenze sessuali. I femminicidi rappresentano un dramma senza fine, cui dobbiamo fare argine con tutte le nostre forze, come purtroppo ci ricorda anche l’omicidio di Agitu Ideo Gudeta, la rifugiata etiope che in Trentino-Alto Adige ha rappresentato un esempio e un modello di integrazione».


Che cosa manca?


«È in fase di sperimentazione avanzata l’app Scudo che consente agli operatori impegnati sul territorio di visualizzare un quadro riepilogativo dei precedenti interventi eventualmente effettuati presso il medesimo nucleo famigliare. Consente di disporre in tempo reale delle informazioni sulla presenza di minori in casa, sulla disponibilità di armi, sulla presenza di un soggetto dipendente da droghe o alcol, su eventuali precedenti per lesioni personali subite dalla vittima. Non accade sempre, purtroppo, ma a volte basta un solo elemento di conoscenza in più per intercettare e sollecitare una richiesta di aiuto».

Ancora molte vittime ma calano i ricoveri


da IL CORRIERE DELLA SERA del 31 dicembre 2020.Mariolina Iossa

Con 16.202 nuovi casi, in aumento sul bollettino di martedì, quando erano stati 11.224, a fronte tuttavia di oltre 40 mila tamponi in più in un giorno, il tasso di positività cresce ma rimane sostanzialmente stabile, siamo al 9,6%; il giorno prima 8,7%.Le vittime sono ancora troppe per poter dire che siamo in una fase discendente, i deceduti sono 575, il giorno prima erano di più, 659, ma quasi 600 morti in un giorno resta una cifra troppo alta.Questa seconda ondata è più drammatica della prima. Lo sancisce un report speciale di Altems, l’Alta scuola di economia e management dei sistemi sanitari della Cattolica di Roma: il numero di casi di Covid nella seconda ondata nel giorno di picco massimo è stato 6 volte superiore ai casi registrati nel giorno di picco della prima ondata. I decessi oltre 36 mila; nella prima ondata 29 mila.Calano nelle ultime 24 ore le terapie intensive e i ricoveri: 21 posti letto occupati in meno in rianimazione, 96 nei reparti ordinari. E che stia diminuendo lo stress sul sistema sanitario lo certifica anche l’Agenas, l’agenzia per i servizi sanitari regionali del ministero della Salute: le terapie intensive calano e sono ora «sulla» soglia di allarme del 30% e non più sopra come è stato finora. Sotto l’allerta del 40% i posti occupati nei reparti Covid ordinari.Secondo un rapporto IstatIstituto superiore di Sanità nel periodo febbraio-novembre 2020 sono deceduti circa 84mila morti in più rispetto alla media dei quattro anni precedenti 2015-2019 nello stesso arco temporale.È sempre il Veneto, da molti giorni ormai, la regione con il maggior numero di morti giornalieri, ieri 112, seguita da Lombardia (80), Emilia Romagna (69) e Lazio (66).La Lombardia resta comunque la regione più colpita in assoluto: delle 73.604 vittime, 25 mila sono lombarde, più di un terzo di tutti i morti nel Paese dall’inizio dell’epidemia.

ROBERTO SPERANZA:«Il ritorno a scuola è la nostra priorità»


da IL CORRIERE DELLA SERA del 31 dicembre 2020.Monica Guerzoni

Il ministro della Salute, Roberto Speranza: «Il ritorno in classe è la priorità». Ma bisogna fare i conti con il virus. Quindi a gennaio ci sarà ancora il coprifuoco, con ristoranti e bar aperti solo fino alle 18.

A svegliarlo ieri mattina è stato l’sms del ministro della Salute inglese, che gli annunciava il via libera della Gran Bretagna al vaccino AstraZeneca. E alle 8.30 Roberto Speranza era già al telefono col Corriere per rispondere all’allarme sui ritardi con un «messaggio di ragionata fiducia», chiedere «più soldi per la sanità nel Recovery» e lanciare un appello ai partiti: «Evitiamo vi prego di far campagna elettorale sui vaccini, non buttiamo la battaglia di un Paese nella caciara politica e lavoriamo insieme».

Il 7 gennaio le superiori riapriranno in sicurezza?

«Il ritorno in classe è il nostro obiettivo prioritario. Certo, finché i vaccini non produrranno un impatto epidemiologico sulla popolazione, l’unica cosa che funziona sono le misure restrittive. L’indice Rt dà segni di ripresa, dopo la Befana dovremo ripristinare il modello delle fasce di rischio e confermare le misure base delle zone gialle».

Resterà il coprifuoco?

«Sì, ristoranti e bar chiusi alle 18, chiusi piscine, palestre, cinema, teatri, stadi. Siamo ancora dentro la seconda ondata, Londra torna verso misure molto dure e anche noi abbiamo ancora troppi casi e troppi morti».

Lei aveva puntato molto su AstraZeneca, ma gli inglesi ci hanno battuti sul tempo. Quando arriverà il via libera?

«AstraZeneca è il vaccino che ha il rapporto più stretto con il nostro Paese. Io ho massima fiducia nell’Ema, ma il ritardo c’è e chiediamo chiarezza. La sicurezza è fondamentale, ma non è banale sapere se nel primo trimestre puoi disporre di milioni di dosi di AstraZeneca o no».

Ha un piano B?

«Il piano resta quello che ho presentato in Parlamento con voto finale sulle comunicazioni. Sento tante polemiche e voglio dare un messaggio, il governo quando fa un lavoro serio misura le decisioni in un tempo congruo, fare bilanci a due giorni dalla partenza è follia. Siamo un grande Paese, con un servizio sanitario nazionale solido. Molti dicevano che non saremmo partiti con gli altri, invece ce l’abbiamo fatta».

Tra ritardi e dubbi, lei ha qualche certezza?

«Otto milioni di dosi Pfizer entro il primo trimestre sono sicure. Spero che il 6 gennaio Ema approvi Moderna, 1,3 milioni di dosi. Se poi arriva il sì ad AstraZeneca possono arrivarne molte altre, ma da Ema non arrivano ancora certezze e questo ridurrà sicuramente il numero delle disponibilità a breve. Questa è la verità».

C’è da essere preoccupati?

«Direi proprio di no, a me 225 milioni pare un dato significativo e lavoriamo per somministrare da subito 470 mila dosi a settimana. Dei sei vaccini acquistati dalla commissione Ue all’Italia spetta il 13,45%. Ne abbiamo 202 milioni, più altri 13,5 Pfizer, di cui metà dovrebbe arrivare nel primo semestre e l’altra metà nel secondo. Stiamo lavorando anche ad altri 10 milioni di Moderna».

Però senza AstraZeneca i conti non tornano.

«Studieremo il dossier Gran Bretagna. È importante che Ema faccia chiarezza sulle ragioni di una eventuale diversa valutazione dall’agenzia inglese. Sulla sicurezza non accettiamo scorciatoie, ma rispetto alla programmazione di una campagna vaccinale così seria dobbiamo avere un orizzonte chiaro».

Anche sulle iniezioni siamo in ritardo. È solo colpa del maltempo o stiamo facendo le cose all’italiana?

«L’Italia ha fatto le cose bene e renderemo pubblici tutti i dati in tempo reale, regione per regione. Il punto non è chi somministra prima mille dosi, ma costruire una macchina che consentirà di vaccinare milioni di persone».

La Germania però corre, ha comprato più dosi e fa 40 mila vaccini al giorno, mentre noi siamo a 9.803 in tutto. Un italiano è meno protetto di un tedesco?

«Assolutamente no. Ora acceleriamo anche noi. Rivendico la strategia dell’alleanza per i vaccini su iniziativa di Italia, Francia, Germania e Olanda. Ma chiedo che sia fatta chiarezza. All’articolo 7 dell’intesa è scritto che i Paesi rinunciano a trattative bilaterali. Se sono state fatte, avranno tempi di consegna successivi rispetto agli accordi Ue».

Il commissario Arcuri è nel mirino, lei lo difende?

«Certo, è stato maltrattato perché le siringhe sono costate di più, ma grazie a quelle siringhe e all’autorizzazione Aifa sull’utilizzo della sesta dose recuperiamo un 20% del vaccino Pfizer in più, che vale parecchi milioni di euro».

Sull’obbligo il governo è diviso, lo valuterete?

«La volontarietà è la scelta giusta. Perché abbiamo ancora dosi limitate e perché non dobbiamo dividere il Paese tra scientisti illuminati e cavernicoli dubbiosi».

Quindi l’Italia non farà un registro di chi non vuole vaccinarsi, come in Spagna?

«Abbiamo l’anagrafe vaccinale, ma non vogliamo spaccare il Paese».

I medici no vax non saranno sanzionati né sospesi?

«Ricevo dalle Regioni segnalazioni incoraggianti sull’adesione del personale sanitario, che è stato straordinario e conosce i danni da Covid. La volontarietà è la via maestra, come riconosciuto dal Comitato di bioetica, poi valuteremo i numeri e l’eventuale eccezione per alcuni segmenti, ma solo come subordinata».

L’immunità di gregge si avrà con l’80% dei vaccinati?

«Sulla cifra esatta il dibattito è aperto, io spero che tra fine estate e autunno saremo vicini all’immunità. I primi effetti epidemiologici si vedranno quando saranno state vaccinate oltre 10 milioni di persone e la prima forma di immunità più larga si potrà avere attorno ai 40 milioni».

Lei e Conte rivendicavate di guidare il Paese Ue con meno contagi. Perché ora siamo quello con più morti?

«L’atteggiamento da primi della classe non ci appartiene. Siamo stati i primi a essere colpiti, abbiamo una delle popolazioni più anziane al mondo, con molte patologie e anche per questo paghiamo un prezzo altissimo. Ma il virus ha colpito tutti, la Germania ieri contava oltre 1100 morti, la Gran Bretagna oltre 900 e 50 mila casi. Per favore, smettiamola con le classifiche».

Se Renzi rompe, che impatto avrà la crisi di governo sulla campagna vaccinale?

«Sarebbe gravissimo infilare questa campagna dentro le tensioni politiche. Abbiamo tre appuntamenti fondamentali, vaccini, Recovery e presidenza G20. Io sono per affrontare i problemi a viso aperto, se necessario in Parlamento. Serve un governo che lavori nella pienezza dei poteri, non che discuta di sé».

A costo di silurare Conte?

«No. Giuseppe ha fatto un lavoro straordinario ed è un punto di equilibrio essenziale della relazione politica tra centrosinistra e M5S».

Arrivano in Italia 360 mila dosi Finora vaccinati in diecimila

 



da IL CORRIERE DELLA SERA del 31 dicembre 2020.Lorenzo Salvia

Non tanto il numero totale delle dosi, visto che i 202 milioni previsti per l’Italia all’interno dei contratti e delle opzioni firmate dall’Unione europea saranno sufficienti. Anche mettendo nel conto i ritardi di AstraZeneca, che dovrebbero essere in parte compensati dall’aumento delle forniture dei farmaci messi a punto da Pfizer e da Moderna. Il vero nodo della corsa ai vaccini sono i tempi di consegna, che incideranno direttamente sulla curva di crescita della campagna che, almeno nelle intenzioni, ci dovrebbe portare all’immunità di gregge. Anche grazie al fatto che, e questa è una novità, sarà possibile vaccinarsi pure in farmacia sotto la supervisione di un medico.Per ora siamo ancora alle primissime fasi, con 9.803 vaccinati alle 19 di ieri (da oggi i dati saranno pubblicati quotidianamente). Sempre ieri in Italia sono arrivate 359.775 dosi del vaccino Pfizer: le altre 110.175 dovrebbero arrivare oggi. Si dovrebbe continuare con questo ritmo, una media di 470 mila dosi alla settimana, per tutto il mese di gennaio. Per poi accelerare più avanti, ma qui entriamo nel campo dei punti interrogativi.AstraZeneca ha confermato di aver chiesto l’ok per la commercializzazione del suo prodotto, già autorizzato in Gran Bretagna, anche all’Ema, l’ente regolatore europeo. «Possiamo confermare di aver presentato un pacchetto completo di dati a sostegno di una domanda di autorizzazione» ha fatto sapere un portavoce dell’azienda. Questo non vuol dire che il via libera sia atteso a breve. Anzi. Solo due giorni fa la stessa Ema aveva escluso che l’ok potesse arrivare entro gennaio. E ieri ha precisato che sono «necessarie informazioni scientifiche addizionali rispetto alla qualità, sicurezza ed efficacia» del farmaco «per supportare il rigore richiesto per un’autorizzazione al mercato». Richiesta depositata, insomma. Ma nulla di più. Perché ci sono ancora problemi e, se tutto andrà bene, i tempi saranno lunghi. In gioco per noi ci sono oltre 40 milioni di dosi.Per questo l’Italia punta a compensare questo ritardo con due mosse, e muovendosi sempre all’interno dei contratti firmati dall’Unione europea. Sono le due carte di cui si è già parlato martedì. La prima è l’arrivo di altri 13,5 milioni di dosi del vaccino Pfizer, all’interno del pacchetto aggiuntivo da 100 milioni annunciato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. L’altro è il raddoppio delle forniture del vaccino Moderna, che passerebbe così da 11 a 22 milioni di dosi. E che potrebbe essere il primo ad arrivare visto che il via libera dell’Ema dovrebbe giungere già il 6 gennaio, tra una settimana. Nel conto della compensazione vanno aggiunte anche le oltre 5 milioni di dosi aggiuntive del vaccino Pfizer che possono essere utilizzate grazie alla siringhe di precisione che abbiamo acquistato: più costose di quelle normali ma che consentono di ricavare da ogni fiala 6 dosi invece di 5. Un bonus che in realtà sale a 7,5 milioni di dosi in più dopo il pacchetto aggiuntivo di vaccini Pfizer annunciato dalla commissione.Sono questi fattori che spingono Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità, a dire che «al momento non c’è alcun segnale di allarme in merito a un allungamento dei tempi per la campagna vaccinale». Confermando che il nostro obiettivo è avere dosi aggiuntive di Pfizer e Moderna all’interno dei canali europei. E aggiungendo che «al momento non si stanno considerando le piattaforme vaccinali russa e cinese». Anche quando arriverà, il vaccino non risolverà tutti problemi: «Per tutto il 2021 — avverte Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute — le misure resteranno uguali ad adesso, dal distanziamento fisico alle mascherine, all’igiene delle mani. Con la vaccinazione cominceremo ad avere meno morti e meno malati, e questo rassicura tutti».

mercoledì 30 dicembre 2020

Se si votasse ora centrodestra in testa. L’asse Pd e M5S ridurrebbe lo scarto (Nando Pagnoncelli)


da IL CORRIERE DELLA SERA del 31 dicembre 2020.Nando Pagnoncelli

La situazione politica alla fine del 2020 appare tutt’altro che tranquilla. I rapporti all’interno della maggioranza sono turbolenti, si rincorrono voci di rimpasto, crisi di governo, e possibilità di una fine anticipata della legislatura con nuove elezioni. Ci si chiede quale Parlamento potrebbe sortire oggi da una tornata elettorale, tenuto conto della riduzione dei parlamentari e degli orientamenti di voto di fine 2020.La simulazione del nuovo Parlamento è stata effettuata utilizzando i dati provenienti da 33.300 interviste realizzate da Ipsos tra il 10 settembre e il 16 dicembre 2020, ponderati allineandoli alle tendenze di voto più recenti. L’analisi è basata sulla legge elettorale attuale, convenzionalmente denominata Rosatellum. La conformazione dei collegi maggioritari (147 alla Camera e 74 al Senato) è stata effettuata accorpando collegi limitrofi. La ripartizione dei collegi vinti da ciascuna coalizione tra i differenti partiti coalizzati è stata fatta ipotizzando una suddivisione delle candidature che tenga conto sia del peso elettorale nazionale di ciascun partito coalizzato, sia del peso elettorale relativo a ciascuna area geografica cui appartiene il collegio. Inoltre, la simulazione sui seggi ottenibili nella parte proporzionale è stata effettuata sulla base delle norme previste dalla legge vigente: considerando quindi le intenzioni di voto rilevate a dicembre, Azione, Italia viva e Sinistra italiana/Leu parteciperebbero alla ripartizione dei seggi assegnati con metodo proporzionale alla Camera, ma non al Senato. Infine, l’attribuzione dei seggi «estero» tiene conto di quanto avvenuto in occasione delle elezioni precedenti e delle tendenze di voto rilevate in Italia.La simulazione si basa su due ipotesi di offerta politica: il primo scenario prevede la tripartizione tra centrodestra (Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia e liste minori del centrodestra), centrosinistra (Pd, Si/Leu, Iv, Azione e liste minori del centrosinistra) e Movimento 5 Stelle; il secondo considera la contrapposizione tra centrodestra e una coalizione tra le quattro forze che sostengono il governo Conte 2. Entrambi gli scenari ipotizzati attribuiscono la maggioranza al centrodestra: nella prima ipotesi con 222 seggi alla Camera (di cui 106 assegnati alla Lega) contro 123 stimati per centrosinistra (di cui 84 vanno al Pd) e 51 al M5S. Analogamente al Senato il centrodestra prevarrebbe con 115 seggi, contro 58 per il centrosinistra e 23 per i 5 Stelle. Nella seconda ipotesi il vantaggio risulta più contenuto (212 seggi alla Camera e 109 al Senato).Dunque, i giochi sono chiusi? Non proprio, per almeno due motivi: innanzitutto nei collegi uninominali i rapporti di forza tra le coalizioni presentano ampi margini di incertezza, basti pensare che nel primo scenario i collegi contendibili (nei quali la distanza tra le prime due posizioni è inferiore al 5%) sono 55 su 147 e nel secondo 33. In secondo luogo, la simulazione tiene conto degli orientamenti di voto più recenti, quindi con l’incognita dell’offerta politica e delle possibili alleanze, e in assenza di una campagna elettorale che può risultare decisiva nello spostare consensi. Le incognite sono dunque molte, a partire dall’evoluzione dell’emergenza sanitaria e della situazione economica. E, lo ribadiamo ancora una volta, i sondaggi non sono un oracolo, rappresentano una fotografia della situazione attuale, non la previsione dell’esito finale.


La tragica fine di Agitu,violentata e uccisa per uno stipendio non pagato al dipendente


di Lodovico Poletto 

Se hai visto il male non puoi avere paura. E Agi era così. In Etiopia aveva sfidato gli uomini armati che ammazzano le donne e gli uomini che dicono «no» a chi vuole rubargli i terreni. Poi, la notte in cui uccisero 22 ragazzi come lei che non volevano tacere, fuggì. Non per paura, ma «perché tacere sempre è umiliante». Agitu Ideo Gudeta, classe 1978, l'hanno ammazzata l'altra notte a Frassilongo, un paese grosso un pugno, a trenta chilometri da Trento. Case che sembrano ricostruzioni di presepi, e un metro di neve che ovatta tutto. Pensavano ad una storia di razzismo. Si sbagliavano. Era odio, sì, ma di un uomo a cui Agi aveva dato una mano. Un ragazzo di 32 anni, ghanese d'origine. Si chiama Suleimani Adams. L'ha ammazzata a martellate, poi ha violato il suo corpo agonizzante. Ora che i carabinieri l'hanno preso, viene fuori tutta la miseria di questo omicidio. Di rabbia e di follia. «Mi doveva dei soldi, uno stipendio» ha detto l'assassino. Quanto? Dio solo lo sa. Ma, al maggiore Capurso dei carabinieri di Trento, non ha spiegato il perché di quell'ultimo sfregio. Consumato in fretta prima di scappare a nascondersi nel fieno di un ovile. E no, questa non è una storia di razzismo. Ma è la storia del sogno di questa donna dal sorriso che incantava, schiantato sulle montagne del Trentino, dove era cresciuta, ed era diventata l'emblema di tante cose. Agitu Ideo Gudeta si era laureata in sociologia, a Trento. Dopo la tesi era tornata ad Addis Abeba. Quando è scappata lo ha fatto non per paura, ma per continuare a lottare. È tornata in Trentino, in val di Gresta. Lavorava in un bar, raccontava della sua Etiopia: «Perché tutti devono sapere» e inseguiva il suo sogno: allevare capre, fare formaggi. E dedicarsi al bio. Ora, detto così può sembrare poca cosa. Ma, in 10 anni, questa donna arrivata da un Sud del mondo ha costruito un piccolo impero. Si è trasferita a Frassilongo, nella valle dei Mocheni. Ha creato un'azienda, "La capra felice". Si è comprata l'ex scuola del paese e la stava trasformando in un bed & breakfast. E voleva prendere dei bambini in affidamento: «I più poveri, per dargli speranza e giustizia». Ha aperto un negozio a Trento per vendere i suoi formaggi, le sue creme per il corpo, le sue verdure bio. Era finita in tv a raccontare di come anche un profugo può costruirsi un futuro tra le montagne. «Avesse visto quanta gente veniva qui al sabato e la domenica: sulla strada non si poteva neanche passare» dice il giovane sindaco del borgo Luca Peucher. Chi, invece, racconta la sua anima sono due donne e un uomo saliti fin qui sfidando divieti di spostamento. Lui è Norbert Pescosta, medico di Bolzano. Loro sono Martina Schullian, sua moglie e Monica Gross, un'amica. Non piangono, perché non è bello in pubblico: «Ma Agi ci ha conquistati. Parlava col cuore: non la potevi non amare. Lei non aveva paura. Mai». 

L'Italia ora pensa alle sanzioni:«I colpevoli saranno puniti


di Francesco Grignetti e Francesca Sforza 

Per prima cosa, andare avanti con il processo istruito dalla Procura di Roma e individuare i responsabili. La linea del governo italiano non si lascia distrarre dalle dichiarazioni della Procura egiziana, che erano in parte attese, in parte scontate. Né ritiene opportuno «prendere posizione» in questa fase, come richiesto ad esempio dal portavoce di Amnesty International Italia, o dal presidente della Commissione parlamentare sulla morte di Regeni Erasmo Palazzotto, che definisce le dichiarazioni del Cairo «Una mezza ammissione e insieme un altro vergognoso tentativo di depistaggio». Piuttosto ci si augura che il processo abbia un doppio esito, oltre a quello strettamente giudiziario. Che sia cioè in grado di costituire una forma di pressione politica sull'Egitto durante le fasi del suo svolgimento (con evidenti ricadute sull'opinione pubblica) e che rappresenti inoltre la condizione di partenza su cui strutturare passi successivi. Quali? Una possibilità è la strada delle sanzioni, da richiedere a livello europeo, anche, eventualmente, per singoli individui, suggeriscono fonti di Palazzo Chigi. La sensibilizzazione dell'Europa è già stata portata avanti dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che ha inviato una lettera all'Alto Rappresentante Josep Borrell, il quale ha a sua volta dichiarato che la questione potrebbe essere affrontata già alla prossima riunione dei ministri degli Esteri a Bruxelles, il 25 gennaio prossimo. Una data da tenere presente, perché è l'occasione, per il governo italiano, di presentare in un contesto allargato le vicende di Giulio Regeni e di Patrick Zaki, ancora detenuto nelle carceri egiziane, e da lì inaugurare una stagione nuova, in cui a farsi carico del rispetto dei diritti umani possono essere tutti gli Stati membri, e non uno soltanto. Nel ricordare, in un Tweet, che la «Procura del Cairo conferma finalmente quello che è stato scoperto dalle indagini della Procura di Roma, ovvero che Giulio Regeni era finito sotto osservazione dei servizi segreti egiziani», la deputata Pd Lia Quartapelle, tra i rappresentanti della Commissione parlamentare su Regeni, invita l'Italia a non demordere: «un passo alla volta si arriverà alla verità e alla giustizia per Giulio». Nel frattempo, a palazzo di Giustizia fanno notare che, se nel comunicato del 10 dicembre scorso, quello congiunto tra le procure di Roma e del Cairo, gli egiziani si limitavano a un gelido «prendiamo atto della decisione della parte italiana» e accennavano genericamente alla ripresa delle indagini sulla pista della criminalità locale, stavolta si scoprono meglio le loro intenzioni: da una parte c'è la difesa d'ufficio degli ufficiali della National Security, quelli accusati dagli inquirenti di Roma al termine di 5 anni di indagini (e qui c'è una mezza ammissione rispetto al passato perché riconoscono che la National Security ha pedinato Giulio e ha chiesto chiarimenti all'università di Cambridge sul suo operato); dall'altra fanno balenare una trappola in cui sarebbero caduti, ad opera di un innominato «nemico» del regime, che ha operato per incrinare l'amicizia tra Italia ed Egitto.Valutazioni tutte politiche e ispirate a complottismo. Nulla di giuridico, e anche a livello politico, nulla che sia davvero credibile o abbia messo in qualche allarme gli ambienti di governo. La tabella di marcia che la procura di Roma s'è data non subirà quindi alcuna modifica. A metà gennaio, salvo colpi di scena, a cura del procuratore capo Michele Prestipino e del sostituto Sergio Colaiocco dovrebbe arrivare la richiesta di rinvio a giudizio per i quattro funzionari egiziani. Come vuole la procedura, la richiesta è un atto del pubblico ministero depositato davanti a un gup (giudice per l'udienza preliminare). Sarà quindi un giudice a valutare se dargli corso, e quindi passare al processo, oppure no e archiviare. Ma si può dire fin d'ora che la giustizia farà il suo corso e presto si aprirà un regolare dibattimento. Anche se da parte egiziana non c'è stata collaborazione, e quindi i quattro non si presenteranno e si procederà in contumacia, il processo si farà. E si farà in Italia. 

Qualcuno voleva rovinare i rapporti con l'Italia».Caso Regeni, arriva lo schiaffo dall'Egitto


di Francesca Paci 

È tutta un'altra storia quella che l'Egitto racconta sui nove giorni del 2016 in cui, un po' alla volta, è morto Giulio Regeni. La Procura del Cairo aveva già risposto picche alla chiusura delle indagini annunciata dai colleghi di Roma tre settimane fa con la prospettiva del rinvio a giudizio per quattro 007 egiziani, aveva risposto che quel processo non s'aveva da fare perché non stava in piedi, perché la mano assassina era ignota, perché a forza di menzionare estradizioni il Cairo avrebbe finito per rivendicare quella di due funzionari italiani accusati di contrabbando da Luxor e condannati in contumacia a 15 anni di carcere (e lo ha fatto). Adesso, in un nuovo comunicato, rilancia: non solo, scrivono i magistrati egiziani, «l'autore del reato è ignoto» e «tutte le prove svelate dalla Procura di Roma sono dovute a conclusioni errate illogiche e non sono in linea con i regolamenti giuridici penali concordate a livello internazionale», non solo ribadiscono di aver «individuato i conoscenti egiziani e stranieri della vittima, e ciò che lui ha svolto nel quadro della sua ricerca in Egitto sui sindacati indipendenti» ma sottolineano che «le indagini avevano confermato che Regeni parlava con i venditori ambulanti del regime in Egitto e gli riferiva che potevano cambiare la situazione come è già avvenuto in altri paesi» e che se durante le indagini la collaborazione tra Procure è mancata la colpa è tutta della reticenza di Roma. C'è un mondo dietro le pagine che mettono nero su bianco la versione egiziana, quella secondo cui Giulio Regeni era sospettato di sobillare una nuova rivoluzione anche in virtù dei «vari viaggi che ha effettuato in Italia, Turchia, Israele prima di rientrare in Egitto».A chi parla con questo nuovo documento il Cairo? L'opinione pubblica egiziana è già polarizzata, con i dissidenti che considerano Giulio Regeni uno di loro a cui è stato riservato il loro medesimo trattamento e i governativi che condividono la paronoia nazionale per qualsiasi minaccia alla sicurezza dello Stato. L'impressione, in Egitto, è che il messaggio sia tutto per l'Italia, ferita, offesa dalla facilità francese nel consegnare la legione d'onore ad al Sisi, forte di una magistratura indipendente ma debole sul tema dei migranti, i giacimenti nel Mediterraneo e le armi (il 23 mattina è stata consegnata in sordina la prima delle due fregate Fremm di Fincantieri acquistate dall'Egitto, la "Al-Galala". Al Cairo, dove la narrativa dei media ufficiali lascia intendere che ci sia la mano di al Sisi dietro la liberazione dei pescatori siciliani prigionieri a Bengasi, l'ultima sortita della Procura pare tanto una pietra tombale. Se non sono stati consegnati a Roma i tabulati telefonici è perché questo, si legge, «avrebbe violato la privacy e i diritti umani». Ciononostante il Cairo sostiene di aver verificato le accuse italiane salvo concludere che, per esempio, additano un ufficiale di polizia egiziano «solo perché ha fatto accertamenti su di lui dopo una denuncia sporta contro Regeni in base alla quale i suoi comportamenti non erano adatti alla ricerca che svolgeva». La chiosa è netta: Regeni «a causa dei suoi atteggiamenti è finito al centro dell'attenzione delle autorità di sicurezza egiziana» ed è stato poi ritenuto inoffensivo. Chi l'ha ucciso, allora? Qualcuno che «sfruttando la denuncia sporta contro di lui» ne ha approfittato per «minare i rapporti italo-egiziani. Nel frattempo, dicono da una Cairo sempre più cupa, il sindacalista all'origine della denuncia contro Giulio Regeni, Mohammed Abdallah, non si vede in giro da mesi. 

Via libera alla legge di Bilancio.Una scommessa da 40 miliardi

 



A poco più di ventiquattr'ore dalla scadenza, il Senato ha approvato la Manovra da 40 miliardi in via definitiva, confermando la fiducia al governo: 156 voti a favore e 124 contrari. Un tour de force che ha fatto infuriare le opposizioni. «Stiamo varando il provvedimento più importante dell'anno - ha detto la presidente del Senato, Elisabetta Casellati: - in un solo giorno».In realtà, la chiusura definitiva è arrivata qualche ora più tardi, con il varo di un decreto che all'ultimo minuto ha risolto un pasticcio di numeri sul taglio del cuneo. Fra le misure della legge di Bilacio, l'assegno unico universale per le famiglie con figli, l'anno bianco per gli autonomi, con l'esonero dai contributi per il 2020, e i fondi per assumere medici e infermieri in funzione della vaccinazione a tappeto anti Covid. Come ha sottolineato il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri: «In manovra, inoltre, sono state stanziate risorse per l'assunzione di 3mila medici e 12 mila infermieri e assistenti sanitari anche stranieri, come da me più volte auspicato».C'è poi il capitolo bonus, con l'estensione al 2022 di quelli al 110% e la proroga degli incentivi auto. Ma anche quelli per mobili, occhiali e rubinetti.Critiche dai sindacati. «Il Paese si affaccia al 2021 senza visione strategica, con una legge di Bilancio debole e sfocata su lavoro e investimenti, politiche sociali e coesione, sanità, scuola e pubblica amministrazione - nota la Cisl - incapace di assicurare sufficiente protezione alle persone esposte agli effetti della crisi».

Recovery, così il governo vuole accelerare





 di Paolo Baroni

Terminata la due giorni di confronto al Mef con i ministri Roberto Gualtieri e Vincenzo Amendola che hanno incontrato le delegazioni del Pd e dei 5 Stelle, di Leu e di Italia Via, sul Recovery fund la palla ora passa al presidente del Consiglio. A cui tocca ora fare la sintesi politica del tutto e appianare le non poche divergenze tra le richieste avanzate dalle varie forze di maggioranza. E poi andranno sfrondati ancora i progetti: l'ultima bozza del piano che impegna i 196 miliardi di fondi Ue, datata 29 dicembre, conta ben 157 pagine ed articola le sei missioni in ben 17 schede. «Da oltre 600 siamo scesi a 55 progetti, ancora troppi» per Conte.Lo scontro sulle risorseAltra questione delicata, le risorse. Ancora ieri il ministro dell'Economia ha spiegato che durante tutti gli incontri ha ricordato ai partner di governo che «noi dobbiamo mantenere un profilo di sostenibilità della finanza pubblica», per cui anche se adesso le regole europee sono sospese, occorre mantenersi nei saldi decisi dalla Nadef e votati da tutti. «Adesso ci sarà un nuovo scostamento di bilancio e quindi sarà possibile qualche piccolo aggiustamento, ma - ha proseguito - come ha ricordato anche il commissario Gentiloni, non si possono usare tutti i prestiti a debito pubblico, non lo fa nessuno in Europa e non sarebbe giusto farlo in Italia».Un concetto questo che, ripetuto anche ieri pomeriggio nel corso dell'incontro con Iv, è stato contestato dal presidente dei senatori renziani, Davide Faraone, contrario all'idea di fissare limiti tanto rigidi.Fonti di governo giudicano «positivo» il lavoro di merito svolto in questi giorni. Di tutt'altro parere Italia viva, che ieri, al termine di una maratona durata tre ore, ha parlato di «confronto non risolutivo». «Sui contenuti non ci siamo, ci separa un abisso», «le distanze sono siderali», hanno sottolineato fonti renziane. Per Iv i «punti cruciali» sono «il Mes, le infrastrutture, la giustizia, la pubblica amministrazione, il 5G, il no alla fondazione Cybersecurity, la questione demografica e la scarsa attenzione riservata ai giovani». La road mapGualtieri è «fiducioso che anche sul Recovery plan si possa produrre una sintesi positiva», così come è stato fatto sulla legge di Bilancio. «Dobbiamo fare una sintesi politica. È urgente», ha spiegato a sua volta Conte durante la conferenza stampa di fine anno. «Lo dico molto francamente, va fatta nei prossimi giorni e non valgono i giorni di festa». Il premier intende infatti portare il Recovery plan in Consiglio dei ministri «ai primi i gennaio» in modo sottoporre la bozza al Parlamento ed alle parti sociali, ed approvare il progetto definitivo entro metà febbraio. Quanto alla governance, «ci sarà un decreto legge: sarà una struttura di monitoraggio - ha puntualizzato il premier - per declinare i contorni, la fisionomia e i percorsi preferenziali per opere e investimenti. Una garanzia precisa come ci chiede l'Europa».

MATTEO RENZI RILANCIA:"Andrà a casa o governare sarà un'agonia"

 



di Carlo Bertini 

«Conte non ha capito che io non ho niente da perdere, non sono come Salvini che si giocava il Viminale», ringhia Matteo Renzi al telefono con i suoi, mentre sfreccia con la sua auto verso Firenze. Malgrado la pandemia, malgrado gli avvertimenti di Mattarella, il 2020 si chiude con un muro contro muro, tra un premier e un ex premier che non trovano uno straccio di accordo e un governo che rischia di franare. Il premier in carica è convinto che Renzi bluffa e che non arriverà a sfiduciarlo in aula, perché si spaventerà prima, come dice ad uno dei leader di maggioranza. L'ex premier si dice pronto a far vedere al suo successore con chi ha a che fare. Governare con pochi voti«Dal discorso che ha fatto - ripete a tutti Renzi - Conte mi pare uno che vuole rompere. Ma se vuole sfidarmi in Parlamento, lui rischia più di me». Il leader di Iv dopo aver sentito la conferenza del premier, si persuade che Conte voglia tentare la spallata e farlo saltare in Parlamento. «Per noi - dice - questo esito sarebbe la cosa migliore: se perdiamo in aula, a lui tocca governare con una maggioranza debole, un'agonia. E noi dall'opposizione recuperiamo voti. Se vinciamo, lui perde e se ne va a casa». E a quel punto? - gli chiedono peones e dirigenti del suo partitino. «Non si va a votare, tranquilli. Nessuno vuole votare, neanche i Dem. A quel punto, o si fa un governo retto da uno del Pd, o arriva Mario Draghi». Renzi non lo ripete, ma sa che al Colle garba assai poco la prospettiva di una maggioranza raccogliticcia che debba reggere l'urto della pandemia e del Recovery da realizzare. Quindi pensa che le circostanze remino in suo favore. La furia del pallottoliereE malgrado ciò si scatena nei corridoi di Palazzo Madama l'ansia del pallottoliere: «Certo, deve avere un'arma segreta Conte per fare così», scherza Renzi, quando gli mettono sotto il naso il taccuino con i numeri. «Tre di Toti e altri tre dell'Udc fanno "ciaone" a Giuseppi, sei voti in meno, il suk del Senato va maluccio», se la ride. Il pallottoliere dei responsabili segna quelli che si sono già sfilati, mentre i 18 di Iv dovrebbero esserci tutti, tranne forse 3 o 4. E anche dagli uffici del Pd confermano che la caccia ai responsabili segna meno punti dei 18 che sono la soglia di salvezza. Quindi, a meno di defezioni renziane, la sfida lascerebbe sul campo morti e feriti. Il leader di Iv esclude un appoggio esterno. Immagina di lucrare dall'opposizione come fa Calenda, il suo antagonista, «perché la scommessa su questo governo mi costa: se devo pensare all'interesse di Iv, è evidente che se sto all'opposizione cresco e ho uno spazio politico, mentre oggi non prendo i voti di quelli che criticano Conte». E allora ecco gli scenari a breve: primo, poco quotato, Conte apre una discussione seria con Iv e si arriva ad un accordo entro la Befana o a un Conte ter. Secondo, Conte cade e si fa un altro governo. Terzo, si va al voto: con Pd, M5s insieme ad una lista Conte e Iv fuori. Alla prima ipotesi ormai il Pd crede poco, idem Renzi: si aspettava che il premier aprisse, ma invece non l'ha fatto insistendo su tutti i punti controversi. Dal Mes, ai servizi segreti. Su cui ha pure aperto una nuova grossa faglia. Il nodo dei Servizi segretiAll'incontro al Mef con Gualtieri e Amendola, Elena Boschi ha infatti tirato fuori un articolo della bozza sul Recovery, che istituisce su proposta di Palazzo Chigi, un centro di ricerca per la cybersicurezza. I renziani lo considerano una provocazione, la fotocopia della fondazione sui servizi infilata nella Manovra come emendamento e poi ritirata tra le proteste di Pd e Iv. «Una cosa gravissima», reagisce subito Renzi, «anche il Copasir gli ha detto di no e lui insiste». Anche con Gualtieri le cose vanno male: dalle parti del ministro notano che l'unico vero disaccordo è sulle spese aggiuntive, che per i renziani servono a crescere e a frenare il debito, per Gualtieri invece lo aggraverebbero. Da Boschi giungono però report differenti. «Non c'è intesa su nulla Matteo». 

GIUSEPPE CONTE: «Basta con gli ultimatum.Senza Italia Viva vado in Parlamento»


di Federico Capurso 

Vuole correre, Giuseppe Conte. Evoca l'urgenza, la rapidità, il «non poter più galleggiare». Concetti che tambureggiano più volte nel corso della conferenza stampa di fine anno, ieri a villa Madama. Utili a evitare «imperdonabili ritardi» sul Recovery fund e forse anche a gettare lo sguardo più avanti, oltre le minacce di crisi lanciate da Matteo Renzi. Ma di concessioni, al leader di Italia viva, Conte non ne fa. Lancia invece un avvertimento: «Se verrà meno la fiducia di un partito, andrò in Parlamento». Nessuna crisi pianificata intorno a un caminetto, dunque. Vuole tornare in Aula, se ce ne sarà bisogno, perché tra i banchi di Camera e Senato Conte sa bene che una truppa di responsabili è sempre pronta a nascere. Guarda avanti, dunque. Al piano vaccini e a quello del Recovery fund: le due grandi sfide del 2021. E su nessuno dei due, avverte, si possono fare errori. Quelle che seguono sono alcune delle risposte date dal presidente del Consiglio in occasione della conferenza stampa di ieri. 

Presidente, intende sfidare Renzi in Parlamento, chiedendo un voto di fiducia come fatto con Salvini? 


«Il premier non sfida nessuno. Per rafforzare la fiducia e la credibilità del governo e della classe politica bisogna agire con trasparenza e il passaggio parlamentare è fondamentale. Finché ci sarò io ci saranno sempre passaggi chiari, in cui i protagonisti si assumeranno le proprie responsabilità». 

Italia viva le ha lanciato un ultimatum. 

«Gli ultimatum non appartengono al mio bagaglio culturale e politico. Aldo Moro nel suo ultimo discorso disse che gli ultimatum non sono ammissibili in politica perché impediscono soluzioni positive. Io sono per il dialogo e il confronto». 

Crede che una crisi sia inevitabile a questo punto? 

«Senza coesione tra forze di maggioranza non si governa, si vivacchia. E non è quello di cui ha bisogno il Paese. Ma è rischioso e insidioso aprire adesso uno scenario di crisi». 

Ha preso in considerazione le ipotesi di un rimpasto e di nominare dei vicepremier? 

«Difendo la mia squadra e se verrà posto il problema del rimpasto lo affronteremo. Nel precedente governo la formula dei vicepremier è stata sperimentata con scarso successo, ma i protagonisti cambiano». 

In caso di voto anticipato si presenterebbe con una sua lista o un suo partito? 

«Siamo qui per programmare il futuro. Non potrei mai distogliermi da questo obiettivo e mettermi a programmare una campagna elettorale. Abbiamo una prospettiva di fine legislatura e non dobbiamo disperdere il patrimonio di credibilità che abbiamo guadagnato in Italia e in Europa durante la pandemia». 

Intorno al Recovery plan continuano gli attriti all'interno della sua maggioranza. Rischiamo ritardi? 

«Ho sollecitato i contributi da tutte le forze politiche. Faremo una sintesi già nei prossimi giorni, poi ne parleremo con le parti sociali e il Parlamento. Non abbiamo né un documento né una governance: dobbiamo correre». 

È disposto a discutere l'attivazione del Mes per le spese sanitarie? 

«Si può discutere di tutto, ma sarà sempre il Parlamento a decidere se attivare il Mes o meno. Con il suo utilizzo crescerebbe però il debito pubblico. I mercati ci stanno dando grande credibilità, ma c'è un limite ed è necessario avere una curva di rientro dal debito». 

Farà il vaccino? E cosa sente di dire ai no vax? 

«Lo farei subito, per dare l'esempio, ma preferisco rispettare le priorità decise dalle Camere. Non interverremo con il vincolo della obbligatorietà, preferiamo la comunicazione e la persuasione, ma chiedo a tutti di mettere da parte le ideologie e le reazioni emotive. Compiamo un atto di solidarietà verso la comunità: facciamo il vaccino». 

Esiste l'ipotesi di un patentino vaccinale che consenta maggiori libertà di movimento? 

«Ci sono alcune proposte sul tavolo, ma non abbiamo ancora deciso nulla». Quando si vedranno i primi effetti del piano vaccinale? «I primi risultati veri si avranno, secondo gli esperti, quando si raggiungeranno tra i 10 e i 15milioni di vaccinati e non credo che sarà prima di aprile».

Perché l'Italia non si è assicurata dosi di vaccini extra, come la Germania? 

«Perché le dosi negoziate sono centinaia di milioni. E l'Italia non l'ha fatto perché all'articolo 7 del contratto con la Commissione europea c'è il divieto di approvvigionarsi a livello bilaterale». 

Lo stato di emergenza scadrà il 31 gennaio. Intende prorogarlo? 

«Verrà prorogato fino a quando ce ne sarà bisogno». 

Quando potrà tornare la piena didattica in presenza nelle scuole? 

«Auspico che dal 7 gennaio le scuole superiori possano ripartire con una presenza mista, almeno al 50%. Serve un sistema flessibile. Le prefetture hanno avuto il mandato di coordinare delle soluzioni da valutare città per città, scuola per scuola». 

A marzo scadrà il blocco dei licenziamenti. Quale scenario si apre? 

«Uno scenario molto critico e preoccupante. Dobbiamo lavorare alla riforma e al riordino degli ammortizzatori sociali e rendere più incisive le politiche attive del lavoro. La ministra ci sta lavorando» . 

La sofferenza del Cinema ai tempi del Covid-19.Parla Silvano Agosti



Tra i settori sicuramente più colpiti dalle chiusure imposte dal governo c’è sicuramente quello dello spettacolo con i cinema in grandissima sofferenza ormai da quasi un anno. Per tentare di resistere ci vuole passione e determinazione, ingredienti che però non sempre bastano.

In Spagna il vaccino non sarà obbligatorio...ma chi non lo farà sarà inserito in un elenco speciale



In Spagna il vaccino non sarà obbligatorio, ma chi deciderà di non farlo verrà inserito in una sorta di elenco speciale, un registro che verrà condiviso con gli altri Paesi dell’Unione europea. Ad annunciarlo il ministro della Salute spagnolo Salvador Illa che, nonostante si sia affrettato a spiegare che comunque il documento non sarà pubblico, ha creato non poche polemiche.

Il Papa e il viaggio in Iraq .Verso lo storico incontro con l’ayatollah sciita

 


da LA REPUBBLICA del 30 dicembre 2020.Paolo Rodari

Il grand’ayatollah al Sistani, leader spirituale sciita, avversario dell’Iran e difensore dell’autonomia degli sciiti iracheni, potrebbe avere un incontro con Francesco a Najaf durante la visita di quest’ultimo in Iraq, dal 5 all’8 marzo prossimi. La Santa Sede sta lavorando a un appuntamento che prevede anche la firma del documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune che Papa Bergoglio sottoscrisse già il 4 febbraio dello scorso anno ad Abu Dhabi assieme al grande imam sunnita di Al Azhar, Ahmad Al Tayyeb. Se le diplomazie riusciranno ad accordarsi, l’incontro avrà un impatto importante e decisivo a livello internazionale circa la convivenza pacifica e il dialogo fra le parti. «Aspettiamo che la Santa Sede dica qualcosa in merito a questa proposta condivisa con Najaf», ha detto all’agenzia Sir il patriarca caldeo di Bagdad, il cardinale Louis Rapahel Sako. E ancora: «Come è noto gli sciiti sono la maggioranza in Iraq e il grande ayatollah qui ha una enorme valenza religiosa e politica e sociale».

Al Sistani, 90 anni, è leader di una minoranza islamica che grazie a lui ha saputo arrestare l’offensiva jihadista in Iraq, porre fine alla presa del sedicente Stato Islamico su Mosul e completare la liberazione del Paese dal giogo degli uomini di Abu Bakr al Baghdadi. Esponente di punta della Hawza di Najaf e riferimento per milioni di fedeli sciiti sia all’interno sia all’esterno della terra dei due fiumi, al Sistani è stato negli ultimi anni una sponda importante per l’amministrazione di Washington nelle sue politiche volte a depotenziare l’Iran khomeinista.

Papa Francesco e la Santa Sede non cercano rapporti che acuiscano ulteriori divisioni ma, al contrario, lavorano per la pace fra appartenenze religiose differenti. Il Vaticano è consapevole che parte dello sforzo per la pace e per la ricostruzione dell’Iraq è ostacolato dalle tensioni Fra Stati Uniti e Iran. Ma la firma che chiede ad al Sistani è la medesima che è stata richiesta all’imam di al Azhar ed è volta a far sì che fra sciiti e sunniti possa finalmente regnare una parità di cittadinanza e che la religione non sia più pretesto per alimentare divisioni e odi reciproci.

In passato Francesco ha avuto degli incontri con dei religiosi sciiti iraniani, ma mai con un leader non sunnita del calibro di al Sistani. Il mondo islamico riconosce al Papa un carisma unico nel riuscire ad aprire porte che sembrano chiuse. Tutti l’hanno visto all’opera nell’incontro con il leader degli yazidi o negli appelli a difesa degli uiguri in Cina e dei rohingya in Myanmar. Dice Sako: «Egli è un uomo semplice, che non ha paura di andare dritto incontro all’altro e i musulmani ammirano molto questi gesti; ci dicono che è un Papa speciale e che tanti passi ha compiuto nella direzione del dialogo».

Ira Biden con Trump: boicotta la transizione è un irresponsabile




da LA REPUBBLICA del 30 dicembre 2020.Federico Rampini

«Irresponsabile», Donald Trump starebbe negando alla squadra del suo successore «informazioni necessarie in settori-chiave della sicurezza nazionale ». L’accusa grave viene da Joe Biden. Che cosa c’è dietro? A quali pericoli allude il presidente- eletto? Lui stesso indica nei fedelissimi che Trump ha nominato ai vertici della Difesa in occasione dell’ultimo ribaltone, i bracci operativi colpevoli di questo sabotaggio. Biden punta il dito contro un episodio recente, tuttora avvolto nelle nebbie: il vasto e micidiale attacco di hacker russi, riconducibile ad un’agenzia di élite dell’intelligence di Mosca. «Su molti aspetti, il Dipartimento della Difesa non ci ha informati», dice Biden. Aggiunge che quell’offensiva potrebbe essere tuttora in atto. Gli hacker agli ordini di Vladimir Putin sono penetrati in diversi siti strategici del governo federale, compreso quello che gestisce gli arsenali nucleari. E Trump ha fatto di tutto per ignorare, poi minimizzare, la portata di quell’offensiva. Ma non è l’unico caso in cui Biden sente di dover lanciare l’allarme.

Il passaggio dei poteri di questo dicembre 2020 a Washington è anomalo. Trump continua a negare legittimità alla vittoria dell’avversario, benché sia stata certificata dai 50 Stati Usa. Manca ancora un passaggio costituzionale, però. Il 6 gennaio il vicepresidente Mike Pence aprirà una sessione congiunta del Congresso – Camera e Senato – per contare definitivamente tutti i voti del collegio elettorale. È l’ultima occasione a cui Trump guarda per tentare un colpo di mano. Il 6 gennaio il Congresso può ancora contestare i risultati di questo o quello Stato. Trump spera che un manipolo di suoi seguaci repubblicani tenti almeno di avviare questo ricorso finale. Intanto il presidente uscente nega ogni cooperazione al presidente eletto. Altri rami della sua Amministrazione hanno cominciato invece a collaborare alla "transizione", aprendo i propri dossier alla task force di Biden, ma solo dal 23 novembre. Alcuni lo fanno obtorto collo, stando a Biden, e proprio nei settori più delicati come la sicurezza nazionale. Il rischio che corre l’America è reale, e non del tutto nuovo. Un precedente terribile aleggia su questa transizione. È il dicembre 2000, quando per effetto della contestazione sul voto in Florida la vittoria di George W. Bush contro Al Gore venne decisa in ritardo, con un intervento della Corte suprema. Il passaggio delle consegne dall’esecutivo di Bill Clinton cominciò in ritardo. Secondo alcune ricostruzioni questo contribuì a far sottovalutare all’Amministrazione Bush i segnali premonitori dell’attacco ordito da Osama Bin Laden, che colpì nove mesi dopo le Torri Gemelle di Manhattan e il Pentagono di Washington. Il ricordo di quel tragico precedente rende Biden vigilante. Ad aggravare i suoi sospetti c’è la "purga politica" che Trump ha operato ai vertici della Difesa dopo l’elezione, licenziando il ministro Mark Esper a cui non perdonava certi episodi di "resistenza" (come il rifiuto di schierare truppe in occasione delle manifestazioni di protesta anti-razzista). Al posto di Esper il presidente uscente ha nominato Christopher Miller, affiancato da Kashyap Patel come chief of staff: più docili. Biden denuncia le zone d’ombra nelle informazioni che sta ricevendo la sua squadra: «Abbiamo bisogno di un quadro chiaro sulla posizione delle nostre forze sullo scacchiere mondiale, e delle operazioni in corso per tenere a bada i nostri nemici. Dobbiamo scongiurare qualsiasi periodo di confusione o di lacune, che i nostri avversari potrebbero sfruttare».

«Signor presidente, basta follie» .L’ultimo colpo di Murdoch a Trump


da IL CORRIERE DELLA SERA del 30 dicembre 2020.Giuseppe Sarcina

 Il titolo in prima pagina è brutale: «Presidente, basta con questa follia. Lei ha perso le elezioni, ecco come può salvare il suo lascito politico». Così il 27 dicembre anche il New York Post ha scaricato Donald Trump. Il tabloid fa capo a Rupert Murdoch e negli ultimi quattro anni ha appoggiato senza riserve, con spirito militante, l’avventura politica del costruttore newyorkese. Adesso: «Stop». Lo strappo è firmato dall’editorial board, cioè è condiviso dalla direzione e dalla proprietà: «Signor presidente è venuto il momento di mettere fine a questa cupa farsa...Sfortunatamente lei è ossessionato da quello che accadrà il 6 gennaio, quando il Congresso, con un atto formale, certificherà il risultato del Collegio elettorale. Lei ha twittato che se i repubblicani avranno coraggio potranno rovesciare questo risultato e consegnarle altri quattro anni di presidenza. In altri termini lei sta incoraggiando un colpo antidemocratico».L’articolo demolisce la falange che continua a difendere Trump. L’avvocata Sidney Powell «è una pazza» che diffonde falsità ridicole, immaginando un complotto del leader venezuelano Nicolas Maduro per manipolare i macchinari degli uffici elettorali. L’ex consigliere per la Sicurezza, Michael Flynn, che suggerisce il ricorso alla legge marziale, è «l’equivalente di un traditore».Il New York Post chiede al presidente di concentrarsi sui ballottaggi in Georgia, dove saranno in gioco due seggi decisivi per gli equilibri del Senato. È una specie di ultimo appello. Murdoch, 89 anni, probabilmente, si considera uno dei pochi in grado di provarci. I suoi rapporti con Trump, in realtà, sono stati discontinui. È vero che negli anni ‘80 e ‘90 il suo New York Post, acquistato nel 1976, ha contribuito a costruire il marchio di «The Donald»: imprenditore, celebrità televisiva, protagonista della vita brillante della Grande Mela.Tuttavia il tycoon australiano non ne ha incoraggiato l’avventura politica. In un passaggio del libro Fuoco e Furia, Michael Wolff racconta come, fino al 2015, Murdoch considerasse Trump «un clown, nel migliore dei casi».Poi anche lui ha preso atto che stava arrivando una nuova stagione, convinto anche da Roger Ailes, l’ideatore dell’attuale formula di Fox News. Per quattro anni, anche dopo l’uscita di Ailes nel 2016, il gruppo televisivo ed editoriale di Murdoch è stato il vero partito trumpiano del Paese. E la direzione del New York Post, insieme con gli anchor di Fox News Sean Hannity, Tucker Carlson, Laura Ingraham, sono stati gli ultrà del presidente.Con il tempo Murdoch, scrive sempre Wolff, è diventato uno dei consiglieri informali di Trump, resistendo anche alle pressioni del suo secondogenito, James Murdoch, 47 anni, che si è dimesso da ogni carica operativa il 31 luglio scorso «per disaccordi sui contenuti editoriali pubblicati dai giornali della società». C’erano di mezzo anche le politiche ambientali di Trump, apprezzate pure dal New York Post.Per decenni Rupert Murdoch ha avuto fama di conservatore pragmatico. Apprezzò Margareth Thatcher, ma ebbe anche una breve simpatia per Tony Blair impegnato nella guerra in Iraq. È chiaro che ora non abbia alcuna intenzione di seguire Trump nella «follia». Si era già capito dall’editoriale pubblicato il 20 dicembre su un altro suo quotidiano, il Wall Street Journal, espressione dell’establishment finanziario: «La brutta uscita di Trump». Ma la conclusione del New York Post è destinata a rimanere: «Noi comprendiamo, signor Presidente, che lei sia arrabbiato per la sconfitta. Però continuare lungo questa strada è rovinoso .... I democratici la liquideranno come un’aberrazione durata un solo mandato e, francamente, lei li sta aiutando. Il Re Lear di Mara-Lago che farnetica contro la corruzione del mondo».