Anglotedesco

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martedì 29 dicembre 2020

Autostrade e Rete unica, lo stallo tra liti e sgambetti reciproci


di Paolo Baroni 

Autostrade e Rete unica: due storie infinite, due dossier che arrancano nonostante le spinte (e a volte le urla) della politica. Due storie parallele, con molti protagonisti in comune: il governo (i vari Conte, Gualtieri, Patuanelli e De Micheli) a fare da regista; la Cassa Depositi guidata da Fabrizio Palermo, nel ruolo di player; e l'onnipresente e molto aggressivo fondo australiano Macquarie. Per entrambe le vicende la soluzione è ancora di là da venire. Per un vizio di fondo: il governo non ha fatto bene i conti con il mercato e le sue regole ed ha sottovalutato gli interessi dei vari soggetti in campo, sia pubblici che privati come dimostrano i fatti degli ultimi mesi.È il 15 luglio quando al termine di un Consiglio dei ministri durato un'intera notte il governo ufficializza la resa dei Benetton. Che dopo il crollo del ponte Morandi e la minaccia di revoca della concessione(o «caducazione» per dirla col premier), per evitare il default avallano «l'immediato passaggio del controllo di Aspi» a Cdp, attraverso la sottoscrizione di un aumento di capitale riservato e l'ingresso di investitori istituzionali di suo gradimento, «l'uscita dal perimetro di Atlantia e la contestuale quotazione in Borsa».Veniva subito fissata la scadenza del 27 luglio, data entro cui Cdp e Atlantia avrebbero dovuto siglare un memorandum per regolare il passaggio delle quote, ma è subito saltata. Questo è stato solo il primo di tanti rinvii. Già ai primi di agosto, infatti, Atlantia segnala «concrete difficoltà nella trattativa con Cdp» per questo il mese dopo la società mette in campo una doppia soluzione. Quella principale prevede la vendita dell'intera quota di Aspi (88%) attraverso un'asta internazionale, ovviamente «aperta anche a Cdp ed alleati», e di procedere alla scissione conferendo le quote ad una nuova società da quotare in Borsa, ma non si esclude nemmeno di poter cedere questo 88% direttamente a Cdp. A ottobre l'assemblea di Atlantia dà il via libera alla scissione. Intanto il confronto con Cdp si fa sempre più duro. Le parti litigano sulla richiesta di manleva rispetto alle possibili richieste di danni legate al crollo del Morandi avanzata da Cdp e soci (i fondi esteri Macquarie e Blackstone) e ovviamente sul prezzo. Sia Atlantia che i grandi fondi internazionali presenti nel capitale di Aspi non sono disposti a fare sconti e valutano l'intera Aspi 11-12 miliardi contro gli 8,5/9,5 di Cdp. Proposte e controproposte si elidono, intanto per il 15 gennaio viene fissata l'assemblea di Atlantia che dovrà procedere con la scissione. Con una lettera del 22 dicembre il Consorzio Cdp conferma il suo interesse per l'operazione ma chiede più tempo per poter presentare per quella data un'offerta vincolante anticipando poi che alla luce della due diligence in corso intende rivedere al ribasso la sua offerta portandola ben sotto la parte bassa della forchetta proposta in precedenza. Ipotesi che viene subito respinta in quanto «non sufficiente». Questo non impedisce però ad Atlantia di lasciare porta aperta a Cdp, dando tempo sino al 30 gennaio per chiudere la due diligence. 

Digitale, priorità assoluta 

È invece del 31 agosto la firma tra Tim e (di nuovo) Cdp di un memorandum che dà il via all'operazione Rete unica, e alla nascita di una nuova società a forte presenza pubblica chiamata a gestire lo sviluppo della banda ultra larga e far quindi compiere al Paese un balzo in avanti nella digitalizzazione. L'obiettivo, fortemente caldeggiato dal governo, che fa della digitalizzazione uno dei primi impegni del Recovery plan, è integrare la rete gestita da Tim (dove Cdp ha quasi il 10%) con quella di Open Fiber, società partecipata 50/50 da Cdp ed Enel e nata per portare la fibra nelle «aree bianche» del Paese, ovvero quelle a fallimento di mercato. Tim fa la prima mossa e assieme a Fastweb, Tiscali e Kkr da vita a Fibercop a cui conferisce la sua rete in rame, ma presto i problemi sorgono sul fronte Open Fiber con Enel che a ottobre decide di fare cassa e sfilarsi.A nulla è valso l'invito ufficiale dei ministri Gualtieri e Patuanelli all'ad Francesco Starace di «tenere presente l'interesse strategico del progetto Rete unica». 

Soldi, soldi, soldi 

Anche in questo caso il prezzo (2,12/2,65 miliardi), la classica offerta che non si può rifiutare, rappresenta «il problema» perché in pratica valorizza Open Fiber tanto quanto Fibercop con cui dovrebbe poi fondersi, col risultato di impedire a Tim di detenere il 50,1% della nuova AccessCo. Cdp potrebbe far valere un diritto di prelazione ma, al momento, non sembra interessata ed esclude una trattativa sulla quota di Enel. 

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