Anglotedesco

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martedì 15 dicembre 2020

CARLO MESSINA:"All'Italia serve stabilità politica. La prima emergenza del Paese è la libertà"

 



Intervista di Massimo Giannini 

«L'Italia sta affrontando la pandemia sfruttando il suo punto di forza: il risparmio delle famiglie: 10 trilioni di euro. Ma ora bisogna accelerare, e il Recovery Fund è l'occasione per farlo». Carlo Messina, amministratore delegato del gruppo Intesa Sanpaolo, guarda con fiducia al futuro. «Ma a condizione che il Paese riesca a rimettere in circolo i 120 miliardi di depositi bancari accumulati quest'anno, di cui la metà depositati dalle aziende». In questa intervista a La Stampa, durante la giornata conclusiva dell'«Alfabeto del futuro», il Ceo del primo gruppo bancario italiano lancia anche un doppio monito alla politica. Il primo riguarda la povertà e le disuguaglianze: «Questa è di gran lunga la prima emergenza del Paese, è sconvolgente vedere centinaia di persone in fila per il pane». Il secondo riguarda la stabilità: «Non possiamo permetterci una crisi di governo proprio ora, gli italiani non capirebbero». 

Dottor Messina, l'Italia cresce poco e niente, da almeno due decenni. Ora la crisi si acuisce per gli effetti del Covid. Come siamo messi, anche rispetto agli altri Paesi europei? 

«L'Italia sta affrontando la pandemia sfruttando i suoi punti di forza. Da una parte c'è il risparmio delle famiglie: oltre 10 trilioni di euro, un record europeo e tra i dati migliori a livello mondiale. Dall'altra imprese che hanno lavorato moltissimo per migliorare la loro struttura finanziaria e quindi hanno una capacità di resistere allo shock molto migliore rispetto al periodo 2008-2011 e comparabile ai migliori Paesi d'Europa. Questi sono due punti di forza strutturali dell'economia reale. Ovviamente il crollo della domanda e dei consumi interni e internazionali ha portato a una fortissima contrazione del Pil nei primi due trimestri, ma il netto rimbalzo del terzo trimestre è la dimostrazione che questo Paese ha grandi potenzialità di recupero da mettere in campo, quando torneranno domanda e consumi». 

E quando avverrà il "miracolo"? 

«Vedo una fase di recupero possibile nel 2021, pur con tutta la giusta attenzione per i settori più colpiti dalla carenza di domanda come turismo, cultura, ristorazione e sport. Tutti gli altri comparti hanno potenzialità di ripartenza rapida molto significative: è un'evidenza, se guardiamo ai depositi bancari aumentati di 120 miliardi di euro nell'ultimo anno. Di questi, 60 miliardi sono stati depositati dalle aziende e 60 dalle famiglie. Numeri che rappresentano un indicatore di patologia da incertezza, ma anche di grande forza relativa: è una mole di liquidità che può tornare nel circuito dell'economia reale. Rispetto al resto d'Europa, non siamo posizionati male: in termini relativi, questi due punti di forza ci rendono più comparabili alla Germania che ad altri Paesi che pure hanno un debito pubblico notevolmente inferiore. Ho fiducia nel percorso di recupero dell'Italia». 

Ma il governo vive uno psicodramma, appeso a incognite come la "verifica" e il "rimpasto". Da banchiere, non la preoccupa questa instabilità politica? 

«È un grande freno agli investimenti e al ritorno ai consumi. Se all'incertezza aggiungiamo instabilità politica, rischiamo una tempesta perfetta tra la fine del 2020 e l'inizio del 2021. Abbiamo assoluto bisogno di stabilità politica. L'Europa sta mostrando che tutta insieme può competere con Usa e Cina, uscire da questo percorso per discussioni tra forze politiche sarebbe un errore imperdonabile. Gli italiani sarebbero i primi a non perdonare una classe dirigente che non fosse coesa. Le parole del presidente Mattarella sono rappresentative di quel che pensano gli italiani: c'è bisogno di coesione nelle imprese, nelle famiglie e nella classe politica. È un dovere assoluto». 

Nel frattempo la pandemia ha fatto esplodere le disuguaglianze. A dispetto del ritornello che sentiamo spesso, e cioè che "siamo tutti sulla stessa barca", io penso che siamo tutti nella stessa tempesta, ma su barche molto diverse. Non è così? 

«Condivido. Le diseguaglianze e l'aumento della povertà: è questa l'emergenza numero uno. Il recupero dell'economia ci sarà, ma non possiamo permettere che questo avvenga con un ampliamento delle diseguaglianze. Questo è pericolosissimo, se vogliamo mantenere la coesione sociale». 

Il governo ha varato un pacchetto di ristori da 110 miliardi. È sufficiente? Cos'altro serve per colmare il divario tra chi ha di più e chi ha di meno? 

«Senta, ieri vedevo in tv le scene degli affollamenti nei negozi. Ma sinceramente mi colpiscono di più le file di centinaia di persone che hanno bisogno di mangiare e si incolonnano per un pasto. Fino a poco tempo fa, queste persone vivevano una vita dignitosa e ora hanno bisogno di aiuti per mangiare. Ecco, queste file sono l'elemento che il Paese non può sottovalutare, la rappresentazione di ciò su cui tutti dobbiamo concentrarci». 

Confindustria contesta il "Sussidistan" italiano. Lei che ne pensa? 

«Sì, negli ultimi tempi si è parlato di sussidi in termini negativi, demonizzando gli aiuti. Il sussidio è una patologia se viene inteso nella logica di incassare e poi non fare nulla per crescere, ma oggi intervenire contro la povertà e aiutare chi ha bisogno è una priorità assoluta per il Paese. Sicuramente anche per le organizzazioni private come Intesa Sanpaolo, che ha erogato milioni di pasti, ma soprattutto per lo Stato, che deve inserire gli interventi contro la povertà come primo capitolo delle voci di spesa per il 2021. Bisogna usare bene le risorse». 

C'è il reddito di cittadinanza. La convince? 

«Il reddito di cittadinanza è diventato tema di lotta politico-ideologica. Presenta criticità, ma la lotta alle diseguaglianze deve essere il tema numero uno dell'agenda per il 2021. Dobbiamo occuparcene tutti insieme perché non bastano i ristori, che pure sono utilissimi, per evitare che ampie fette del ceto medio finiscano nella povertà». 

Gran parte della spesa la stiamo facendo in deficit. Questo farà lievitare il debito pubblico, che è già gigantesco. Al G30 Mario Draghi ha pronunciato parole molto chiare: l'unico modo per gestire questo debito è aumentare il nostro tasso di crescita. 

«Alla fine del 2020 avremo un debito pubblico vicino al 160% del Pil. Anche depurandolo dei 600 miliardi sottoscritti dalla Bce, siamo sul 125-130% del Pil: è impressionante. Anche immaginando una crescita nel medio periodo oltre il 2% e un avanzo primario dell'1%, arriveremmo al 135% nel 2035. Siamo di fronte a una condizione in cui abbiamo bisogno di usare il debito per stimolare la crescita, ma di certo dobbiamo impostare subito misure per far rientrare il debito entro i limiti della sostenibilità». 

E come si fa? 

«Servono manovre strutturali su componenti su cui l'Italia non ha mai lavorato, su questo c'è una fortissima responsabilità della classe dirigente del passato. Oggi gli interventi della Bce e il grado di internalizzazione del debito, sottoscritto da molti italiani, ci rendono meno fragili. Ma dobbiamo essere sicuri di investire le risorse su motori di crescita certi, evitando interventi a pioggia o sparsi in tante piccole voci. E c'è bisogno di investimenti che diano ritorni in fretta, come le costruzioni. Poi si deve lavorare su infrastrutture digitali e riconversione green, impostando subito anche se i benefici non saranno immediati. Poi, oltre alla sanità, l'altra priorità assoluta sono i giovani». 

Di giovani parlano tutti, ma nessuno fa granché... 

«Vero: spendiamo più soldi in interessi passivi che in istruzione. Servono istituti tecnici superiori dove chi studia sa che troverà lavoro perché si forma in base alle esigenze del mondo produttivo. Abbiamo il paradosso di aziende che chiedono di assumere e di persone che cercano lavoro, ma domanda e offerta non si incontrano. È un punto di debolezza assoluto rispetto al resto d'Europa». 

Il Recovery Plan è una chance enorme. Siamo in grado di gestire un pacchetto di risorse che non si vedevano dai tempi del piano Marshall? La classe dirigente italiana è in grado all'altezza della sfida? 

«Questi progetti e la gestione degli investimenti richiedono un'accelerazione rispetto ai ritmi del passato, quando non siamo stati in grado di spendere i fondi europei. Serve un cambio di passo assoluto...». 

Le task force le sembrano lo strumento adatto? 

«La mia esperienza mi porta a dire che vanno sfruttate le strutture organizzative esistenti: se ho strutture e personale dentro i ministeri, i fondi vanno portati lì. Naturalmente possono esserci dei gestori per la pianificazione e il controllo delle attività, è corretto individuare figure che facciano questo lavoro, ma a realizzare i progetti devono essere i ministeri, altrimenti si rischia che i progetti non arrivino a terra. E invece è fondamentale riuscirci e rimettere in moto la macchina del Paese nel 2021. Con il digitale e il green non riparti subito, né recuperi posti di lavoro o supporti chi è in difficoltà. Il Recovery è una chance unica ed è categorico non sprecarla. Anche perché il moltiplicatore su quei 209 miliardi è impressionante, privati e banche possono finanziare senza difficoltà tantissimi progetti. Il potenziale è enorme». 

Torniamo al tema dei depositi bancari e del risparmio. A conferma della sfiducia che paralizza il Paese, il monte risparmi è lievitato a 1. 600 miliardi. Come si fa a scongelare questo icerberg, per favorire la crescita e alleggerire il debito pubblico? 

«Dietro alla crescita dei depositi, c'è sicuramente un fattore di incertezza: i 60 miliardi di euro che le famiglie, non avendo consumato, hanno portato in banca. Ma altri 60 miliardi sono soldi di aziende che, se ci fossero condizioni di certezza sulla ripartenza, tornerebbero velocemente all'economia reale. È a queste risorse che bisogna guardare, attivando a inizio 2021 la macchina degli investimenti pubblici per mobilitare anche quelli privati. Tutti hanno difficoltà, ma che ci siano potenzialità fortissime di recupero è un'evidenza in quei 60 miliardi. Per quanto riguarda le famiglie, dobbiamo trovare il modo di favorire il ritorno ai consumi e far sì che parte di quel risparmio sostenga il debito pubblico garantendo rendimenti importanti, anche con strumenti come i fondi pensione. Un altro modo per valorizzare il risparmio è favorire fondi immobiliari regionali in cui collocare edifici locali: così le famiglie possono comprarsi pezzi dei loro territori e far rientrare risorse senza bisogno di imposte». 

Si risente parlare di un grande classico italiano: la patrimoniale. Lei come la giudica? 

«Trovo molto negativa l'idea di una patrimoniale. La considero un destino finale ed estremo, se non riusciremo a gestire il debito pubblico nei prossimi anni. Sarebbe l'esito di una sconfitta». 

Parliamo di banche. Draghi al G30 ha sollevato anche il problema dei crediti deteriorati. Serviranno interventi sul capitale degli istituti, ha detto. Rischiamo altre crisi, dopo Mps, Carige, le venete? 

«I numeri ci dicono che le sofferenze bancarie non stanno crescendo, anche grazie alla concessione di moratorie e alle garanzie pubbliche. C'è sicuramente, per il 2021, un potenziale rimbalzo dell'ammontare delle sofferenze proprio per il venir meno di moratorie e garanzie pubbliche. Tutte quelle imprese rette dai ristori, dunque non quelle che hanno depositato 60 miliardi, possono andare in difficoltà. Dovremo vedere realmente l'impatto della crisi sulle imprese che non ce la faranno, ma sul fronte del sistema bancario sono molto fiducioso, credo ci siano condizioni tali da poter affrontare l'aumento delle sofferenze atteso per il 2021». 

Nonostante le regole Ue, che sembrano penalizzare le banche italiane? 

«Oggi il sistema bancario è in una posizione molto migliore del passato. Dovremo capire quanto, al termine delle moratorie, le aziende potranno fare ricorso ai 60 miliardi di depositi o invece dovranno fronteggiare una mancanza di liquidità. Vale la pena vedere come sarà il 2021: io mi aspetto che ci saranno delle difficoltà, ma non credo che serviranno aumenti di capitale delle banche. Certo il settore dovrà procedere con altre concentrazioni: noi non abbiamo in programma nuove acquisizioni, ma altri dovranno fare come abbiamo già fatto noi». 

Dottor Messina, da cittadino, come giudica l'operato del governo Conte? 

«Dall'esterno si danno giudizi troppo facili. Chiunque avrebbe avuto difficoltà a gestire la pandemia e un crollo del Pil a due cifre. Tutti possiamo fare meglio, ma sono convinto che il governo abbia agito in modo corretto sul fronte dell'economia. Di certo ora non può permettersi di sbagliare sulla crescita e sulla lotta al disagio e alla povertà». 

Lei sembra fin troppo ottimista. L'Italia ce la farà? 

«Ne sono convinto, siamo un Paese forte, con dei talenti che non trovi altrove. Io incontro tantissime controparti internazionali e so che quando guardi negli occhi un italiano vedi una brillantezza difficile da trovare altrove. Ora ognuno deve fare la proprio parte, con lo spirito di chi si muove sulla stessa barca e non su tante banche diverse. È l'errore che abbiamo commesso spesso, ora non deve più succedere». 

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