Anglotedesco

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mercoledì 23 dicembre 2020

Dopo vent'anni Forti torna in Italia


di Francesco Grignetti e Francesco Semprini 

Venti anni trascorsi in un carcere di massima sicurezza in Florida, con la prospettiva di morirci. E la convinzione di essere vittima di un clamoroso errore giudiziario. Ma ora è finita, quantomeno con le celle statunitensi. Enrico "Chico" Forti, da Trento, 61 anni, torna in Italia. Lo ha annunciato il ministro Luigi Di Maio un attimo dopo avere informato il Capo della Stato e il presidente del Consiglio. E ora la mamma Maria, novantunenne, non trova le parole per esprimere la sua gioia: «Sono emozionatissima, non riesco neanche a parlare. Faremo una bella festa appena possibile». Forti, condannato all'ergastolo nel 2000, torna in Italia grazie alla convenzione di Strasburgo, che permette a un detenuto di scontare la pena nel proprio Paese. Non un obbligo per lo Stato che l'ha condannato, e infatti finora ogni richiesta di riportarlo in Italia si era infranta contro un muro, sia in Florida, sia a Washington. In Italia aveva un bel dannarsi lo zio Gianni, che non s'arrendeva, e pressava i politici di turno. Tutto inutile. «Finalmente - dice - dopo 21 anni di battaglie... La mamma di Chico aveva quasi perso le speranze, quindi ho avuto il grande piacere di farle questo regalo di Natale». Tutto è andato a posto perché negli Stati Uniti si è creata un'opportunità quasi irripetibile: a livello di opinione pubblica è maturata la convinzione che la condanna era discutibile, a livello politico l'Amministrazione Trump ha ritenuto di non opporsi. Il detenuto Chico Forti ha così potuto presentare la domanda e con sua somma sorpresa gli hanno detto di sì. «No Joe, dimmi che è vero, Joe, per favore». L'avvocato Joe Tacopina ieri ha avuto una conversazione breve ma intensa con Chico. «Pensava che stessi scherzando, mi diceva: Joe, dai, dimmi la verità. Poi è scoppiato a piangere, lacrime di gioia, non riusciva a smettere». Tacopina è da dieci anni il suo avvocato. «Il trasferimento - racconta - è frutto di un lavoro in cui mi sono fatto portatore della tesi della sua innocenza in tutte le sedi istituzionali, giuridiche e mediatiche possibili. Ma ritengo che uno degli elementi decisivi sia stata la lettera scritta di suo pugno da Bradley Pike, il fratello della vittima, in cui spiega di essere convinto dell'innocenza di Forti e della necessità della sua scarcerazione». Con quella lettera in mano, Tacopina ha chiamato il governatore della Florida competente per il caso e partecipato alla trasmissione Forty Eight Hours andata in onda il 7 dicembre su Cbs. Una puntata dal titolo: The case against Enrico Forti: is he the Italian Amanda Knox? «È stato un lavoro straordinario anche perché gli autori hanno portato avanti un'indagine molto approfondita, hanno raccolto prove a sostegno della tesi dell'innocenza. In particolare, riguardo ai giurati del processo alcuni dei quali si sentivano sotto pressione da una campagna colpevolista». E poi c'è stato lo «straordinario lavoro» dell'ambasciatore Armando Varricchio. Crede che qualcuno lo volesse incastrare? «No, solo che nel processo Chico è stato assistito da un pessimo avvocato. Il resto lo ha fatto una giustizia che non ha seriamente preso in considerazione le sue istanze. Un caso di giustizia terribile, una vera tragedia americana». Dietro le quinte, la negoziazione tra i due Stati è stata conclusa rapidamente perché c'era stata una decisione politica. E non è un caso se Di Maio, nell'annunciare la svolta, ha precisato: «L'Italia ha un grande alleato negli Stati Uniti. Il lavoro fatto quest'anno ha dimostrato che il segretario di Stato Mike Pompeo e l'Amministrazione degli Stati Uniti erano vicini all'Italia». Di Maio ci ha messo l'anima, tampinando gli americani, e su tutti Pompeo. Si era appassionato al caso. Pare che anche la sua compagna fosse molto coinvolta. Da ultimo, non c'era messaggio vocale inviato dalla Florida allo zio Gianni che non finisse con «saluti a Luigi». «Devo dire grazie a questo governo, il primo che ci ha messo ufficialmente la faccia e ha mantenuto le promesse che aveva fatto», conclude lo zio.

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