Anglotedesco

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martedì 29 dicembre 2020

Etiopia, dopo 30 anni fuori gli ospiti scomodi dell’ambasciata d’Italia




 da LA REPUBBLICA del 29 dicembre 2020. Vincenzo Nigro

Italia ed Etiopia chiudono insieme, con saggezza, un piccolo grande capitolo della loro storia comune: un episodio che sembra arrivare da un’era geopolitica e diplomatica distante anni luce. L’ambasciatore d’Italia ad Addis Abeba, Arturo Luzzi, fra poche ore riceverà la comunicazione con cui il Ministero degli Esteri di Addis gli indica che i due "ospiti" etiopici che ancora risiedono a Villa Italia (accusati e condannati per genocidio) possono uscire da quella residenza diplomatica e godranno di libertà vigilata. Non dovranno più scontare l’ergastolo e non rischiano la pena di morte: i due sono Berhanu Bayeh e Addis Tedla, 82 e 74 anni, due ex gerarchi del "regime del terrore" di Menghistu Haile Mariam, il dittatore che guidò l’Etiopia dal 1977 al 1991.

Altre volte ambasciate italiane hanno ospitato dissidenti oppure carnefici in fuga. Si pensi soltanto ai fratelli Popa, che negli Anni Ottanta fuggirono dal regime comunista albanese saltando dentro il giardino della nostra sede diplomatica a Tirana. Ma una storia lunga come questa etiope non si è mai sentita: i due compagni del colonnello Menghistu avevano varcato i cancelli di "Villa Italia" il 26 maggio del 1991. Manca un soffio e saranno 30 anni.

Quel giorno nell’ambasciata trovarono rifugio una ventina di gerarchi del "Derg", la giunta militare sostenuta dall’Urss. Nella primavera del 1991 il regime crollò in pochi giorni. Sotto la spinta dei ribelli del Tigrai (quelli oggi in guerra con Addis Abeba), i capi del Derg capirono presto che era finita. Menghistu fu il primo a fuggire, su un aereo militare carico di lingotti d’oro verso il rifugio finale, quello Zimbabwe dove vive ancora oggi. Nell’ambasciata entrarono Bayeh, ministro degli Esteri, e Addis Tedla, capo di stato maggiore di Menghistu. L’ambasciatore del tempo, il mitico Sergio Angeletti, li accolse e per 30 anni l’Italia rifiutò di consegnare uno solo dei gerarchi perché sicuramente sarebbero stati messi a morte dopo aver provocato tanti lutti e violenze all’Etiopia.

Presto molti abbandonarono l’ambasciata: a Villa Italia rimasero anche il generale Tesfaye Gebre Kidan, ex ministro della Difesa, e Hailu Yimenu, premier ad interim. Hailu si suicidò nella vasca da bagno dell’appartamentino che Angeletti aveva riservato loro e sparandosi con una pistoletta che si era portato dietro. Il generale Gebre Kidan invece sarebbe stato ucciso durante una lite dallo stesso Bayeh, che lo avrebbe colpito in testa con una bottiglia.

Ci sono voluti 30 anni per chiudere questa vicenda, che nasce tutta dalla criminalità sanguinaria di Menghistu. Assassinando ed eliminando suoi compagni d’arme, il colonnello si era fatto designare capo del "Derg" nel 1977 e da allora avviò uno stermino sistematico di rivali, ex realisti, di uomini della chiesa, di ogni tipo di oppositore potesse trovarsi sulla sua strada. Fu il "terrore rosso", e il colore era dovuto al campo che il colonnello aveva scelto. Quello dell’Urss che lo appoggiava contro gli Stati Uniti che a loro volta sostenevano il regime ugualmente brutale di Siad Barre in Somalia. Una "prigionia" in ambasciata così lunga forse sarà irripetibile. Dittatori sanguinari e gerarchi sottomessi in giro per il mondo ce ne sono ancora molti.

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