Anglotedesco

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martedì 15 dicembre 2020

Il presidente del Consiglio non cede a Italia Viva



Si era fatto tardi al piano nobile di palazzo Chigi, ma il presidente del Consiglio parlava, parlava e non dava segni di voler concludere il suo incontro con la delegazione del Pd. Alle 21, 45 di lunedì, quando Giuseppe Conte si è alfine alzato e ha salutato i suoi ospiti, uno di loro ha guardato l'orologio: le "conclusioni" erano durate 25 minuti e altri 40 minuti se ne erano andati due ore prima per l' "introduzione". A tutti i suoi interlocutori, Conte in queste ultime ore è parso loquace, persino ciarliero ma anche «convinto di aver forzato l'assedio», come raccontava un esponente di Leu al termine dell'incontro col presidente del Consiglio. Conte si è persuaso di aver fatto la mossa giusta, quando nel fine settimana ha improvvisamente deciso di anticipare una verifica che il suo sfidante Matteo Renzi si aspettava per gennaio. Una mossa tattica proprio sul terreno preferito da Renzi, che come sussurrano a palazzo Chigi, «è stata suggerita da un ministro del Pd» e che costringerà Renzi a calare le sue carte prima del previsto: domattina alle 9 anziché fra un mese, come sperava. E in quell'incontro Renzi sa già la domanda che si sentirà fare da Conte: «Italia Viva intende cambiare qualche ministro? ». Tradotto in italiano: caro Renzi, vuoi o no entrare nel governo? Una domanda che chiamerà una risposta impegnativa: l'ex premier dovrà pronunciarla alla presenza di una ministra a rischio (Teresa Bellanova) e di una candidata ad entrare nel governo: Maria Elena Boschi. Certo, due donne leali, ma Renzi dovrà dare una risposta che sarà messa a verbale. Un punto di non ritorno: o dentro o fuori. Tutta la verifica, accanto alle questioni politico-strategiche sollevate da Renzi, ruota attorno a una certezza: oltre ad una svolta nelle politiche del governo, all'ex premier piacerebbe riprendersi un "posto al sole" (possibilmente il ministero degli Esteri, con Di Maio all'Interno), ma il leader di IV sa che l'impresa diventa improba se il segretario del Pd Nicola Zingaretti non chiede anche lui di entrare al governo, rafforzandolo con un patto di legislatura. I tre principali protagonisti del triangolo - Conte, Zingaretti e Renzi - lo sanno: un conto è organizzare una crisi pilotata, con tre, quattro ingressi pesanti in ministeri strategici, un conto è imporre le dimissioni a un singolo ministro per far posto a Renzi. 

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