Anglotedesco

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mercoledì 16 dicembre 2020

In Italia nel 2020 700 mila morti :"Come nel 1944"


Da LA REPUBBLICA del 16 dicembre 2020. di Chiara Saraceno

Un’Italia sempre più vecchia, che perde popolazione nonostante l’apporto degli stranieri. Un paese che nell’arco di 69 anni — meno della vita di una generazione — ha visto rovesciarsi il rapporto tra bambini e anziani. Quando gli attuali sessantacinquenni avevano tre anni, nel 1951, c’era meno di un anziano per bambino. Nel 2019 ce ne sono cinque per ogni ragazzo/a sotto i 15 anni. Così l’indice di vecchiaia (il rapporto tra la popolazione di 65 anni e più e quella con meno di 15 anni) è più che quintuplicato, passando dal 33,5% del 1951 a quasi il 180% del 2019. Si tratta di una trasformazione demografica epocale, avvenuta in un tempo relativamente breve, che riguarda la stessa composizione delle reti familiari: non più fatte da tanti bambini e ragazzi di ogni età, fratelli e cugini tra loro, genitori e zii numerosi e uno-due nonni, ma da molti nonni con pochissimi nipoti, che hanno non solo pochi, o nessun, fratello/sorella, ma anche pochi cugini. L’afflusso di stranieri ha solo in parte e solo nell’ultimo decennio contenuto la perdita di popolazione che deriva dal fenomeno dell’invecchiamento. Tra il 2011 e il 2019 la popolazione di cittadinanza italiana è diminuita di circa 800.000 unità, mentre quella degli stranieri è aumentata di un milione.

Sono i primi dati che emergono dal censimento permanente della popolazione nel periodo 2018-19.

La forte incidenza della popolazione anziana spiega solo in parte l’elevato tasso di mortalità per Covid 19 nel nostro paese, che porterà i morti complessivi quest’anno a superare i 700.000: una cifra che, ha ricordato il presidente dell’Istat Blangiardo, è stata superata solo nel 1944, durante la guerra.

Il progressivo invecchiamento della popolazione è dovuto non tanto o solo all’innalzamento della durata della vita, ma alla riduzione della fecondità; è iniziato con il comportamento delle generazioni oggi anziane e di quelle che le hanno seguite. Una tendenza che sembra non conoscere arresto o inversione, al contrario. I giovani contemporanei, infatti, si trovano a fare scelte di fecondità in un contesto difficile su molti fronti (anche prima del Covid 19 che ha complicato le cose): un mercato del lavoro che concentra su di loro le proprie esigenze di flessibilità; scelte di politiche sociale pregresse e attuali che guardano prevalentemente agli anziani, pur senza riuscire ad evitare che molti di loro si trovino in povertà, o che non ricevano le cure di cui hanno bisogno; scarso sostegno all’occupazione femminile e ad un riequilibrio nella divisione delle responsabilità di cura; inadeguato investimento in formazione e nel contrasto alla povertà minorile.

In questo quadro generale che mostra una società affaticata e ripiegata su se stessa, due altri dati appaiono altamente problematici. Il primo riguarda le regioni meridionali: nonostante abbiano una popolazione mediamente più giovane delle altre regioni, sono loro a perdere maggiormente popolazione, segno che non solo oggi è nel Mezzogiorno che si trovano i tassi di fecondità più bassi, ma che molti giovani se ne vanno, al Nord o all’estero. Come segnalato da qualche anno dai Rapporti Svimez e da ultimo anche da un libro di Luca Bianchi e Antonio Fraschilla, Divario di cittadinanza, il rischio di un impoverimento senza ritorno del capitale umano nel Mezzogiorno sta diventando un problema non più ignorabile. Il secondo dato riguarda il livello di istruzione della popolazione Italiana: solo il 49,9% ha un titolo di studio superiore a quello della scuola dell’obbligo, includendovi anche coloro che hanno una qualifica professionale. Gli altri hanno solo la licenza media, o elementare, o sono analfabeti. Nonostante questi dati siano migliori, non solo rispetto al 1951, ma anche rispetto al 2011, sono una dimostrazione dell’effetto degli scarsi investimenti in istruzione, nel contrasto alla povertà educativa e all’abbandono scolastico precoce. Perché la bassa istruzione non riguarda solo le generazioni più anziane, ma anche quelle giovani. Con la conseguenza che non solo abbiamo pochi giovani per costruire il futuro, ma non li attrezziamo a sufficienza per metterli in g rado di farlo. Questa dovrebbe essere una priorità di tutti i piani per la ripresa.

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