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mercoledì 16 dicembre 2020

La sfida di Bruxelles multe e concorrenza per i giganti del web Google: "Un danno"

 



da LA REPUBBLICA del 16 dicembre 2020.Alberto D'Argenio

«D’ora in poi la concorrenza tra aziende online sarà equa come quella offline. D’ora in poi quello che è vietato offline sarà vietato anche online». È Margrethe Vestager a spiegare il significato del Digital Market Act e del Digital Service Act approvati ieri dalla Commissione europea «per mettere ordine al caos della Rete». La firma è proprio della liberale danese, vice di Ursula von der Leyen con delega al Digitale, e del commissario Ue la Mercato interno, il francese Therry Breton. Un pacchetto legislativo che pone l’Europa all’avanguardia nelle regole di Internet, fino ad oggi affidate a norme obsolete, e che punta a trascinare il resto del mondo a rendere il Web un ambiente più «sicuro e democratico». Bruxelles punta ad aprire il mercato a nuovi produttori, anche Ue, per far guadagnare all’Europa l’agognata sovranità digitale.

Ma alcuni settori, come cultura ed editoria, chiedono al Parlamento europeo di fare di

più. Arrivare all’approvazione finale della proposta da parte dell’Eurocamera e dei governi sarà una battaglia, come lo fu nel 2019 quella che portò alla nascita della direttiva sul copyright duramente contrastata dalla Silicon Valley. Per Vestager ci vorranno almeno due anni. Il Digital Market Act si applicherà solo alle mega aziende della Rete come Amazon, Facebook, Apple, Microsoft, Booking, Alibaba, Tik Tok, Snapchat e Samsung. Dovranno prendere severe misure per aprire la concorrenza, oggi per Bruxelles resa impossibile da un costante abuso di posizione dominante. Se non lo faranno, saranno soggette a multe fino al 10 per cento del fatturato e in caso di recidiva allo smembramento delle loro attività in Europa. Il Digital Service Act, invece, toccherà le piattaforme di tutte le dimensioni, obbligate a rendere trasparenti i logaritmi, la profilazione dei navigatori e a rimuovere i contenuti illegali caricati dagli utenti (tuttavia solo su segnalazione). Si parla di terrorismo, pedopornografia, stalking, revenge porn, vendita di prodotti contraffatti o mancato rispetto del diritto d’autore. Le violazioni saranno punite con multe fino al 6 per cento del fatturato e se ripetute con l’oscuramento in Europa. «Le norme — afferma Breton — non sono contro qualcuno, sono in favore dei cittadini europei, delle nostre imprese, della democrazia, dell’innovazione e della concorrenza leale». Non la pensa così Google: «Ci preoccupa che possano essere mirate specificamente un gruppo ristretto di aziende rendendo così più difficile lo sviluppo di nuovi prodotti a sostegno delle piccole imprese in Europa».

Il pacchetto è invece stato salutato dall’organizzazione dei consumatori europei (Beuc), che avverte: «Parlamento e Consiglio (i governi, ndr ) devono resistere alle enormi pressioni delle lobby delle società Big Tech che tenteranno di annacquare le proposte». Settori dell’Eurocamera raccolgono l’invito, come dimostra Sandro Gozi, capofila dei macroniani sul dossier per il quale «spetta ora al Parlamento spingersi oltre».

Il mondo della cultura giudica il meccanismo per segnalare i contenuti illegali poco efficace, mentre per gli editori europei (Enpa-Emma) è necessario introdurre «l’obbligo per le piattaforme dominanti a offrire un pagamento equo per i contenuti editoriali che sfruttano». Il riferimento è alla direttiva sul copyright del 2019 e alla richiesta di rendere vincolante e sanzionabile la norma di quel testo che impone ai giganti della Rete di sedersi al tavolo con gli editori per stabilire il giusto compenso. Come spiega Carlo Perrone, vicepresidente di Gedi, editore di Repubblica , e membro del Consiglio dell’Enpa: «Andiamo nella giusta direzione, ma ci sono delle lacune. Bisogna consentire, e non vietare, ad ogni Paese di potere implementare la direttiva sul copyright introducendo obblighi più stringenti e sanzioni in caso di mancato accordo con le piattaforme, prevedendo mediazioni delle autorità antitrust, altrimenti i negoziati restano in stallo come è avvenuto in Francia. È poi necessario introdurre l’obbligo in capo alle Big Tech di condividere i dati sul traffico prodotto dai contenuti editoriali e infine auspichiamo la cancellazione dell’obbligo di rimozione dei contenuti di terzi in capo all’attività giornalistica, già regolamentata, altrimenti potrebbe disincentivare l’accesso ai forum dei mezzi di informazione. Senza una piena sostenibilità del settore — conclude Perrone, non potremo più avere una stampa professionale, libera e indipendente ».

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