Anglotedesco

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mercoledì 30 dicembre 2020

La tragica fine di Agitu,violentata e uccisa per uno stipendio non pagato al dipendente


di Lodovico Poletto 

Se hai visto il male non puoi avere paura. E Agi era così. In Etiopia aveva sfidato gli uomini armati che ammazzano le donne e gli uomini che dicono «no» a chi vuole rubargli i terreni. Poi, la notte in cui uccisero 22 ragazzi come lei che non volevano tacere, fuggì. Non per paura, ma «perché tacere sempre è umiliante». Agitu Ideo Gudeta, classe 1978, l'hanno ammazzata l'altra notte a Frassilongo, un paese grosso un pugno, a trenta chilometri da Trento. Case che sembrano ricostruzioni di presepi, e un metro di neve che ovatta tutto. Pensavano ad una storia di razzismo. Si sbagliavano. Era odio, sì, ma di un uomo a cui Agi aveva dato una mano. Un ragazzo di 32 anni, ghanese d'origine. Si chiama Suleimani Adams. L'ha ammazzata a martellate, poi ha violato il suo corpo agonizzante. Ora che i carabinieri l'hanno preso, viene fuori tutta la miseria di questo omicidio. Di rabbia e di follia. «Mi doveva dei soldi, uno stipendio» ha detto l'assassino. Quanto? Dio solo lo sa. Ma, al maggiore Capurso dei carabinieri di Trento, non ha spiegato il perché di quell'ultimo sfregio. Consumato in fretta prima di scappare a nascondersi nel fieno di un ovile. E no, questa non è una storia di razzismo. Ma è la storia del sogno di questa donna dal sorriso che incantava, schiantato sulle montagne del Trentino, dove era cresciuta, ed era diventata l'emblema di tante cose. Agitu Ideo Gudeta si era laureata in sociologia, a Trento. Dopo la tesi era tornata ad Addis Abeba. Quando è scappata lo ha fatto non per paura, ma per continuare a lottare. È tornata in Trentino, in val di Gresta. Lavorava in un bar, raccontava della sua Etiopia: «Perché tutti devono sapere» e inseguiva il suo sogno: allevare capre, fare formaggi. E dedicarsi al bio. Ora, detto così può sembrare poca cosa. Ma, in 10 anni, questa donna arrivata da un Sud del mondo ha costruito un piccolo impero. Si è trasferita a Frassilongo, nella valle dei Mocheni. Ha creato un'azienda, "La capra felice". Si è comprata l'ex scuola del paese e la stava trasformando in un bed & breakfast. E voleva prendere dei bambini in affidamento: «I più poveri, per dargli speranza e giustizia». Ha aperto un negozio a Trento per vendere i suoi formaggi, le sue creme per il corpo, le sue verdure bio. Era finita in tv a raccontare di come anche un profugo può costruirsi un futuro tra le montagne. «Avesse visto quanta gente veniva qui al sabato e la domenica: sulla strada non si poteva neanche passare» dice il giovane sindaco del borgo Luca Peucher. Chi, invece, racconta la sua anima sono due donne e un uomo saliti fin qui sfidando divieti di spostamento. Lui è Norbert Pescosta, medico di Bolzano. Loro sono Martina Schullian, sua moglie e Monica Gross, un'amica. Non piangono, perché non è bello in pubblico: «Ma Agi ci ha conquistati. Parlava col cuore: non la potevi non amare. Lei non aveva paura. Mai». 

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