Anglotedesco

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giovedì 17 dicembre 2020

L'intervento Usa nella trattativa.E adesso Haftar conta di più

 


di Francesca Sforza 

La situazione dei pescatori di Mazara del Vallo, trattenuti con i loro equipaggi da inizio settembre a Bengasi nella roccaforte del generale libico Khalifa Haftar, si è sbloccata l'altra sera, durante il vertice di governo dedicato al caso Regeni. Dai servizi operativi sul terreno è arrivato infatti il via libera, la certezza che la visita del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e del ministro degli Esteri Luigi Di Maio sarebbe coincisa con il rientro a casa dei diciotto pescatori, tra cui 8 italiani, 6 tunisini, 2 indonesiani e 2 senegalesi. Era questa la condizione posta dal generale di Bengasi: incontrare le massima autorità italiane per discutere con loro della situazione in Libia - tanto che il caso dei pescatori non è stato oggetto esplicito del colloquio - e rafforzare così la propria legittimazione interna in vista dei prossimi dialoghi intra-libici. Un prezzo politico che Conte e Di Maio hanno scelto di pagare per una serie di motivi: in primo luogo perché Haftar è sempre stato un interlocutore dell'Italia (e dunque la cosa non rappresenta una particolare violazione degli equilibri esistenti), poi perché anche nel loro caso il ritorno politico in termini di consenso interno è molto superiore al "cedimento" nei confronti del generale di Bengasi. I pescatori italiani potranno festeggiare il Natale a casa, ringraziamenti ufficiali sono arrivati dalle massime autorità tunisine, grate all'Italia che nel pacchetto siano stati compresi anche i loro connazionali, e - non ultimo - il premier torna rafforzato alla vigilia del colloquio con Matteo Renzi, slittato proprio per l'impegno libico, che recentemente aveva messo in discussione la sua leadership citando anche la debolezza negoziale sulla vicenda degli stessi pescatori. La svolta è maturata negli ultimi giorni, ma le trattative erano entrate nel vivo già da un mese, con un lavoro incrociato di diplomazia e servizi. Risolutivi sono stati gli americani, ma pressioni importanti sono arrivate dagli Emirati Arabi e anche dai russi, mentre molto esiguo è stato stavolta il ruolo degli egiziani - enfatizzato ad arte da esponenti libici di area tripolina ad uso di politica interna - con cui l'Italia ha rarefatto i contatti in seguito agli ultimi sviluppi giudiziari sul caso di Giulio Regeni, e decisamente fantasioso il supposto intervento di Macron su Al Sisi in favore del rilascio. Del resto, che la vicenda sarebbe giunta a questa conclusione era anche nell'interesse di Haftar, che puntava a una sua legittimazione internazionale in una fase di stallo come quella attuale e non certo ad un aumento del livello di scontro (l'Italia stava già sondando l'ipotesi di sanzioni e del coinvolgimento di tribunali internazionali). A fronte della gioia dei pescatori e delle loro famiglie, le reazioni della politica italiana non sembrano assecondare il clima da unità nazionale che un tale rientro poteva pure lasciar immaginare: l'improvvido tweet del portavoce del presidente del Consiglio con la geolocalizzazione dell'incontro con Haftar a Bengasi ha immediatamente sollevato le critiche di diversi esponenti di Italia Viva, che lo hanno accusato di mettere a rischio gli apparati della sicurezza - «ha capito che non è più al Grande Fratello?», ha ironizzato il capogruppo Davide Faraone - e gli esponenti della destra, da Meloni a Forza Italia, hanno parlato di «Italia umiliata di fronte ad Haftar», mentre Salvini, con un tweet a caldo, ha commentato: «Oggi sono 108 giorni dal sequestro. Con comodo...». A Palazzo Chigi, malgrado la pioggia di critiche e distinguo che vengono dai diversi cortili politici, si guarda al risultato: i pescatori sono rientrati a casa, i tunisini hanno detto che non dimenticheranno questo gesto, e soprattutto la nuova amministrazione americana, ai suoi massimi livelli, si è spesa per noi. Tutte cose che non erano affatto scontate. 

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