Anglotedesco

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lunedì 28 dicembre 2020

Mille aziende a caccia di capitali.Ultima spiaggia:lo Stato azionista

 



di Gabriele De Stefani 

Il tasso di fallimenti delle imprese deboli potrebbe arrivare al 15% a primavera, secondo Moody's; mille aziende italiane con più di cento milioni di fatturato hanno bisogno di interventi nel capitale, secondo gli analisti di Itaca; una cifra incalcolabile di piccole e medie imprese ha problemi di liquidità. Per tutte, questa è la fase della polvere sotto il tappeto: blocco dei licenziamenti, scadenze fiscali congelate e finanziamenti garantiti da Sace consentono di buttare la palla avanti e prendere tempo. Ma il tappeto, lo hanno ricordato nelle settimane scorse sia Mario Draghi che Carlo Messina, andrà inesorabilmente alzato nei prossimi mesi: «A marzo ci sarà il ritorno alla realtà» chiosa Alessandra Todde, sottosegretaria allo Sviluppo Economico. Il decreto per il salvataggio delle imprese storiche da lei voluto, che mette sul piatto 300 milioni per ingressi dello Stato nel capitale delle aziende attraverso Invitalia, è operativo da alcuni giorni e sul suo tavolo sono già arrivate decine di richieste: la sete di liquidità è enorme e lo Stato azionista (il fondo prevede interventi in equity, dunque nessun nuovo debito) fa gola a tantissimi imprenditori. I profili nei guai Si soffre in tutti i settori, anche se i 60 miliardi depositati dalle imprese da inizio pandemia dicono che esiste un ampio pezzo di tessuto produttivo in salute. L'identikit dell'azienda più in difficoltà: non troppo grande e attiva nei settori alle prese con trasformazioni strutturali o figlie della pandemia. L'automotive in testa, perché la transizione verde cambia la domanda e rende necessari investimenti non sempre facilmente sostenibili; poi la moda, perché oltre alla concorrenza estera c'è da fare i conti con i consumi stravolti dai lockdown (quante scarpe o giacche in mano abbiamo avuto bisogno di comprare, in epoca di smart working e ristoranti chiusi?); infine, naturalmente il turismo, massacrato dal Covid-19 e penalizzato dal sottodimensionamento di aziende ancorate a modelli di gestione familiare. Anche qui il coronavirus non fa che accentuare problemi noti da anni e ora non più sostenibili. I tavoli di crisi Da Sangemini ad Ast, al Mise oggi sono aperti 105 tavoli di crisi, che interessano 120mila lavoratori. Nei giorni scorsi le cattive notizie sono arrivate da Whirlpool, che ad aprile, a blocco scaduto, procederà con i licenziamenti collettivi: a casa in 300. Aver chiuso positivamente 15 tavoli nell'ultimo anno, ridando una speranza a 30mila lavoratori, è un passo avanti che rischia di venire cancellato dai mesi in cui si dovranno fare i conti con la pandemia senza più scorciatoie. Spesso, non perché le aziende non possano avere prospettive di crescita: «La nostra idea è portare Invitalia nelle imprese a condizioni di mercato e per non oltre cinque anni, con l'obiettivo di tenere in vita realtà produttive che hanno davvero un futuro, ma oggi rischiano di venire travolte da problemi di liquidità - spiega Todde - Insomma, deve esserci davvero una prospettiva di rilancio e di salvataggio di posti di lavoro, senza tenere in vita imprese decotte. Per questo la Commissione Europea ha apprezzato il progetto». Si partirà con l'ex Embraco, mentre la vertenza Corneliani si sta impantanando, con il Mise infastidito nei confronti dei soci, accusati di scarsa chiarezza sul nuovo assetto societario e sui progetti di rilancio. L'altra via per limitare i danni del ritorno alla realtà di marzo è favorire le aggregazioni, aggredendo altri limiti storici del mondo produttivo italiano: il sottodimensionamento e la sottocapitalizzazione. L'operazione Moncler-Stone Island, in questo senso, è paradigmatica: unire le forze è la strada maestra, soprattutto nel mondo della moda . 

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