Anglotedesco

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giovedì 24 dicembre 2020

Perdoni e veti, le mosse di Trump prima dell’addio alla Casa Bianca

 



da LA REPUBBLICA del 24 dicembre 2020.Federico Rampini

Ancora 26 giorni nel conto alla rovescia per la partenza di Donald Trump, e i fuochi d’artificio sono già cominciati. E’ lui a spararli, però, e in tutte le direzioni. Mette il veto presidenziale sul bilancio della Difesa. Ne minaccia un altro sulla manovra di aiuti pubblici alle famiglie («vergogonosa, bisogna fare di più»). Non può mancare una raffica di perdoni presidenziali, tutti politicamente targati. Tra questi spicca un altro colpo di spugna sul Russiagate; un favore ai militari; uno a compagni di partito corrotti.Non è mai stato un bello spettacolo lo tsunami di perdoni presidenziali a fine mandato; Trump non fa eccezione. Gerald Ford si coprì d’ignominia perdonando Richard Nixon per il Watergate, Bill Clinton garantì l’impunità a un finanziere delinquente che gli aveva elargito ricche donazioni elettorali. Trump forse ha ancora in serbo i perdoni più scandalosi: gli restano appunto 26 giorni.Per adesso tra i suoi ultimi beneficiati compaiono l’ex consigliere di politica estera George Papadopoulos che fu condannato per falsa testimonianza davanti al super-inquirente Robert Mueller (Russiagate); ci sono dei militari-mercenari accusati di una strage di civili in Iraq; tre politici repubblicani condannati per vari reati. Ma poiché gli americani sono abituati a turarsi il naso quando arrivano questi perdoni, lo spettacolo più destabilizzante sono gli ultimi veti su leggi importanti.La prima che viene bloccata da Trump è la legge di bilancio che contiene tutti gli stanziamenti per la Difesa. Secondo lui questa legge ha un mucchio di difetti: «E’ un regalo alla Russia e alla Cina». Allusione alla mancanza di stanziamenti più generosi per il Pentagono. Poi però contesta che quella legge non gli dia libertà di manovra per ritirare più velocemente le truppe di diversi fronti. Infine da molte settimane si è speso per convincere il Congresso a incollare a quel bilancio militare un articolo di legge che non c’entra quasi nulla: per rendere i social media legalmente responsabili dei contenuti che diffondono, e quindi perseguibili. Sembra una vendetta contro Facebook e Twitter, che lo hanno censurato, anche se il presidente non ha torto nel sottolineare il privilegio dell’irresponsabilità che distingue i social dai i media tradizionali.Il veto su questa legge ha buone probabilità di essere neutralizzato: basta una maggioranza qualificata al Congresso, e di solito si trova quando ci sono di mezzo i militari. Più complicata è la situazione che sta creando sull’altra legge che minaccia di non firmare: la nuova manovra di aiuti anti-recessione. Rischia di far deragliare una manovra bipartisan su cui era stato raggiunto un accordo faticosissimo. 900 miliardi di dollari di aiuti, più altri 1.400 miliardi di spese ordinarie, è una legge di bilancio da 2,3 trilioni quella su cui Trump fa pendere all’improvviso la spada di Damocle del veto presidenziale. Minaccia di non firmare quella legge, se non viene più che triplicato l’assegno di aiuto ai cittadini: da 600 a 2000 dollari (per tutti coloro che hanno un reddito sotto i 75.000 dollari annui; il versamento "trumpiano" sarebbe quindi di 4.000 dollari per una coppia sotto i 150.000 dollari di reddito lordo annuo).La manovra nella versione più austera è stata appena votata, dopo mesi di negoziati tra democratici e repubblicani. Trump l’ha definita «una vergogna». Erano stati i repubblicani a imporne la versione più austera. Dunque Trump sconfessa anzitutto i suoi, e qualcuno vuole vederci una ripicca perché in tanti hanno riconosciuto la vittoria di Joe Biden. Il presidente uscente mette in difficoltà il Congresso che si ritrova nella parte dell’"avaro" sotto Natale. Lo fa scegliendo il terreno a lui più congeniale: quegli assegni portano la sua firma e vuole uscire di scena come il "difensore del popolo".


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