Anglotedesco

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lunedì 21 dicembre 2020

Ponte Morandi crollato per scarsa manutenzione.La perizia inchioda Aspi

 


di Marco Fagandini e Tommaso Fregatti 

Il crollo del ponte Morandi e la morte di 43 persone si sarebbero potuti evitare. Se solo «fossero stati svolti i regolari controlli e le attività di manutenzione che avrebbero certamente individuato uno stato di corrosione cominciato sin dai primi anni di vita del ponte e che è progredito senza arrestarsi fino al momento del crollo». Ma non solo. Viene smentita la tesi della difesa che aveva puntato sulla presenza sul ponte, il 14 agosto del 2018, giorno della strage, di una super bobina, quale concausa del collasso. «Non sono stati individuati fattori indipendenti dallo stato di manutenzione e conservazione del ponte che possono aver concorso a determinare il crollo».Sono alcune delle conclusioni alle quali sono giunti i periti nominati dal giudice Angela Maria Nutini, nell'ambito del secondo incidente probatorio che doveva analizzare le cause del cedimento del viadotto. Un atto considerato super-partes. Perché la perizia è maturata nel contraddittorio delle parti e costituirà una prova nel futuro processo. I quattro periti, tutti professori e ingegneri che non hanno mai collaborato con Autostrade per l'Italia, hanno risposto ai quesiti, spiegando le ragioni per cui il viadotto è crollato. Cause che sono ricondotte all'assenza di manutenzione e controlli sull'infrastruttura progettata dall'ingegnere Riccardo Morandi negli anni '60. I periti parlano di «mancanza e/o inadeguatezza dei controlli e delle conseguenti azioni correttive che costituiscono gli anelli deboli del sistema. Se fossero stati eseguiti correttamente l'evento non si sarebbe verificato». Secondo gli esperti «sono state trascurate negli anni le innumerevoli indicazioni del progettista Morandi, con particolare riferimento al degrado degli acciai dei tiranti». Lo stesso ingegnere aveva continuato a evidenziare, sino al 1985, un «diffuso stato di ammaloramento e proposto modifiche di intervento non sempre accolte». Mentre «il gestore dell'opera avrebbe dovuto avere una conoscenza adeguata di come l'opera era stata costruita - scrivono i periti -, cosa che avrebbe permesso di individuare il grave difetto costruttivo nell'ultimo tratto del tirante Lato Genova/Sud, consentendo di prevedere e tenere sotto controllo il processo di degrado riscontrato».Grazie anche all'analisi del video della telecamera di Ferrometal «è possibile stabilire l'esatto punto di partenza del crollo, che coincide con la rottura del tirante Sud che si trova sul lato di Genova». La corrosione dei cavi dei tiranti era talmente importante che sarebbero bastati «ispezioni visive dirette con scassi locali ed endoscopi». Ma si aggiunge che «il punto di non ritorno, oltre il quale l'incidente si è sviluppato inevitabilmente, è da individuarsi nel momento in cui, per effetto della corrosione, si è innescato un fenomeno evolutivo che ha determinato un elevato tasso giornaliero di rottura dei fili, che avrebbe portato al collasso anche per effetto dei soli carichi permanenti».Aspi, per la perizia, ha sempre attuato un monitoraggio "statico": «Quel sistema era solo formalmente conforme alla normativa vigente e alla migliore pratica a causa del basso numero dei sensori e all'assenza di interpretazioni delle letture in funzione delle criticità da monitorare». Solo in due occasioni era stato eseguito un «monitoraggio dinamico», ma senza poi seguirne le indicazioni: «Non è stato dato seguito alle raccomandazioni del Cesi di Milano che aveva consigliato l'installazione di un sistema di monitoraggio dinamico permanente». In ogni caso le indagini commissionate da Aspi «non hanno consentito di pervenire ad un adeguato livello di conoscenza dell'effettivo stato di degrado dei cavi dei tiranti della pila 9». E nel mirino dei periti finisce anche l'intervento di retrofitting che avrebbe dovuto mettere in sicurezza il viadotto a ottobre 2018, due mesi in ritardo rispetto al crollo. Intervento già al centro di nuove accuse, per falso, da parte della procura. «Le stime della corrosione già nel 1993 - scrivono i periti - con riferimento alle pile 9 e 10 risultavano rispettivamente pari all'8,6% e al 20,54% e sono in palese contraddizione con quella riportata nel progetto di retrofitting generalmente pari al 10-20% indistintamente per le due pile, che implicherebbe il completo arresto del progredire del fenomeno di corrosione in un quarto di secolo». Gli esperti ritengono la stima di Aspi sul retrofitting «chiaramente assurda e inaccettabile». E accusano la concessionaria «di aver ritardato l'intervento che, svolto con adeguato anticipo, avrebbe evitato il crollo». 

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