Anglotedesco

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sabato 19 dicembre 2020

Raggi assolta attacca i vertici M5S:«Io lasciata sola, adesso riflettano»


di Grazia Longo 

No, la sindaca di Roma Virginia Raggi non aveva mentito all'Anticorruzione capitolina in merito alla piena paternità sulla promozione, poi ritirata, di Renato Marra. Lo ha deciso ieri la Corte d'appello che l'ha assolta dall'accusa di falso ideologico perché «il fatto non costituisce reato». Confermata dunque la sentenza di primo grado, che stabilisce come la scelta di nominare Renato Marra alla guida del dipartimento Turismo del Campidoglio, nel novembre 2016, fosse estranea al ruolo di suo fratello Raffaele, all'epoca capo del personale del Comune nonché braccio destro della Raggi. Il verdetto del presidente della II sezione della Corte d'Appello di Roma, Antonio Lo Surdo, dopo una camera di consiglio di due ore, è stato accolto da un lungo applauso. Virginia Raggi commossa ha abbracciato il marito Andrea Severini e i suoi legali Emiliano Fasulo, Pierfrancesco Bruno e Alessandro Mancori. Si è poi tolta qualche sassolino dalle scarpe: «Credo che debbano riflettere in tanti, anche e soprattutto, dentro il M5S. Ora è troppo facile voler provare a salire sul carro del vincitore con parole di circostanza dopo anni di silenzio. Chi ha la coscienza a posto non si offenda per queste parole ma tanti altri, almeno oggi, abbiano la decenza di tacere». Il sostituto procuratore generale Emma D'Ortona aveva sostenuto, chiedendo una condanna a 10 mesi, che la «sindaca conosceva la posizione di Raffaele Marra e ha omesso di garantire l'obbligo che Marra si astenesse nella nomina del fratello Renato». Secondo la pubblica accusa, in altri termini, la sindaca «mentì alla responsabile dell'Anticorruzione del Campidoglio nel dicembre del 2016» perché se avesse detto che la nomina di Renato Marra era stata gestita dal fratello Raffaele, sarebbe incorsa in un'inchiesta e «in base al codice etico allora vigente nei 5S, avrebbe dovuto dimettersi». Ma i giudici, sia in primo sia in secondo grado di giudizio, hanno stabilito l'innocenza della sindaca perché il fatto, appunto, non costituisce reato. Nelle motivazioni della sentenza di primo grado, il giudice monocratico Roberto Ranazzi, affermava che la sindaca «è stata vittima di un raggiro ordito dai fratelli Marra in suo danno e sotto l'aspetto formale la nomina non offre alcuna deviazione dalla procedura di interpello». L'appello, ora, è in linea con questa visione. 

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