Anglotedesco

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giovedì 17 dicembre 2020

RANIERI GUERRA:"Non ho insabbiato lo studio dell'OMS"

 


l'intervista di Niccolò Carratelli 

Nessuna pressione per far sparire lo studio dell'Oms in cui si denunciavano le carenze del piano pandemico italiano e l'«impreparazione» del nostro sistema sanitario di fronte all'emergenza Covid. «Non avevo motivo per censurarlo e nemmeno l'autorità», assicura Ranieri Guerra, direttore generale aggiunto dell'Oms, chiamato in causa direttamente da uno dei funzionari dell'ufficio Oms di Venezia, che avevano realizzato quel rapporto, pubblicato online e ritirato nel giro di 24 ore, lo scorso maggio. «Ho già spiegato che la decisione è stata della direzione regionale di Copenaghen, da cui dipendono i colleghi di Venezia». 

Il loro coordinatore, Francesco Zambon, sostiene che lei abbia usato le maniere forti per far correggere quel documento, minacciando ripercussioni sulla sua posizione all'interno dell'Oms. Come risponde? 

«Che, se anche avessi voluto, non avrei avuto il potere di intervenire su Zambon, che dipende da Copenaghen e non da Ginevra. Nell'Oms c'è un meccanismo interno di protezione del personale: se Zambon si è sentito oggetto di minacce o pressioni, avrebbe potuto fare ricorso seguendo le procedure istituzionali. Con lui c'è sempre stato un rapporto di correttezza e, direi, amicizia, non capisco il perché di queste accuse. E, comunque, ho tutta la nostra corrispondenza via mail che prova ciò che dico: diverse comunicazioni precedenti e successive a quella mezza mail personale diffusa da "Report"». 

Quindi non c'è stato uno scontro tra voi? 

«Nessuno scontro. Solo una divergenza di opinioni, dato che avevo proposto che il ministero della Salute italiano venisse informato prima della pubblicazione del rapporto, come atto di cortesia, niente di più. Zambon mi ha risposto che non riteneva necessario fare questo passaggio» . 

Quanto alle correzioni che ha chiesto? 

«Da Ginevra mi hanno chiesto di visionare il rapporto, per verificare la correttezza di dati e informazioni. Dopo averlo fatto, a due ore dalla pubblicazione, ho dato suggerimenti per correggere una serie di imprecisioni. Molte delle mie osservazioni sono state recepite, compresa quella riguardante il riferimento alla vigenza del piano per la pandemia influenzale, che infatti è presente nel documento pubblicato, anche se con l'anno sbagliato». 

Quale era il problema? 

«Solo la necessità di sottolineare che un piano vigente c'era, per cui sarebbe stato scorretto ignorarlo, e che prevedeva certe prescrizioni che sarebbero state probabilmente utili per le fasi iniziali di questa pandemia, pur non essendo questo un virus influenzale». 

Piano vigente, ma aggiornato e adeguato ad affrontare la pandemia? 

«Il piano viene aggiornato in due casi: una differente situazione epidemiologica riguardante i virus influenzali e nuove linee guida diffuse dall'Oms. Il primo punto è rimasto invariato dal momento della stesura, nel 2006, mentre il secondo è cambiato nel 2018, con ben tre nuovi documenti Oms, e una raccomandazione dell'Ente europeo per il controllo delle malattie del novembre del 2017». 

E il nostro ministero della Salute li ha recepiti? 

«Non lo so. Io, prima di andare via, nell'ottobre 2017, avevo allertato il ministro (Beatrice Lorenzin, ndr) sulla necessità di un aggiornamento del piano, sulla base delle linee guida in arrivo. Poi ci sono state le elezioni, un nuovo governo, non so se è stato fatto». 

Non sarebbe comunque servito contro il Covid? 

«Siamo di fronte a un virus diverso da quelli influenzali, che si muove molto velocemente, accompagnando la mobilità umana, con una diffusione nella popolazione che precede di parecchie settimane le evidenze cliniche, e quindi è difficile da identificare. Spesso si prende ad esempio il piano pandemico della Svizzera, aggiornato al 2018: io sono in Svizzera e posso assicurarle che non è messa meglio dell'Italia». 

Certo, trovarsi senza mascherine da dare ai medici nella prima fase dell'epidemia non è stato un esempio di efficacia del piano... 

«Quello è un altro problema, legato all'attuazione del piano, che prevedeva la disponibilità dei dispositivi, anche nella versione non aggiornata. Semmai bisogna chiedersi perché non fossero stati acquistati, è noto che non ci fosse disponibilità in tutto il mondo. Comunque, in questa seconda ondata, in cui abbiamo tutti gli strumenti e le contromisure, cos'è cambiato»? ». 

Dunque, il problema non era il piano pandemico. E allora perché quel rapporto è stato fatto sparire? 

«Non deve chiederlo a me, io non avevo né la competenza né l'autorità per farlo pubblicare o rimuovere. Ma posso dirle che ritenevo ci fossero degli ottimi spunti e proprio io ho provato a farlo sopravvivere, proponendo che due esperti dell'Istituto Superiore di Sanità si affiancassero ai colleghi di Venezia per correggere le imperfezioni e ripubblicare il documento così migliorato nel giro di un paio di giorni». 

E perché non è avvenuto? 

«Anche su questo non posso rispondere io: da quanto ho capito dalla direzione di Copenaghen avevano avviato una diversa metodologia di valutazione delle risposte alla pandemia da parte dei Paesi europei, che avrebbe superato quel rapporto, proponendo una metodologia standard». 

La sensazione è che, da parte dell'Oms, non ci sia stata grande trasparenza in questa vicenda. 

«Non è questione di mancanza di trasparenza. L'Oms non entra nel merito di controversie nazionali, non manda suoi ricercatori a testimoniare, ma è sempre pronta a inviare risposte scritte. Se poi il singolo vuole andare a parlare con i magistrati, in veste privata può farlo». 

Cosa volevano da lei i magistrati di Bergamo? 

«Mi hanno chiesto che il contenuto del nostro colloquio resti confidenziale. Ho risposto per quello che dovevo, non ho niente da nascondere e nulla di cui rimproverarmi». 

Venire accostato a un'inchiesta sulle responsabilità per le vittime Covid in quella provincia non le farà piacere... 

«Sono 40 anni che faccio questo mestiere e l'unica cosa di cui mi dolgo sono i morti e i feriti che ho visto e non sono riuscito ad aiutare. In questo caso, sono vittima di una manipolazione dei fatti, di un'amplificazione mediatica artificiosa che utilizza anche comunicazioni private». Le voci di un suo possibile passo indietro? «Sono certamente infondate. Ma se il direttore Ghebreyesus dovesse chiamarmi per chiedermi di farmi da parte, non avrei nessun problema a farlo» . 

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