Anglotedesco

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sabato 19 dicembre 2020

Vacilla l'alleanza col Pd sulla città.La sindaca vuole la segreteria 5 stelle

 


di Ilario Lombardo 

La colonna sonora della rivincita di Virginia Raggi è il suono del cellulare che non smette mai di vibrare dopo mesi che è rimasto muto. La chiamano in tantissimi e in tantissimi inviano messaggi, vogliono complimentarsi per l'assoluzione. Soprattutto del M5S: compagni di partito che devono levarsi di dosso l'immagine dei congiurati, grillini che scommettevano sulla sua condanna per aprire la strada a una possibile alleanza cittadina con il Pd. Sono quelli che «salgono sul carro del vincitore». Troppo facile farlo ora, sostiene Raggi appena uscita dal tribunale, il volto rigato dall'emozione e la voglia di rivalsa da urlare ai microfoni. Il j'accuse non è improvvisato ma studiato parola per parola. E serve soprattutto a lanciare un avviso. Raggi infatti è pronta a candidarsi per un posto nell'organo collegiale che definirà la leadership del M5S quando la tanto attesa competizione interna avrà luogo (a gennaio, si spera). È il secondo tempo della sfida a chi le ha fatto pesare solitudine e silenzi. I «tanti - dice - che dovranno riflettere». Non fa nomi ma è evidente che punta alla classe dirigente del M5S, che non può non includere l'ex capo politico Luigi Di Maio e l'attuale reggente Vito Crimi, Paola Taverna e chi non l'ha sostenuta in anni di feroci conflitti cittadini e nazionali, di cause, lacerazione interne e accuse dagli avversari. A loro si rivolge anche il suo capo staff, Max Bugani, in rotta con Di Maio: «Un caloroso e affettuoso saluto a tutti coloro che avevano sperato nella sua condanna». La rivincita ha poi una coda di retrogusto malizioso. Raggi risponde a due soli tweet dei tanti che la inondano di complimenti. A Chiara Appendino, sindaca di Torino, con cui ha condiviso le disavventure giudiziarie, finite però con esiti diversi. E a Carlo Calenda, un avversario per il Campidoglio, il più insidioso. Non lo fa a caso ma per una sorta di solidarietà tra reietti dei propri partiti e aree politiche, contro l'élite che li vuole fare fuori (anche se ai vertici dem e grillini sostengono che alla fine Calenda si sfilerà).Tra le più grandi delusioni di Raggi ce n'è una recente. Quando proprio Calenda denunciò che a un tavolo del Pd si scommetteva sulla condanna della sindaca per chiudere un accordo con i 5 Stelle, nessuno si prese la briga di smentire. Nessuno, specie tra i grillini. Certo, il passaggio giudiziario sulla sindaca di Roma era atteso anche per capire che fine farà il fragile patto sulle grandi città che Di Maio voleva concludere col segretario Pd Zingaretti. La sua ricandidatura lanciata con largo anticipo ad agosto, con relativo superamento del tabù del terzo mandato, aveva rotto uno schema. Non per nulla tra i più tenaci difensori che ieri hanno rivendicato costante fiducia in Raggi, con Stefano Buffagni, c'è Alessandro Di Battista, tornato a esultare con più sobrietà rispetto all'ultima assoluzione (quando insultò i giornalisti) e con un messaggio chiaro: «Non vedo l'ora di sostenerti, ancora una volta, come candidata al Campidoglio!».Il voto è in primavera, sempre che il Pd non riesca a convincere il governo a spostarlo a settembre con la scusa di una maggiore vaccinazione di massa. Ma finora in nessuna città c'è la prospettiva di un'alleanza, tranne a Napoli, ma solo se il presidente della Camera Fico dirà sì alla candidatura. Negli altri capoluoghi si punta alla desistenza M5S. A Milano correrà Beppe Sala e contro di lui è già evaporata l'ipotesi di candidare Buffagni. Anche a Bologna il centrosinistra corre per vincere da solo. A Torino invece la situazione si è complicata. Solo una candidatura di sinistra non ostile ai 5S potrebbe garantire una convergenza al secondo turno. 

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