Anglotedesco

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mercoledì 16 giugno 2021

Messico e Venezuela aggirano le sanzioni USA

 


di Gianmarco Maotini

Francia: neo colonialismo in Egitto

 


di Margherita Furlan e Gianmarco Maotini

USA-GB: la bestia vien dal mare

 



di Jeff Hoffman

Cina e Russia: G7 e NATO sono il passato

 


di Fabio Belli

Accordo Airbus-Boeing Così Europa e Usa firmano la pace sui dazi

 



da LA REPUBBLICA del 16 giugno 2021.Federico Rampini

Dopo la retorica sul rilancio delle democrazie arriva la sostanza: Joe Biden lascia Bruxelles chiudendo una guerra commerciale durata 17 anni. La tregua transatlantica sui dazi è il risultato concreto e palpabile dell’offensiva della seduzione che il presidente americano ha lanciato sul Vecchio continente. «Insieme, americani ed europei rappresentiamo 780 milioni di persone che condividono valori democratici e hanno la più grande relazione economica del mondo». Il comunicato finale rilancia un’armonia che non era scontata: da molto tempo l’Atlantico era turbato da conflitti mercantilisti, non tutti di origine trumpiana. Da ieri si volta pagina, vengono sospesi per cinque anni quei dazi che colpivano vini, formaggi e prodotti industriali europei, come rappresaglia per i sussidi pubblici al gruppo aeronautico Airbus. L’annuncio è stato dato dalla rappresentante di Biden per il Commercio estero, Katherine Tai, e dal commissario europeo che ha la stessa competenza, Valdis Dombrovskis, poco prima che Biden partecipasse al summit bilaterale fra Stati Uniti e Unione europea.

Il contenzioso Airbus-Boeing durava da 17 anni e si era sviluppato a due livelli: da una parte la battaglia legale davanti al tribunale della World Trade Organization, dove gli uni e gli altri erano stati condannati per l’uso illecito dei sussidi pubblici ai colossi aeronautici. D’altra parte, in virtù di quelle vittorie incrociate in tribunale, sia Washington sia Bruxelles avevano introdotto dazi compensativi- punitivi, su settori non collegati all’aeronautica, ma passibili di infliggere un danno proporzionale. La tregua scongiura il rischio di dazi su 12 miliardi di dollari annui di interscambio. Questo gesto distensivo porta le impronte digitali di Biden, della sua volontà di ricucire la relazione transatlantica, anche per concentrare gli sforzi contro la Cina. Infatti la tregua ha la minaccia cinese come sottofondo. Se le due maggiori economie occidentali hanno deciso di sospendere ogni ostilità sul fronte dei sussidi all’aeronautica, lo si deve al nuovo clima che Biden porta nelle relazioni tra Washington e Bruxelles. Ma un acceleratore di questa pacificazione sta nel fatto che la Cina ha avviato la costruzione del suo polo aeronautico, e lo fa come sempre col sostanzioso contributo dei sussidi di Stato.

Il jet passeggeri cinese si chiama C919 ed entrerà in servizio alla fine di quest’anno. Per adesso si prevede che avrà una quota di mercato modesta, e la Cina deve ancora comprare i reattori da General Electric (Usa). Ma in prospettiva nessuno vuole sottovalutare quel che la Cina saprà fare nell’aeronautica civile. In passato sottovalutare le capacità cinesi è sempre stato un errore. È il terzo incomodo che ha costretto all’armistizio i due attori dalla presenza consolidata. Questa è la ragione forte dietro il compromesso tra i referenti governativi di Airbus e Boeing, che vogliono concordare fra loro il limite accettabile degli aiuti pubblici.

Per quanto americani ed europei abbiano tutti sostenuto i propri “campioni” con denari pubblici, quando scende in campo il governo di Pechino si può essere certi che la mole di sussidi erogati fa impallidire gli altri. Perciò l’intesa maturata in occasione della visita di Biden va vista su uno sfondo più generale. Un’altra decisione importante è la creazione di un Consiglio Usa-Ue per il Commercio e la Tecnologia. Questo dovrebbe essere un organismo tecnico bilaterale che funga da camera di compensazione per prevenire i conflitti commerciali, ma anche molto di più: un luogo dove americani ed europei concordino gli standard tecnici globali per le nuove tecnologie, per esempio l’intelligenza artificiale, prima che sia la Cina a farlo. Saper imporre gli standard tecnici universali è sempre stato un segnale di egemonia sul fronte dell’innovazione, e oggi l’Occidente non può dare per scontato che questo primato gli appartenga. In parallelo nasce una task force comune tra Stati Uniti e Unione europea per “la sicurezza delle catene industriali, di produzione logistica e trasporto”. Il tema è di rovente attualità, dopo che pandemia e lockdown hanno fatto emergere tanti anelli deboli della globalizzazione: prima l’Occidente si è scoperto dipendente dall’Asia per mascherine e tute protettive, poi per certi principi attivi dei medicinali, infine per i semiconduttori la cui penuria penalizza trasversalmente tanti altri settori industriali. Senza invocare apertamente un “decoupling” dalla Cina o una ri-localizzazione, americani ed europei vogliono studiare insieme le strade per essere meno vulnerabili, meno esposti a catene di rifornimento troppo dilatate. Dietro la concretezza dei risultati riaffiora l’ispirazione di Biden: «Bisogna dare sicurezza ai nostri cittadini, altrimenti è in agguato il populismo».

Recovery, tutto esaurito per il primo bond europeo

 



da LA REPUBBLICA del 16 giugno 2021.Roberto Petrini

Stappa lo champagne Ursula von der Leyen che tiene a battesimo la prima emissione degli eurobond destinati a finanziare la sua creatura, il Next Generation Eu, il piano da 750 miliardi, lanciato lo scorso anno in piena pandemia, destinato a risollevare l’Europa dalla crisi. Gli eurobond decennali hanno riscosso uno strepitoso successo tra gli investitori, istituzionali e privati: a fronte di una offerta per 20 miliardi sono giunte richieste per 142, sette volte superiori alla disponibilità.

La presidente della Commissione, accompagnata dalle parole del commissario al Bilancio Johannes Hahn, ha definito l’evento «storico ». Il primo successo è politico perché fino a qualche anno fa l’idea di titoli europei garantiti dall’intera Unione era una semplice chimera. Il secondo attiene alla grande reputazione dell’Europa come emittente perché gli eurobond decennali, offerti per 20 miliardi, sono stati richiesti anche in Asia. Con la conseguenza che si crea un embrione di mercato europeo alternativo ai T-Bond americani che oggi dominano le emissioni planetarie (con tassi ben sopra l’1 per cento). Naturalmente in futuro non mancherà la competizione: anche gli Usa dovranno finanziare il programma di aiuti Biden da 1.900 miliardi e lo faranno con i tassi più alti di quelli europei.

Per ora l’operazione parte a gonfie vele con l’obiettivo di collocare ogni anno 100-150 miliardi di eurotitoli per arrivare a quota 800 miliardi nel 2026. I tassi di aggiudicazione sono assai bassi, sotto lo 0,1 per cento, come ha comunicato il commissario Hahn. Si tratta, rilevano gli operatori, di rendimenti che stanno un po’ sotto alla media europea e un po’ sopra ai bund tedeschi (ragione per cui la Germania non attingerà agli eurobond).

Per l’Italia è una buona notizia. I tassi sono notevolmente più bassi dei nostri Btp che stanno poco sotto l’1 per cento. Ma, soprattutto, la prima tranche dell’emissione di ieri sarà utilizzata per finanziare gli anticipi del Recovery Fund del 13 per cento che dovrebbero essere erogati ai vari governi prima dell’estate. Per il nostro paese, che con 191,5 miliardi (circa 69 di sovvenzioni e circa 122 di prestiti) è tra i maggiori beneficiari, si tratta di una boccata d’ossigeno da 25 miliardi.

Resta l’incognita dell’affollamento di paesi per riscuotere la prima rata legata ai sussidi, per i quali hanno optato la maggior parte degli stati membri: si tratta complessivamente di 45 miliardi su 338. I fondi secondo la Commissione saranno sufficienti, ma in caso contrario saranno avvantaggiati i paesi che riceveranno per primi il semaforo verde da Bruxelles. Possono già considerarsi approvati, come ha riferito la von der Leyen, i programmi di Portogallo, Spagna, Grecia e Danimarca mentre l’Italia dovrà attendere la prossima settimana.

Fa parlare, infine, il caso sollevato ieri dal Financial Times, e confermato dalla Commissione europea: dieci banche sono state escluse dal consorzio di collocamento, tra queste c’è Unicredit, in buona compagnia con Nomura, Deutsche Bank, Credit Agricole, Jp Morgan e Citigroup. Hahn ha spiegato che queste banche in passato hanno violato le regole europee antitrust. Dunque ferme finché non correggeranno i propri comportamenti.

Di Maio rassicura Palazzo Chigi: posizione personale

 


da LA REPUBBLICA del 16 giugno 2021.Annalisa Cuzzocrea

Il blog di Beppe Grillo non è nuovo a prese di posizioni filocinesi. Ospita interventi che negano la persecuzione degli uiguri, fa scrivere professori universitari - quasi sempre antropologi - che narrano le magnifiche sorti e progressive del regime comunista di Pechino, e insomma, anche a Palazzo Chigi una posizione di questo tipo non appare sorprendente. Quel che preoccupa è il tempismo. Il fatto che il Garante dei 5 stelle si sia preoccupato di difenddere la Cina e sparare contro la Nato subito dopo un G7 in cui gli americani hanno posto con forza, come assolutamente prioritaria, la questione degli interessi e delle mire espansionistiche cinese in Europa. Trovando in Mario Draghi un interlocutore più che sensibile a queste istanze. Per storia personale, oltre che per convinzioni politiche, il presidente del Consiglio ha sempre lavorato con gli Stati Uniti e mai con l’est Europa né tanto meno con la Cina. L’atlantismo insomma non è un abito, ma una presa di posizione convinta.Anche per questo, ha chiesto e ottenuto rassicurazioni dal Movimento 5 stelle. E tutti, dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio ai più contiani tra i rappresentanti M5S nel governo e in Parlamento, gli hanno assicurato che quella di Beppe Grillo è «una posizione personale e non politica ». Quindi non riguarda l’azione del Movimento, almeno non più, visto che durante il primo governo Conte la firma dell’accordo sulla Via della Seta era andata proprio in quella direzione, complice anche il legame con la Cina e la Russia di una parte della Lega di Matteo Salvini.

L’importanza commerciale di quell’accordo è stata rivendicata ancora pochi giorni fa dal ministro degli Esteri, ma è un fatto che Di Maio sia ormai - lo dicono i suoi colleghi nel governo - il più atlantista tra i 5 stelle. Colui che più di tutti ha cercato in questi anni un rapporto fruttuoso con l’amministrazione americana, prima ancora di andare al governo, nella sua prima visita a Washington da candidato premier del M5S. E quindi è di certo il più in imbarazzo, perché il lavoro di ricollocamento delicato e difficile che tenta di fare da tempo è continuamente messo in pericolo da uscite come queste. Che la Farnesina tenta di derubricare non commentandole, ma che di certo non possono passare inosservate agli occhi degli osservatori internazionali.Del resto, nel Movimento raccontano che sia stato proprio Di Maio a spiegare a Giuseppe Conte che quella di accettare l’invito dell’ambasciatore cinese a Roma durante il G7 in Cornovaglia non era assolutamente una buona idea né per il leader di un partito che fa parte del governo né per un ex premier. E chi conosce entrambi, è pronto a scommettere che il lavoro che Di Maio sta facendo al fianco di Mario Draghi sarà usato da Conte per assumere - come sempre una sorta di posizione di mediazione.

L’incontro all’ambasciata è stato annullato per motivi personali non spiegati. Conte ha parlato di «polemiche strumentali», dicendo che non è la prima volta che incontra ambasciatori e che «è normale che un leader esponga la propria proposta al le altre nazioni». Poi ha aggiunto: «Il fatto di poter dialogare anche con asiatici importanti come la Cina è di utilità per tutti, ovviamente nel contesto dell’unità atlantica e dell’Ue».

Grillo, però, la cui conversione cinese risale a qualche anno fa e le cui ragioni risultano ai più misteriose, dice e fa dire attraverso il suo blog cose ben più nette. Che trovano eco nelle posizioni di parlamentari ancora dentro il Movimento 5 stelle: uno è il presidente della commissione Esteri del Senato Vito Petrocelli, che pochi giorni fa ha firmato un appello proprio sul blog di Grillo sostenendo che la situazione sociale e politica nella Xinjiang sarebbe «più complessa del sensazionalismo della stampa generalista occidentale». Dimenticando forse che alla Camera la stessa commissione Esteri ha approvato una risoluzione che sostiene il contrario e che impegna il nostro governo a esprimere una presa di posizione netta davanti alle autorità cinesi. Un altro è Gianluca Ferrara, secondo cui bisogna pensare alla Cina «in un’ottica di multilateralismo » senza precluderci alcun rapporto. Ma con più forza di tutti, queste posizioni - riferite a Cina, Russia, Iran e soprattutto sempre in contrasto con la Nato e le sue politiche, passate e attuali, le ha espresse Alessandro Di Battista. Che adesso sarà pure in Bolivia, ma che molti - a partire da Conte - vorrebbero ancora dentro il Movimento. Le “questioni personali”, insomma, per Draghi non sono da poco. Perché una cosa resta certa: se mai il Movimento ponesse su questi temi una questione politica, troverebbe la porta del premier chiusa.

Siluro di Grillo al G7: “Parata ideologica contro la Cina”

 



da LA REPUBBLICA del 16 giugno 2021.di Conchita Sannino

Il G7 di Cornovaglia e il vertice Nato? «Una parata ideologica contro la Cina». I discorsi di Biden, Draghi e del segretario della Nato Stoltenberg? Accomunati sotto il sarcastico titolo: “La difesa dei nostri valori”. Il cui esame, beninteso, «potrebbe risultare imbarazzante». Beppe Grillo posta sul suo blog l’analisi affilatissima di un professore della Statale di Milano, Andrea Zhok, e torna così a riaffermare vicinanza nei confronti della potenza asiatica, mentre piovono critiche dure al suo «anti- atlantismo» da parte di Pd, Fi e renziani.Una mossa che pesa, quella del garante pentastellato. Perché arriva a cinque giorni dalla sua discussa visita all’ambasciatore cinese a Roma, Li Junhua - incontro cui si sottrasse in extremis Giuseppe Conte («motivi familiari», spiegò). E perché cade a ridosso dell’investura dell’ex premier alla guida del nuovo Movimento: spina dell’esecutivo per le intemerate grilline pro-Cina e Russia. Ma il fondatore del Movimento rivendica la sua contro-narrazione. e lo fa stavolta affidandosi alle parole di Zhok, docente di filosofia morale.

Nella «parata ideologica» delle ultime ore - scrive Zhok - «il G7 prima e la riunione della Nato poi hanno colto l’occasione per sparare a palle incatenate contro il nemico, nelle vesti di Russia e Cina. Simultaneamente sui media partiva la batteria standard della propaganda atlantista, con servizi a salve sui diritti degli Uiguri, missili terra-aria sulle violazioni degli hacker russi, siluri sulle origini del virus a Wuhan». Ce n’è perfino per il «soldato Gabanelli lanciato dietro le linee nemiche (a spiegarci come i giocattoli cinesi avvelenino i nostri bambini)»: e pensare che la giornalista Milena un tempo era la candidata di Grillo al Quirinale.

Per Zhok, è in corso la tipica costruzione «contro il perfido nemico trinariciuto». Perché «quando le èlite economiche occidentali percepiscono una minaccia al proprio stile di vita scatta il riflesso condizionato: chiamano alle armi la plebe a difendere i nostri valori ». Su cui il professore va giù pesante: «Ma l’appello ai valori comuni suona particolarmente patetico nel contesto di un Occidente il cui sistema di sfruttamento plutocratico ha fatto strame sia di tutto ciò che è comune, sia di tutto ciò che è valore. Quindi, «agitare questo pericolo posticcio serve a dissimulare il semplice fatto che ad averci reso le colonie e i protettorati che siamo non sono né i russi né i cinesi ». E Grillo scrive: grazie.Parole alle quali, con casuale tempismo, si aggiunge ieri una parallela presa di posizione di Massimo D’Alema in favore di Pechino. In una intervista a New China Tv, l’ex premier loda «lo straordinario salto compiuto verso la modernità e il progresso». La Cina, sottolinea, «è riuscita a fare uscire almeno 800 milioni di persone dalla povertà: risultato che mai nessun Paese ha raggiunto», un «grande merito storico del Partito comunista cinese». Posizione subito bacchettata da Carlo Calenda. «Lodare il comunismo in Cina è grave quanto e più che lodare il fascismo dice il leader di Azione - Milioni di morti e centinaia di milioni nelle mani di un dittatore squilibrato. Spero che D’Alema anche di questo abbia parlato nell’intervista. Altrimenti andrebbe stigmatizzato innanzitutto dai progressisti».

Marò,la corte indiana archivia.Dopo nove anni cadute le accuse



da IL CORRIERE DELLA SERA del 16 giugno 2021.Fabrizio Caccia e Carlo Vulpio

Dopo 9 anni cadono le accuse di omicidio per i marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. L’India ha accettato poco più di un milione di risarcimento dall’Italia. La moglie di Latorre: «Quante amarezze».

Il caso è chiuso, almeno a livello internazionale. La Corte Suprema indiana ha ordinato ieri l’annullamento di tutti i procedimenti giudiziari a carico di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, i due marò coinvolti nella morte di due pescatori indiani nel 2012. «Finalmente si è chiuso il nostro caso, che però si sarebbe dovuto concludere in 9 giorni e invece ci sono voluti più di 9 anni...», dice con una punta d’amarezza Vania Ardito, la moglie di Girone. Ora spetterà soltanto alla giustizia italiana valutare quale sia stato il comportamento dei due militari, accusati di aver ucciso il 15 febbraio 2012 i pescatori Ajeesh Pink e Valentine Jelastine al largo del Kerala, dopo averli scambiati per filibustieri in procinto di attaccare la nave commerciale italiana Enrica Lexie su cui i marò si trovavano imbarcati in missione antipirateria.

Quattro giorni dopo, il 19 febbraio, Latorre e Girone vennero arrestati dalle autorità indiane. Cominciò così un lunghissimo contenzioso, i due marò tornarono in Italia ma la svolta vera ci fu solo l’anno scorso, a luglio, quando il Tribunale internazionale dell’Aia riconobbe l’immunità funzionale ai fucilieri, stabilendo che la giurisdizione sul caso sarebbe spettata solo all’Italia e dispose un risarcimento (fissato in 100 milioni di rupie, circa 1,1 milioni di euro) per le famiglie delle vittime. Così, già il 9 aprile di quest’anno, la Corte Suprema indiana aveva annunciato che il caso sarebbe stato chiuso dopo il deposito da parte del governo italiano della somma pattuita: 80 milioni di rupie a favore degli eredi dei due pescatori (40 per ogni famiglia) e 20 milioni a Freddy Bosco, proprietario del Saint Anthony, il peschereccio su cui lavoravano le due vittime, che rimase anch’egli ferito. Ora i soldi sono stati depositati.

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e quello della Difesa

Lorenzo Guerini ieri hanno accolto la notizia con «soddisfazione». Ecco il tweet di Di Maio: «Grazie a chi ha lavorato con costanza al caso, grazie al nostro infaticabile corpo diplomatico, si mette definitivamente un punto». E di «successo della diplomazia italiana» ha parlato anche il vicepresidente della commissione Ue, Paolo Gentiloni. «Finalmente escono dall’incubo», le parole della leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. «Una notizia che aspettavamo da tempo», il tweet del segretario del Pd, Enrico Letta.

I due marò, nelle prossime settimane, saranno sentiti in Procura a Roma. A piazzale Clodio sulla vicenda è aperto un procedimento fin dal 2012, affidato al sostituto procuratore Erminio Amelio che dovrebbe procedere alla conclusione delle indagini già durante l’estate. E l’avvocato Fabio Anselmo, legale del fuciliere Latorre, promette battaglia: «A Massimiliano — dice — è stata sempre negata la possibilità di dire la sua versione dei fatti, ma adesso che a breve potrà essere sentito dai pm della Procura di Roma, lì non ci sarà nessun segreto militare che tenga».

Conte a Napoli: col Pd, ma noi primi .È scontro sui (minori) poteri di Grillo



da IL CORRIERE DELLA SERA del 16 giugno 2021.Emanuele Buzzi

L’esordio da leader in pectore per le strade di Napoli e le divergenze con il garante: la giornata di Giuseppe Conte ha due facce. L’ex premier sbarca a Napoli — insieme a Luigi Di Maio e Roberto Fico — per lanciare la candidatura alle Comunali dell’ex ministro Gaetano Manfredi. L’avvocato veste per la prima volta in mezzo alla gente i panni da numero uno del M5S: non si tira indietro davanti a un gruppo di disoccupati, del Movimento 7 Novembre e una delegazione dei lavoratori Whirlpool, prende un caffè a piazza Carità (e anche una pizza Margherita con doppia mozzarella da Michele a Forcella), passeggia interrotto dai selfie tra i vicoli della Pignasecca e torna a Roma con una maglia di Maradona. Ma con i cronisti va dritto alle questioni politiche. «Il M5S deve essere il primo partito, il numero uno» dice. Rimarca la via dell’asse con i dem: «Nell’autonomia dobbiamo tener conto che per realizzare il progetto di società che vogliamo non possiamo che coinvolgere altre forze. Per questo dialoghiamo con il Pd e altre forze di sinistra. A Napoli sta dando un importante frutto, stiamo lavorando insieme in Calabria e in altre amministrazioni».

Conte tocca anche il tema del tetto dei due mandati: «Decido io quando sarà il momento e poi decideremo insieme la soluzione con tutta la comunità M5S» e annuncia l’iter dello statuto: «Servono i tempi tecnici, alcuni giorni, per annunciare la date dell’evento di presentazione dei nuovi documenti: carte dei principi e dei valori, il nuovo statuto. Poi daremo tempo per le osservazioni e andremo al voto». Si parla del lancio — con un evento — all’inizio della prossima settimana, di una pausa di 4-5 giorni per raccogliere e valutare eventuali puntualizzazioni per poi concludere annunciando la convocazione dell’assemblea per la votazione che farà partire l’era contiana. A questo punto la consultazione degli attivisti dovrebbe cadere tra il 10 e il 15 luglio.

Ma proprio lo statuto torna a essere oggetto di discussione all’interno del Movimento. Secondo quanto sostengono diverse fonti, ci sarebbero delle «divergenze di vedute» (c’è anche chi parla di scontro) sulle nuove norme tra Conte e Beppe Grillo. Nulla a che vedere con il tema dei due mandati, però. Il motivo del contrasto sarebbe nel ruolo del garante. L’attuale statuto stabilisce che «è il custode dei valori fondamentali dell’azione politica dell’Associazione». Conte, invece, ha in mente confini più netti, che esulano da interventi politici. Grillo non gradisce e rilancia con un tweet: «Negli ultimi due giorni abbiamo assistito ad una parata ideologica come non se ne vedevano dalla caduta del muro di Berlino. Il #G7 prima e la riunione della #Nato poi hanno colto l’occasione per sparare a palle incatenate contro il “nemico”». Il tweet serve a rilanciare l’incipit di un articolo del docente e accademico Andrea Zhok pubblicato sul blog del garante, un testo che si pone su posizioni più concilianti con Cina e Russia rispetto a quelle espresse negli ultimi giorni dal governo e da alcuni esponenti M5S.

L’intervento fa infuriare alcuni big. «La parte politica non spetta a Grillo, un post così non lo può più fare», dicono nel Movimento. E attaccano anche chi cerca di colpire Conte alle spalle: «O il Movimento cresce e finiscono i giochini o non si va da nessuna parte». Tuttavia c’è anche chi si schiera con il garante: «Beppe è la nostra voce, il nostro faro: non si tocca». Per sbrogliare la matassa ci sono ancora una manciata di giorni a disposizione.

Lavoro, Rai, giustizia L’agenda di Draghi per i dossier più caldi




da IL CORRIERE DELLA SERA del 16 giugno 2021.Francesco Verderami

Il tornante più difficile della pandemia sembra alle spalle ma non per questo il percorso del governo sarà ora in discesa. Piuttosto Draghi dovrà affrontare una sorta di tappone dolomitico per via dei dossier che affollano la sua scrivania. Come dice un esponente dell’esecutivo, il premier è tornato dal G7 con «una forte investitura di leader internazionale, da gestire a livello nazionale nei prossimi mesi. Che saranno decisivi».

Il primo appuntamento è atteso per fine giugno, quando scadrà il decreto che blocca i licenziamenti. La decisione di fatto è già presa e i leader sindacali hanno inteso negli incontri a Palazzo Chigi che non ci sono molti margini per ulteriori compromessi. «Mi rendo conto che si possano produrre difficoltà e suscitare preoccupazioni», ha spiegato loro Draghi: «Ma c’è una fase importante da cogliere, che è la ripartenza del Paese». Perciò il segretario della Cisl se l’è presa con i partiti: «Quale credibilità hanno se in Consiglio dei ministri approvano la fine del blocco e poi presentano in Parlamento decine di emendamenti che sconfessano il provvedimento ma che finiranno nel vuoto?».

L’interrogativo di Sbarra evidenzia lo squilibrio nei rapporti di forza tra il premier e la sua maggioranza. Squilibrio che si riproduce su tutti i dossier. Compreso quello Rai. Dopo le nomine nelle grandi partecipate, i partiti vorrebbero contare sulla scelta del presidente e dell’ad, che saranno chiamati a gestire la tv di Stato nei passaggi più delicati dei prossimi anni: le Amministrative, la corsa per il Colle e le Politiche. Tanto basta per capire quanto sia frenetica l’attesa nel Palazzo, dove si punta l’indice verso Draghi.

Ma se l’assemblea della Rai è stata rinviata a luglio, «la responsabilità — accusa il renziano Anzaldi — è dei partiti che non sono stati finora capaci di accordarsi sui loro rappresentanti in cda». Nell’attesa Draghi tiene le carte coperte, per quanto — secondo un autorevole ministro — sia «già indirizzato verso una forte figura manageriale per il ruolo di ad, e verso un presidente, magari donna, evocativo del mondo della cultura». Si vedrà se gli identikit corrisponderanno e se gli «esterni» sui quali il premier starebbe puntando accetteranno un ruolo che a livello di stipendi non può competere con gli ingaggi del settore privato.

In ogni caso la vicenda mette in risalto un altro aspetto della strategia di Draghi, che usa ovviamente anche il timing come strumento per dettare la linea. Sulla giustizia, per esempio, non è ancora intervenuto per rompere le resistenze sulla riforma, causate dal gioco di veti dei partiti ma anche da proposte tecniche ritenute per nulla incisive. «Al momento opportuno — scommette un rappresentante del Consiglio dei ministri — ci attendiamo un suo intervento in sintonia con il Quirinale...». Nel risiko del potere e nel quadro di riassetto del sistema, Draghi ha davanti a sé tre autentici gran premi della montagna: i dossier di Ilva, Mps e Alitalia, eredità (anche) del governo Conte. Sul colosso della siderurgia pesa l’incognita dei conti. Sulla banca — come spiega una fonte accreditata — «la ricerca del partner è più ingarbugliata di quanto si pensasse». E sulla ex compagnia di bandiera non è risolta la vertenza con l’Europa.

Tutto ciò avviene mentre si avvicina la scadenza di luglio per la legge delega sulla riforma del fisco. Anche qui le forze politiche cercano di avere un ruolo, «ma — ammette un sottosegretario — sarà tosta trovare un’intesa, dato che i partiti sono in ordine sparso, le risorse sono poche», e poi — come ha anticipato il premier — «non si potranno abbassare le tasse». Quale sarà l’indirizzo del capo del governo è ancora per gran parte ignoto alla sua maggioranza: «Si parla di un sistema simile a quello tedesco», con una forma cioè di tassazione progressiva. L’unica cosa certa è che Draghi farà strame delle bandierine di partito.

Berlusconi: serve il partito unico .Ma arriva lo stop di Salvini

 



da IL CORRIERE DELLA SERA del 16 giugno 2021.Paola Di Caro

Lo aveva rivelato Matteo Salvini: «Berlusconi mi ha proposto il partito unico». Lo aveva delineato Antonio Tajani: «Il sogno è quello di un grande partito repubblicano che veda tutto il centrodestra unito». Ieri, in una modalità un po’ a sorpresa, il progetto è stato ufficializzato da Silvio Berlusconi: «C’è una forte spinta dentro Forza Italia verso l’ipotesi di creare un partito del centrodestra italiano, che unisca le varie sigle sul modello del Partito laburista inglese o dei Repubblicani francesi». Ma, ancora più a sorparlando presa, è stato subito bocciato con veemenza dal leader leghista.

Ci si attendeva un’uscita del leader azzurro e si pensava ad un’intervista, o una dichiarazione in tivù. Ha così un po’ colpito gli europarlamentari che erano in collegamento Zoom che Berlusconi ne parlasse a fine riunione, agganciandosi al tema delle federazione: «L’obiettivo deve essere questo. Non mi aspetto — ha spiegato — che tutti dicano sì subito, capisco anche i dubbi della Meloni oggi, ma il cammino deve portarci a questo approdo finale». Che nei suoi pensieri significa una creatura forte e ancorata al Ppe, aderente a un chiaro manifesto dei valori che ricalca quello della FI del ‘94, aperto a tutti (tranne, sembra, Toti e Brugnaro).

Un rilancio, dopo che la proposta di federazione di Salvini aveva mandato in tilt FI, insorta con ministre come Gelmini e Carfagna, ed era stata rigettata da Giorgia Meloni? Se lo era, è stato un boomerang, perché dalla Lega arriva subito un brutale stop dal leader, che invece rilancia la federazione: «Nessuno sta di partiti unici, un conto è federare, fare emendamenti comuni, unire le forze altro è mischiare partiti dalla sera alla mattina. Gli italiani non ci chiedono giochini ma fatti. Fondare un nuovo partito non interessa a nessuno. I giochini, come quelli di Conte, mi interessano poco», dice Salvini.

E dunque se la Meloni dice no, se FI è fredda, se Salvini si infuria, come si spiega la mossa di Berlusconi? C’è chi ci vede un modo per sgombrare il campo dalla federazione, che «non convince troppo i nostri elettori», una specie di palla gettata in tribuna. Perché, da oggi, sarà più difficile parlare di passi graduali, vista la replica sprezzante di Salvini. Se invece era una strada per tornare al centro della scena, per far passare la linea che FI non è «a rimorchio» di Lega e FdI, ma propositiva e si intesta un grande progetto, bisognerà attendere.

Ma appunto le prime reazioni sono gelide, e si vedrà cosa verrà fuori dal braccio di ferro tra Berlusconi e Salvini. In attesa di un faccia a faccia, forse qualche segnale si avrà già oggi, quando si riunirà di nuovo il vertice del centrodestra sulle amministrative per sciogliere gli ultimi nodi: ufficializzare Occhiuto in Calabria (forse in ticket con Spirlì), dare il via a Maresca a Napoli, individuare il candidato per Bologna e, soprattutto, risolvere il rebus Milano. La partita più difficile, che probabilmente non si concluderà oggi.

In Lombardia sono 81 i positivi alla nuova variante

 



da IL CORRIERE DELLA SERA del 16 giugno 2021.Paolo Virtuani

In Lombardia sono 81 i casi di variante Delta (ex indiana) finora identificati. Oltre 11 mila i casi di variante Alfa (ex inglese) e 283 di quella Gamma (ex brasiliana), ma la maggiore capacità di trasmissione del ceppo Delta non consente di abbassare la guardia, specie ora che quasi tutte le regioni sono in fascia bianca. Nei dati aggiornati al 14 giugno compaiono anche 79 casi di variante Beta (ex sudafricana) e 786 di varianti che non aumentano la trasmissibilità. Registrati anche 4.036 casi riferiti alla variante originale isolata a Wuhan.

Nel territorio lombardo le prime varianti Delta sono state viste in aprile, il picco di 70 casi è stato a maggio, finora a giugno si registrano 9 casi. «La variante indiana è temibile, ma non preoccupa perché abbiamo i vaccini», ha commentato Letizia Moratti. «Se si è vaccinati, anche la variante indiana dovrebbe essere sotto controllo», ha aggiunto l’assessora al Welfare della Lombardia. Matteo Bassetti, virologo dell’ospedale San Martino di Genova, ha citato l’articolo di Lancet: «La doppia dose di vaccino protegge dalla variante Delta».

Un tecnico impegnato sul set del film Disney La Sirenetta è stato ricoverato in ospedale a Sassari per sospetta variante Delta. Il laboratorio di virologia locale ha trovato dei casi sospetti avviando il sequenziamento del virus: i risultati saranno disponibili in 7-10 giorni. Sono stati effettuati oltre 150 tamponi fra i contatti diretti dei contagiati. In Sardegna sono 12 i casi di variante Delta accertati e uno di nigeriana. Il sindaco di Sassari ha firmato un’ordinanza che all’aperto impone la mascherina anche ai vaccinati, vieta il fumo, e spegne alle 24 la musica nei locali. «Dobbiamo fermare la diffusione delle varianti che potrebbe compromettere la stagione turistica», ha detto il primo cittadino Nanni Campus.

«Sono una ventina i casi di variante Delta a Brindisi», ha reso noto il sindaco della città pugliese, Riccardo Rossi. «Un focolaio è riconducibile a un nucleo familiare. Uno dei componenti della famiglia è deceduto e un’altra persona è ricoverata a Bari. Entrambi non erano vaccinati».

martedì 15 giugno 2021

La libraia minacciata dai fascisti

 



di Ilaria Bonuccelli

Se si entra nella libreria Le Torri di Alessandra Laterza, a Tor Bella Monaca, periferia di Roma, può accadere di imbattersi a una cena marocchina che celebra la fine del Ramadan. Di partecipare a una merenda multietnica dove si mischiano sapori e continenti - focaccia e mortadella, dolci egiziani e romeni, sfornati dalle mamme - e di osservare bambini che, con le striscioline nere di cartoncino, colla, forbici creano opere d'arte alla Mondrian. Quello che non può capitare, nella libreria anti-fascista di Alessandra Laterza è di trovare in vendita l'autobiografia di Giorgia Meloni. È per questo che da alcune settimane, la libraia (candidata alle primarie del Pd) vive sotto la stretta sorveglianza della polizia. Se partecipa a un evento, se dorme fuori casa, se partecipa a un evento deve segnalare ogni movimento alle forze dell'ordine che si devono organizzare. Per poterla proteggere meglio.Alessandra non avrebbe voluto. Dice che la sua scorta è la gente di Tor Bella Monaca. «C'è sempre qualcuno che mi accompagna all'auto, quando chiudo la libreria aperta il 18 maggio 2018, la prima da quaranta anni a questa parte, in questa zona. Non sono mai sola nel quartiere. Mi sposto sempre con qualche amica». La Digos non sente ragioni. Non da quando la sua posta elettronica è stata invasa da insulti e minacce per la scelta di non vendere il libro della leader di Fratelli d'Italia. Volgarità contro gli immigrati (le immigrate, soprattutto) e chi le difende. La polizia postale ha anche rintracciato l'Ip l'identità elettronica di provenienza delle mail: un indirizzo fittizio intestato a Benito Mussolini. C'è ora da scoprire a chi porterà lo pseudonimo fascista.Questa è stata solo la premessa di quello che è successo nei giorni seguenti. Il 19 maggio, ad esempio. Per quel giorno viene fissato un dibattito in libreria con l'onorevole Alessandro Zan sulla legge in approvazione contro i reati d'odio aggravati dalla discriminazione dell'orientamento sessuale. L'associazione Azione Frontale «molto vicina a Casa Pound (e quindi all'estrema destra) - racconta Alessandra Laterza dal suo avamposto, in libreria - ha riempito il quartiere di volantini contro l'evento e contro la dittatura omosex. Risultato: il 19 maggio con le associazioni Lgbt (di tutela dei diritti lesbo,gay,bisex e trans) abbiamo presentato il libro di Cristiana Licata mentre l'onorevole Zan ha partecipato con un collegamento via Zoom negli ultimi venti minuti». Così si sono evitati scontri. Ma, ugualmente, per consentire a 55/60 persone di stare in libreria senza subire "attacchi", la polizia ha presidiato la zona con tre camionette della celere. Roba da non crederci.Invece è accaduto. «Non era successo neppure quando ho deciso di non vendere il libro di Salvini», ammette Alessandra Laterza. Invece il no al libro della Meloni «disponibile ovunque ha scatenato reazioni violente. Eppure se lo ordini su Amazon te lo portano a casa in poche ore». Lo ha sperimentato Alessandra Laterza. Una mattina un corriere Amazon le recapita in libreria un pacco. «Ero certa di non aver ordinato nulla ma mi convincono ad aprirlo perché avrebbe potuto essere un regalo. Invece dentro c'era il libro della Meloni. Ho presentato un esposto. Non c'era bisogno. Il gesto è stato rivendicato da Guido Crosetto (il co-fondatore di Fratelli d'Italia). Ci sono persone che hanno tempo da perdere». E per le quali - prosegue la libraia - è difficile comprendere «la mia scelta presa in linea con la Costituzione, degli articoli 21 (libertà di espressione) e 41 (libertà di impresa che non si può svolgere "... in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana")». Ma soprattutto - evidenzia Alessandra Laterza - è impossibile «per me vendere un testo in una libreria nata nel cuore di un quartiere dove convivono 130 etnie diverse. Il mio è un luogo di integrazione e accoglienza: non posso ospitare un libro che dice cose contrarie a quelle di cui tutti i giorni parlo ai bambini che vengono da me. Noi parliamo di giustizia, accoglienza, di arricchimento nella conoscenza di quello che è diverso». Il contrario delle mail con gli insulti e le minacce. «Ora sono un po' diminuite. Arrivano ancora quelle provocatorie, di chi ordina dieci copie alla volta sapendo di non trovarle. Io non vendo libri di nazisti, fascisti, di chi professa l'odio. Neppure dei terroristi, per rispondere a una domanda che mi ha posto l'onorevole Meloni in una trasmissione di Paolo Del Debbio. Mi dispiace, però, che sia lei ad alimentare questo odio. Quando è stata insultata dal professore dell'università di Siena le espressi solidarietà. Mi sarei aspettata altrettanto dopo gli attacchi terribili dei simpatizzanti e iscritti al suo partito». Che le addossano perfino la colpa di quello che le sta accadendo. Il solito meccanismo: è la vittima che se l'è cercata. Tipico pensiero di chi agisce violenza. 

Si vaccina con J&J: muore a 54 anni in ospedale

 



È morto al Policlinico di Bari il 54enne Alessandro Cocco, il paziente ricoverato in rianimazione dal 12 giugno per «un evento avverso di tipo ischemico» che si è verificato in «un periodo successivo alla vaccinazione» anti Covid. L'uomo era stato vaccinato il 26 maggio in un hub della provincia di Bari con il siero Johnson &Johnson. Nei giorni successivi alla somministrazione ha avuto un malore e quando è arrivato al pronto soccorso del Policlinico era già in terapia farmacologica prescritta in un altro ospedale «per trombosi venosa periferica». Dopo il ricovero, il Policlinico ha segnalato il caso all'Aifa, l'Agenzia italiana per il Farmaco che ha il compito di valutare gli eventuali effetti avversi che si possano manifestare in seguito alla somministrazione di un farmaco e, nello specifico, dei vaccini anti-Covid. La famiglia, a quanto si apprende, ha manifestato la volontà di donare gli organi. Sono in corso accertamenti per verificare se l'espianto sia possibile.Intanto ieri a Gela, in Sicilia, Andrea Nicosia, vedovo di Zelia Guzzo, ha manifestato davanti al tribunale. Una protesta per la morte della moglie, insegnante, deceduta a marzo in seguito alla somministrazione del vaccino Astrazeneca. Prima la comparsa di sintomi e poi il ricovero (inutile) in ospedale: «Sui vaccini non ci possono essere morti di serie A e serie B. Noi siamo sempre stati a favore delle vaccinazioni: infatti ci eravamo subito prenotati, ma poi lei è morta» e nelle perizie degli esperti emerge il nesso di causalità tra la somministrazione del vaccino e la morte di mia moglie». Ma la procura di Gela ha archiviato l'indagine su medici e infermieri che hanno avuto in carico la donna. Per la procura, infatti, «non ci sono correlazioni di rilievo penale» tra la somministrazione del vaccino AstraZeneca e il decesso della donna «imputabili» al personale sanitario. 

Reddito di emergenza,domande da presentare fra il 1 e il 31 luglio

 


Potrebbe sfiorare il milione la platea di persone che ha diritto alle nuove "rate" del reddito di emergenza. Per ottenere il pagamento delle ulteriori mensilità - annuncia Inps (che dovrà liquidare gli importi) - è necessario presentare la domanda fra il 1° e il 31 luglio. Chi non presenta la richiesta entro questo termine, resterà escluso dal beneficio previsto dal decreto Sostegni bis per altri quattro mesi (giugno, luglio, agosto e settembre) esclusivamente per le famiglie in condizione di necessità economica. La domanda - ricorda ancora Inps in una nota - deve essere presentata attraverso i camali »consueti»: si può dunque presentare per via telematica, accedendo al sito dell'Istituto utilizzando il priprio Pin, utilizzando lo Spid (l'identità digitale) o la carta di identità elettronica. Chi non ha dimestichezza con la tecnologia può, comunque, sempre rivolgersi ai patronati.Il reddito di emergenza varia da 400 e 800 euroin base alla composizione della famiglia e può anche arrivare a 840 euro se uno dei componenti è disabile. Può essere percepito a condizione che in famiglia non ci siano persone con un lavoro dipendente, una collaborazione coordinata e continuativa o che percepiscano una pensione. Inoltre il reddito di cittadinanza è incompatibile anche con le indennità Covid e con il reddito o la pensione di cittadinanza. Quindi se qualcuno dei 992mila soggetti che ha riscosso il reddito di emergenza fino a maggio nel frattempo avesse trovato un lavoro dipendente o avesse iniziato a percepire la pensione o avesse ottenuto un'indennità di quelle che non sono cumulabili, non può ripresentare domanda per il beneficio.Questi i requisiti di reddito per presentare domanda: il reddito familiare non deve superare l'importo riscosso. In concreto, 400 euro al mese nel caso di un solo componente aumentato secondo la scala di equivalenza: 0,4 per ogni adulto e 0,2 per ogni minore fino a un massimo di 2 e con l'eccezione di 2,1 nel caso un componente sia disabile). Il patrimonio mobiliare familiare deve essere inferiore a 10.000 euro (aumentato di 5.000 euro per ogni componente della famiglia fino a un massimo di 20.000). Per pagare questi bonus lo Stato ha stanziato 884,4 milioni per il 2021. 

Allerta per la variante Delta

 



Dai 50 ai 150 casi al giorno (il 2-4% dei tamponi esaminati), soltanto in Francia, mentre in Scozia ha già preso il sopravvento. In Gran Bretagna è la responsabile del nuovo aumento dei contagi e in Italia, invece, il bollettino parla di 81 casi in Lombardia, 15 in Sardegna e uno in Alto Adige. Qui, in ogni caso, la sua presenza è ancora contenuta. Sotto l'1%, in sostanza. La variante Delta (ex indiana) fa tremare l'Europa. E proprio ora che l'emergenza sanitaria sembrava aver allentato la presa, la variante ha fatto la comparsa in ben 74 Paesi. Più contagiosa - sei volte di più - della variante Alfa (ex inglese). E anche più pericolosa, esponendo chi contrae il virus a un rischio di ospedalizzazione pari quasi al doppio rispetto alla variante inglese. 

il vaccino funziona

L'unica arma contro la variante Delta è la vaccinazione che offre una buona protezione. Ma per far sì che il siero sia efficace devono essere state somministrate tutte e due le dosi. Non a caso, infatti, la variante ex indiana sta prendendo campo in Inghilterra. La strategia del distanziamento tra le due dosi scelta dal Regno Unito non sta funzionando. Sì perché, ora, larga parte della popolazione inglese ha ricevuto la prima dose. Che, però, non è sufficiente per contrastare la variante Delta. Il ciclo vaccinale deve essere completo per funzionare, dice uno studio pubblicato sulla rivista Lancet, da cui emerge anche un altro dato: il livello di copertura varia a seconda del siero somministrato. In pratica, i ricercatori hanno scoperto che due dosi di vaccino prodotto da AstraZeneca garantiscono una copertura contro la variante Delta pari al 60% (contro il 73% della variante Alfa); Pfizer, invece, offre una copertura 79% contro la variante Delta (il 92% contro la variante Alfa). 

in lombardia

Soltanto negli ultimi tre mesi, la Lombardia ha visto sul suo territorio 81 casi di variante Delta, in una percentuale per ora contenuta, ma che potrebbe aumentare. E ora la Regione - dal 14 giugno diventata zona bianca - monitora la situazione per evitare una nuova esplosione di contagi. La presenza della variante Delta sul territorio lombardo, al momento, è in calo ma potrebbe crescere ancora: i casi di maggio rappresentano l'11, 20% dei casi, mentre quelli di giugno sono l'1, 15%. Mentre però il dato di maggio è consolidato, quello del mese in corso è in divenire. In ogni caso, l'ex variante indiana spaventa per la sua maggiore trasmissibilità e il conseguente rischio di nuovi focolai. Ed è per questo - assicurano dai vertici della Regione - che si sta lavorando per contenerla. «Tutti i casi sono attentamente monitorati e sono seguiti. Mi sembra di poter dire a oggi che la situazione sia sotto controllo. Dovremo monitorarla costantemente, dovremo controllare che non si verifichino nuovi focolai di questa variante», precisa il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana. «Tutti i casi sono attentamente monitorati e sono seguiti. Mi sembra di poter dire a oggi che la situazione sia sotto controllo. Dovremo monitorarla costantemente, dovremo controllare che non si verifichino nuovi focolai di questa variante», precisa. «La variante Delta è temibile, però non preoccupa particolarmente perché abbiamo a disposizione i vaccini - commenta l'assessora alla Sanità, Letizia Moratti -. Analisi inglesi confermano infatti che la copertura vaccinale ha un'ottima efficacia anche contro questa variante. Se si è vaccinati anche la variante indiana, come tutte le altre, dovrebbe essere sotto controllo». 


in sardegna

«La situazione è sotto controllo». Lo assicura Giampiero Carta, sindaco di Trinità d'Agultu, comune del nord della Sardegna dove sono stati isolati 15 positivi al Covid: tre operatori della troupe del film Disney "La Sirenetta" (in lavorazione in Sardegna). «Sono in totale 15 i positivi ad oggi, di cui uno ricoverato all'ospedale di Sassari - conferma il primo cittadino -. Tre sono residenti, tre della produzione Disney e nove turisti ospiti di strutture ricettive del comune». Per ora sembra solo uno il caso di variante Delta identificato, ma la troupe hollywoodiana non ha alloggiato solo a Trinità d'Agultu: da un mese le riprese si spostano in località del nord Sardegna, tra Castelsardo e Golfo Aranci. «I turisti risultati positivi potrebbero essere trasferiti in un hotel Covid fuori dal territorio comunale - conclude il sindaco -. Domani (oggi per chi legge, ndr) faremo tamponi a campione». 

Inutile corsa,in autunno nuovi sieri

 



Vaccinazione eterologa sì, vaccinazione eterologa no. Sono diverse le voci fuori dal coro quando parliamo della somministrazione, per gli under 60 già vaccinati con una prima dose di AstraZeneca, di un richiamo con Pfizer o Moderna. È il caso del professor Massimo Galli, direttore della clinica di Malattie infettive dell'ospedale Sacco di Milano. Sostiene che potrebbe addirittura bastare una sola dose del siero di Oxford. Ma il presidente della conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga, ora chiede di poter ascoltare «una voce unica» sul fronte dei vaccini anti-Covid. E di parlare alla popolazione «in modo chiaro, non come se fossimo a un congresso di scienziati». Galli, però, non è convinto che il richiamo sia obbligatorio:«Forse, molte seconde dosi di AstraZeneca in questo momento non sono necessarie: molte delle persone che hanno fatto la prima dose non necessitano strettamente della seconda». Non la pensa così il professor Sergio Abrignani, membro del Comitato tecnico scientifico che fornisce consulenze alla protezione civile in tema di contrasto al Covid. Per Abrignani, infatti, fermarsi a una sola dose di vaccino sarebbe un errore. Ma non per Galli che rincara: «È probabile che il prossimo autunno si dovrà affrontare il problema Covid con vaccini più aggiornati». «L'effetto protettivo di una sola dose di vaccino AstraZeneca, secondo studi, ci dà una certa prospettiva di sicurezza - precisa l'infettivologo -. E, soprattutto, ce la dà se alla singola dose si documenta che la persona ha avuto una risposta anticorpale significativa». Ma, ora, Fedriga (presidente anche della Regione Friuli Venezia Giulia) si dice preoccupato. Quello che teme, infatti, è che «la comunicazione convulsa e contraddittoria sull'impiego di AstraZeneca rischi di ripercuotersi negativamente sull'adesione dei cittadini alla campagna vaccinale». «Occorre chiarezza, coerenza e trasparenza: solo così riusciremo a garantire la piena partecipazione delle persone nella lotta al Covid-19», sottolinea. «Capisco - conclude Fedriga - che il mondo della scienza, nelle revisioni, negli approfondimenti e nelle correzioni, si sviluppi e cresca, ma dobbiamo tenere presente che siamo di fronte alla più grande campagna vaccinale della storia dobbiamo coinvolgere i cittadini. Servono messaggi chiari e non si può pensare di parlare alla popolazione come se si fosse di fronte a un congresso di scienziati. La comunità scientifica cerchi di trovare una voce unanime perché non siamo di fronte a un dibattito su una rivista scientifica, ma a una comunicazione verso la popolazione. Che deve essere chiara e trasparente». 

Pericoloso saltare i richiami

 


di Martina Trivigno

«Con una sola dose l'efficacia del vaccino si dimezza. Per questo non completare il ciclo vaccinale sarebbe l'errore più grande». Il professor Sergio Abrignani, ordinario di patologia generale all'università di Milano e membro del Comitato tecnico scientifico, dice che non bisogna avere paura. E neppure dubbi. Interrompere la vaccinazione dopo una dose sarebbe uno sbaglio. Soprattutto ora che sta circolando la variante Delta (ex indiana), con un'infettività di gran lunga superiore alle altre varianti finora note. Soprattutto a quella inglese che, ormai, si è sostituita al virus originario. Quello di Wuhan, in Cina, per intenderci. Il Comitato tecnico scientifico (che fornisce consulenza al capo della protezione civile sulle misure di contenimento della pandemia) si è pronunciato e ha dato il via libera alla vaccinazione "eterologa" (richiamo diverso dalla prima dose): gli under 60 vaccinati con AstraZeneca avranno la seconda dose di Pfizer-BioNTech o Moderna. Decisione adottata dopo la morte di Camilla Canepa, la 18enne di Sestri Levante, deceduta per una trombosi alcuni giorni dopo essere stata vaccinata con AstraZeneca.Professor Abrignani, il Comitato tecnico scientifico ha espresso un parere sulla somministrazione di AstraZeneca. Ce lo riassume? «Il Comitato ha solo dato un suggerimento: somministrare AstraZeneca e Johnson &Johnson solo agli over 60. La circolare con la decisione, invece, è del ministero della Salute. E, prima di formulare il parere, abbiamo tenuto in considerazione due fattori». Quali? «La circolazione del virus, che sta calando in tutta Italia, prima di tutto. E poi la disponibilità di altre tipologie di vaccini rispetto ad AstraZeneca e J&J». Qual è la sua posizione riguardo al mix di dosi? «Sono assolutamente favorevole. La vaccinazione eterologa (una dose di una tipologia di vaccino, la seconda di un'altra, ndr)non solo è sicura, ma è anche più efficace». Ci sono studi che confermino questa affermazione? «Sì. Quattro, per la precisione. Uno è già stato pubblicato e conferma l'efficacia del vaccino quando le due dosi non siano della stessa tipologia. Gli altri tre, invece, sono in corso di pubblicazione e presto sapranno dirci qualcosa di più sul tema». Un argomento che fa discutere e dividere, anche gli esperti. Cosa dice agli "scettici" del mix di dosi? «Che non c'è nulla da temere. Pensiamo alla vaccinazione contro l'influenza o la meningite. L'obiettivo resta sempre lo stesso: proteggere il maggior numero di persone possibile dalle infezioni, ma il vaccino cambia di anno in anno e quasi mai viene somministrato lo stesso. Il motivo? Per adattarsi ai virus che, per loro natura, mutano. La vaccinazione eterologa l'applichiamo già, in sostanza. Da sempre». Qual è al momento la situazione in Italia dal punto di vista dei contagi? «Dobbiamo tenere presente che, nei mesi di marzo e aprile, il tasso di contagiosità era di 250 ogni 100mila abitanti. Ora, invece, siamo arrivati a una trentina di casi ogni 100mila abitanti. E stanno calando, ancora. Tutto merito della campagna vaccinale». Una dose di vaccino è sufficiente per proteggerci dagli attacchi del virus? «No. Basta guardare quello che sta succedendo nel Regno Unito. Lì, a fronte di una sola dose somministrata, l'efficacia del vaccino si dimezza». E se invece bisogna fare i conti con la variante Delta in aumento? «Ecco, se la dose di vaccino somministrata è una soltanto (a meno che non parliamo di un vaccino monodose come Johnson&Johnson), la protezione contro la variante Delta scende sotto la soglia del 50%, fermandosi appena al 20%. Ma va considerato che se il ciclo vaccinale è completo la protezione è dell'80%. Mai, comunque, al 100%».Vale per tutti indistintamente? «No. I vaccini sono molto legati all'individualità del singolo. C'è sempre chi risponde meglio e chi peggio. Un 20% della popolazione, invece, non risponde affatto: ecco perché non c'è la copertura totale». La variante Delta deve farci paura? «Solo se non avessimo i vaccini. Ma, per fortuna, la campagna vaccinale è avviata e già un numero elevato di persone, soprattutto quelle più fragili, sono state vaccinate. Certo, è una brutta bestia. Con un'infettività di gran lunga maggiore rispetto alla variante inglese. Anche per questo dico: per difenderci dalla variante Delta e contrastarla dobbiamo aver completato il ciclo vaccinale. Una sola dose non può bastare». 

Grecia, cannoni sonori contro i migranti


di Gionata Chatillard

Washington continua ad armare Kiev

 


di Gionata Chatillard

Cuba chiude la porta al dollaro

 



di Fabio Belli

Dati vaccinali in vendita?

 


di Jeff Hoffman

I precari spingono la ripresa .Da gennaio assunti in 200 mila

 


da LA REPUBBLICA del 15 giugno 2021.Valentina Conte

È l’eterno ritorno dell’uguale. Il giorno della marmotta applicato al lavoro. Ricominciano a crescere i contratti a termine, falcidiati dalla pandemia. Lo fanno con forza: quasi 200 mila da gennaio. E c’era da aspettarselo. Perché in Italia la vera politica attiva, l’unico ammortizzatore che funziona, è il contrattino: si caricano i disoccupati e li si scarica alla velocità della luce quando si mette male o cambiano gli incentivi. Si ripete ad ogni crisi, questa non fa eccezione. Ma cosa succede quando la precarietà diventa endemica? Quando la ripresa di un Paese si lega a posti incerti, poche ore, paghe basse, vita precaria e pensioni inevitabilmente da fame?

In vent’anni i contratti a termine sono esplosi da 2 a 3 milioni. Mentre la percentuale di quelli stabili crollava di quattro punti loro li guadagnavano. Sprofondati per il Covid a 2,6 milioni, ora già sono a 2,8 non lontani dal record del 2019. La cavalcata degli anni Duemila ci racconta però anche un’altra esplosione incontrollata: quella del part-time, trasversale a tutti i contratti; anche quelli mitici a tempo indeterminato. Ebbene nel 2000 lavoravano a tempo parziale un milione e mezzo di lavoratori, dopo vent’anni siamo a 3 milioni e mezzo. In termini di quote siamo passati dal 10% al 30%: quasi un terzo dei lavoratori dipendenti italiani è a part-time, con picchi del 60% in sanità, scuola, alloggi, ristorazione, 38% nel commercio.

L’Istat ci dice che a fine 2020 il 65% di questo era part-time involontario. Non scelto, non voluto per stare sul divano. Ma imposto dalle imprese che preferiscono massimizzare flessibilità e rotazione degli addetti. Lo fanno quando c’è incertezza come ora sul rimbalzo post-Covid. Ma lo fanno anche quando la ripresa si consolida. I numeri impressionano. Dal crac della Lehman Brothers, quando i dipendenti della banca d’affari americana uscivano con gli scatoloni a suggellare l’inizio della crisi finanziaria più grave del secolo, da quel terzo trimestre 2008 e sino al picco del terzo trimestre 2019, il 94% della ripresa italiana è stata trainata da ben 774 mila occupati a termine - e mezzo milione di partite Iva scomparse - e solo 51 mila stabili. Succederà di nuovo? Dobbiamo scommettere su una ripresa dai piedi d’argilla?

«I dati Istat sull’occupazione sono molto gravi», ragiona Fulvio Fammoni, presidente della Fondazione Di Vittorio (Cgil). «Nonostante l’ottimismo di maniera, mancano all’appello 900 mila occupati, la disoccupazione è al 10,4% con 2,6 milioni di senza lavoro. E sì, rischiamo di ripetere il 2008, una ripresa precaria con salari bassi e part-time forzato». Al governo non la pensano così. Si scommette sulla quota del 30% per giovani e donne tra i nuovi assunti trainati dal Recovery. Ma anche su vecchi cavalli di battaglia. «In questa fase bisogna aiutare le aziende con il massimo della flessibilità possibile », dice Tiziana Nisini, sottosegretaria leghista al Lavoro. «Anche reintroducendo i voucher e levando tutti i vincoli e le causali ai contratti a termine».

Tornare dunque al 2015, al Jobs Act e al decreto Poletti. Da quel momento storico il lavoro a termine e quello a tempo parziale flessibilizzati al massimo sono decollati, sorpassando per tasso di crescita gli occupati stabili e trainando l’occupazione in tutti i settori, ma incidendo in profondità sulla sua qualità. Nemmeno il decreto Dignità, cavallo di battaglia dei Cinque Stelle, pur riscrivendo il decreto Poletti, ha invertito quel trend, se nel 2018 e 2019 registriamo il record storico dei contratti a tempo: 3 milioni. Come mai? Le aziende scappano dai vincoli, alzano il ritmo del turnover: fuori uno e dentro un altro. Accadde pure con i voucher: prima il boom, poi l’abolizione e l’esplosione di altri contrattini.

C’è poi una gravissima questione di genere sottaciuta troppo a lungo. Il part-time è raddoppiato per donne e uomini dal 2008 in poi, specie nell’accoppiata con i contratti a tempo, ma non solo. I numeri sono però incomparabili: 2,8 milioni di lavoratrici contro 870 mila uomini. Numeri del 2019 ridotti dal Covid rispettivamente a 2,7 milioni e 836 mila. Le donne pagavano e pagano di più, a tutti i livelli: ore lavorate, stipendi, stabilità. Il record storico italiano del 50,3% di occupate nel secondo trimestre 2019 si è già compresso al 47,8% due anni dopo. Una crisi nella crisi.

Psicopatico e violento gli allarmi ignorati sul killer di Ardea




da LA REPUBBLICA del 15 giugno 2021.Corrado Zunino

Ha calzato guanti scuri, nella prima domenica di caldo opprimente. Indossato la felpa viola con il cappuccio, raccolto lo zainetto poggiato a terra, ed è uscito. Senza neppure salutare la madre, Rita Rossetti, da tempo preoccupata per questo figlio chiuso e scontroso. Dal civico 238 di Viale Colle Romito Andrea Pignani, 35 anni, informatico senza un lavoro, "Mr Hyde" sul suo profilo social, si è spostato verso il parco attraverso una strada rabbuiata dalle ombre degli eucalipti. Duecento metri di percorso. Due campi di calcio, vialetti per le biciclette. A quell’ora di quel giorno di festa tre bambini nell’area, due signori. Il primo che incrocia il ragazzetto con gli occhiali e lo zainetto in spalla, giunto in Via degli Astri, è un uomo di mezza età che sta portando con la carriola avanzi di legna alla discarica del consorzio. È periodo di potatura. Andrea ha una sorta di ossessione per il taglio delle piante, si è già scontrato per alcuni tronchi abbandonati vicino casa sua. Attacca l’uomo di mezza età. Le voci si alzano, l’uomo più adulto si accorge che Mr Hyde è armato: abbandona la carriola e scappa. L’informatico solo e disoccupato, le cui sole attività sotto pandemia sono quelle di citare sui social Nietzsche e mostrare le belle foto che scatta, continua a camminare verso Viale Corona Boreale. Si avvicina a due ragazzini. Daniel, 10 anni, in sella a una bicicletta, e il fratellino David, sul monopattino. Vedono l’arma impugnata, iniziano ad urlare — ora i vicini delle villette che circondano il parco su tre lati sentono nitide quelle grida — e Andrea Pignani li fredda. Per zittirli. Poi si gira verso Salvatore Ranieri, anche lui in bici, a Roma non poteva mai uscire: ha provato ad avvicinarsi, forse per difendere i bambini, ma Mr Hyde da vicino gli spara due colpi.

L’assassino si allontana camminando senza scappare, la pistola sempre in pugno. Rientra verso casa. Tutto senza un motivo, un rancore pregresso verso le vittime, mai viste prima. Una discussione sul nulla aveva agitato la sua mente instabile. «L’ho visto sulla porta, si era fermato lì», racconta adesso il vicino Roberto, che in passato aveva avuto uno screzio con l’omicida. «Quando ha sentito le sirene, è rientrato ». L’arrivo dei carabinieri, poi i gruppi speciali in elicottero, la mappa catastale offerta dal vicino di villetta, la fornitura del gas interrotta, la madre Rita spinta fuori dalla villetta con undici stanze. Il suicidio dell’omicida, in camera da letto.

La pistola che ha ucciso quattro persone, è cosa nota, apparteneva al padre di Andrea, guardia giurata che nell’ottobre del 2019 aveva scelto di trascorrere la sua vecchiaia nel verde di Ardea. Lo scorso novembre, però, si era spento. La Beretta 7,65, modello 81, non l’aveva mai restituita. «Era scomparsa, non so che fine avesse fatto», dice adesso la madre Rita, che è tornata a vivere a Roma con la figlia. Si prenderà una denuncia, lei, per detenzione abusiva.

Con quell’arma il giovane uomo che su internet, "Ecce homo", di sé diceva «come la fiamma mi ardo e mi consumo, luce diventa t utto ciò che afferro», aveva già sparato in aria. Aveva spaventato, l’aveva mostrata per farsi forza nei suoi alterchi sempre più frequenti. Lo spavento crescente dei residenti di Colle Romito era arrivato alle forze dell’ordine, come ieri la piazza urlava sicura? Il presidente Romano Catini ha detto sì, poi no, poi forse. Ha giurato che i vigilantes del consorzio avrebbero riferito di quell’uomo strano ai carabinieri, poi, chiamato in caserma, ha smentito. I militari hanno ricostruito che al 112 non è mai pervenuta una segnalazione, né qualcuno ha presentato formale denuncia. I carabinieri, erano intervenuti l’11 maggio 2020 quando Andrea, nella versione Mr Hyde, aveva puntato un coltello contro la madre. Lo portarono, consenziente, all’ospedale di Ariccia, dove era stato trattenuto sotto osservazione per una notte. Non un vero e proprio Trattamento sanitario obbligatorio, piuttosto il controllo clinico di un uomo capace di gesti estremi. "Tso differibile", avrebbe detto la consulenza psichiatrica, "viene affidato al padre".

Da tre anni un decreto prevede la tracciabilità delle armi, un sistema informatizzato può individuare la nascita e la distruzione di ogni pezzo. Il funzionamento della rete avrebbe consentito di individuare la Beretta passata da padre in figlio in casa Pignani, ma, come ha spiegato la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, il regolamento attuativo ancora non c’è. Si chiama Space, il sistema, il sindacato autonomo di vigilanza privata parla di una rete già costruita e «costata milioni di euro». Lamorgese incalza: «Bisogna capire come mai l’arma utilizzata dall’assassino era ancora lì dove non doveva essere».

Torino, le primarie flop dividono Pd e M5S: "Nemici al ballottaggio"



da LA REPUBBLICA del 15 giugno 2021.Diego Longhin

Scintille tra il candidato del centrosinistra di Torino, Stefano Lo Russo, e la sindaca uscente dei 5 Stelle Chiara Appendino. Poche ore dopo la chiusura dei seggi delle primarie, va in scena il primo botta e risposta tra i due. Appendino dice che «il Pd ha voluto chiudersi in se stesso con queste primarie» e rispetto ad un eventuale ballottaggio non pensa ad un appoggio al candidato del centrosinistra. «Gli elettori faranno ciò che meglio credono», dice. L’ipotesi che i 5 Stelle possano sostenere Lo Russo in caso di necessità al secondo turno non esiste per Appendino. «Le alleanze non si costruiscono in dieci giorni, sarebbe uno scambio di poltrone», dice la prima cittadina cinquestelle che non è stupita dalla bassa affluenza alle primarie. Lo Russo non si scompone. Non sembra preoccupato: «Le starà più simpatico Damilano…», dice il candidato che per cinque anni ha fatto opposizione in Consiglio comunale ai grillini. Paolo Damilano è il candidato civico di centrodestra sostenuto anche da Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega. Nelle scorse settimane Appendino aveva già espresso apprezzamenti personali per Damilano, prendendo seriamente le distanze però dalle forze politiche che lo sostengono. «Altri esponenti M5s hanno detto una cosa diversa, altri ancora non dicono niente e probabilmente si orienteranno in maniera libera — sottolinea Lo Russo rispondendo alla sindaca — credo non ci siano i padroni dei voti, ma opinioni politiche. Sono gli elettori a giudicare, non i loro eletti, e tenderei a occuparmi più degli elettori che degli eletti. Siamo ancora in attesa che il Movimento abbia un suo candidato a Torino».

Il candidato del centrosinistra, però, non guarda verso il Movimento, ma verso i partiti riformisti, Azione e Italia Viva, per allargare il perimetro della coalizione e creare un "campo largo" torinese non giallorosso. «Abbiamo forze politiche riformiste rimaste finora fuori dalla coalizione. Il mio obiettivo è far diventare il centrosinistra una casa accogliente per chi era rimasto fuori». Rispetto al rapporto con i 5 Stelle il candidato dice che «preferisce concentrarsi per vincere contro Damilano, se possibile al primo turno».

La questione rischia di tenere ancora banco. Lo Russo ha vinto le primarie con il 37 per cento dei consensi davanti al civico Francesco Tresso, indietro di poco più di 2 punti percentuali. Al terzo posto il Dem Enzo Lavolta con il 25 per cento e poi il radicale Igor Boni al 3 per cento. Proprio Tresso chiede a Lo Russo di non decidere da solo. «Avesse preso più del 50 per cento potrebbe scegliere in autonomia — dice — credo che sul rapporto con i 5 Stelle si debba confrontare con me, Lavolta e la coalizione». Il segretario nazionale del Pd Enrico Letta dice che «noi abbiamo scelto il nostro candidato. Ora toccherà a lui guidare un rapporto con la città». Il leader regionale dei Dem, Paolo Furia, propone invece un «patto di non belligeranza con l’M5S, il dialogo deve continuare, l’avversario è la destra». Un monito arriva dall’ex sindaco Sergio Chiamparino, che invita tutti a «remare nella stessa direzione. Ora che sono finite le primarie c’è un candidato legittimato. Tocca a lui scegliere. Evitiamo che le primarie continuino in maniera sotterranea».

Scarcerato l’imprenditore veneto in Sudan

da IL CORRIERE DELLA SERA del 15 giugno 2021.Elisabetta Rosalpina

L’imprenditore veneto Marco Zennaro è stato scarcerato dopo 70 giorni di detenzione in Sudan. Ora è ai domiciliari.

Stanotte, per la prima volta negli ultimi due mesi e mezzo, l’imprenditore italiano Marco Zennaro ha dormito di nuovo in un letto, si è potuto fare una doccia decente, ha respirato l’aria della libertà, seppure ancora relativa e — lui teme — provvisoria. Non può lasciare il Sudan, in attesa che giungano a sentenza o ad accordi extragiudiziali le cause che gli sono state intentate da diverse società locali per frode. Ma ha lasciato la cella del commissariato di Khartoum dove era accovacciato con un’altra ventina di detenuti, senza un soffitto, ma con solamente una grata a ripararli dal sole e dalla calura soffocante. Senza diritto a sgranchirsi ogni tanto le gambe, senza cibo salvo quello che gli veniva recapitato dal padre o da personale dell’ambasciata.

Le proteste dell’ambasciatore, Gianluigi Vassallo, e le pressioni della Farnesina attraverso il direttore generale, Luigi Vignali, hanno sortito l’effetto sperato, dopo 75 giorni di reclusione dura, per lui, e di estenuanti negoziati.

Debole, incerto sulle gambe, l’amministratore delegato della Zennaro Costruzioni elettriche di Venezia è stato accolto all’uscita del commissariato dal padre, Cristiano, da settimane in Sudan per assisterlo. Insieme alloggiano all’hotel Acropole, il più vecchio albergo della città, il cui proprietario, George Pagulatos, si è offerto di garantire che l’ospite italiano non tenterà di dileguarsi. Sembra sfusformatori mata invece l’eventualità di una permanenza di Zennaro in ambasciata, probabilmente perché zona extraterritoriale.

Da oggi inizia comunque una maratona nelle aule di giustizia della capitale africana. Marco Zennaro deve difendersi dalle accuse di aver inviato in Sudan partite di traelettrici non conformi ai contratti. Circostanza che lui nega. Una prima vertenza con il suo distributore locale si era conclusa a fine marzo con una transazione da 400 mila euro, ma invece di poter tornare in Italia, Zennaro era stato bloccato di nuovo in aeroporto, inseguito da altri esposti e da altre richieste di risarcimento. Quando sono arrivati gli 800 mila euro pretesi dalla Società elettrica sudanese a garanzia di rimborso se Zennaro risultasse nel torto, per lui si è aperta l’inferriata della cella. La società fa capo a un famigliare del vice presidente del governo di transizione sudanese, il generale Mohamed Dagalo che, a Vignali, aveva spiegato di non poter intervenire in quanto si era intromessa un’altra azienda, la Sheikh Eldin Brothers, che rivendica 700 mila euro.

Ieri mattina il tribunale ha archiviato un’altra denuncia penale, ma restano aperte le cause civili avviate da ditte con cui Zennaro non ha mai avuto rapporti commerciali diretti. E il suo intermediario, Ayman Gallabi, nel frattempo è annegato nel Nilo.

Letta parte da Tor Bella Monaca «Roma madre di tutte le battaglie»

 



da IL CORRIERE DELLA SERA del 15 giugno 2021.Maria Teresa Meli

Enrico Letta va in trasferta. Il segretario dem ha infatti deciso di far giocare il Pd fuori casa. Cioè nelle periferie: «Dobbiamo smettere di essere il partito che va bene nelle Ztl, mentre andiamo in sofferenza negli altri quartieri». E così quando Roberto Gualtieri gli chiede di accompagnarlo a Tor Bella Monaca Letta accetta volentieri, benché ad accogliere i due non ci siano le masse, bensì una cinquantina di persone. Tutti militanti, età media quella dell’elettorato pd, cioè altina. Però il segretario, che arriva al teatro di Torbella (i romani la chiamano così) senza cravatta ma con la giacca non si scoraggia, anche perché, spiegano al Nazareno «era un incontro privato, non un comizio» : «Facile — dice — andare a fare bagni di folla o cercare gli applausi. L’unica vera strada è accettare le sfide difficili. Per riconquistare questi territori dobbiamo prima di tutto ascoltarli, esserci, senza lo sguardo dall’alto in basso di chi considera il disagio un danno collaterale dello sviluppo».

I militanti salutano, si fanno i selfie e qualcuno grida: «Però poi non è che non vi fate più vedere? Per vincere a Roma dovete vincere qui». Impresa alquanto ardua dal momento che nel sesto municipio (quello che comprende Tor Bella Monaca) nelle ultime elezioni il candidato pd è arrivato terzo e non è nemmeno andato al ballottaggio.

Del resto è la mission degli ultimi segretari dem quella di riconquistare le periferie perdute. Ci aveva provato il predecessore di Letta, Nicola Zingaretti, partendo da Casal Bruciato, quando venne eletto. E ancora prima Maurizio Martina tenne proprio a Torbella la prima riunione della segreteria dem. In una libreria. L’unica del quartiere, quella gestita da Alessandra Garzanti, nota alle cronache per aver deciso di non vendere il libro di Giorgia Meloni.

Garzanti ora sostiene Giovanni Caudo e non ha rinnovato la tessera del Pd: «Non ci ricasco più».

Ma Letta non dà mostra di spaventarsi per le difficoltà che il suo partito incontra nelle periferie: «Il punto è ricominciare a stare dentro i problemi e nei luoghi del conflitto. Se non si comincia a fare questo, il Pd rischia di restare il partito dei garantiti mentre i vulnerabili finiscono a destra, perché la destra lucra sulle paure».

Quello delle periferie è un tema che gli sta a cuore. Già nel 2019 Letta spiegava: «Il Pd è stato il partito della Ztl, dimenticandosi le periferie. Non dobbiamo avere atteggiamenti elitari o paternalistici, ma dobbiamo imparare a vedere questi luoghi come fonti di ispirazione».

Il segretario sa, e lo dice apertamente, che «Roma è la madre di tutte le battaglie», poi si fa fotografare con Gualtieri («Che andrà sicuramente al ballottaggio», assicura Letta), entrambi con la mano con il pollice alzato. Segno di ottimismo, anche se circola la voce (ma parrebbe solo una suggestione) che nella Capitale Salvini, Meloni e Tajani potrebbero guidare le rispettive liste per trascinare il loro candidato sindaco.

Tor Bella Monaca, dunque, era una sfida inevitabile per il leader dem. Tanto più dopo che all’Assemblea nazionale dell’aprile scorso Nella Converti, del circolo pd del quartiere, aveva rivolto un’aspra critica alla dirigenza del partito: «La nostra comunità nelle periferie c’è sempre stata, e quando sente che il Pd è il partito della Ztl si incazza, quando sente dire torniamo nelle periferie, risponde: “Benvenuti, noi qua ci siamo”».

Comunque Letta è ben conscio del fatto che Roma si conquista solo vincendo le periferie. Come sa che per spingere Gualtieri nella corsa al Campidoglio è necessario che le primarie capitoline di domenica prossima non si rivelino un flop. I dem romani hanno deciso di tenersi bassi con le previsioni e hanno fissato l’asticella a quota 50 mila partecipanti. Una quota facilmente raggiungibile se si pensa che alle primarie del 2016, quelle che precedettero la vittoria di Virginia Raggi, furono poco più di 43 mila romani a recarsi ai gazebo. Il termine di paragone delle precedenti consultazioni pd, quelle vinte da Ignazio Marino, non viene nemmeno preso in considerazione: più di centomila persone. Ma erano altri tempi. A Torino, domenica scorsa, hanno votato circa 12 mila persone. Però Letta non dispera: «Rappresentano comunque un messaggio positivo, visto che sono state le prime primarie del dopo Covid».

A Milano un civico e Albertini vice Ma Salvini è al bivio sul nome

 


da IL CORRIERE DELLA SERA del 15 giugno 2021.Maurizio Giannattasio

«In settimana ci sarà la chiusura unitaria di tutte le candidature nelle realtà al voto». I toni di Matteo Salvini sono fiduciosi ma a meno di ventiquattrore dall’ennesimo vertice annunciato ma non ancora confermato, il centrodestra non ha ancora trovato il cavallo su cui puntare per sfidare Beppe Sala. Ieri il leader della Lega insisteva sul binomio con Gabriele Albertini nel ruolo di vicesindaco e questo significa che Matteo Salvini sta ancora lavorando su una candidatura civica, visto che l’ex sindaco di Milano ha dato la sua disponibilità ad affiancare il candidato a patto che non sia il «politico» Maurizio Lupi. Antiche ruggini, mai superate. Ma è altrettanto vero che sui nomi dei civici individuati in queste settimane si addensano sempre nuove difficoltà. La corsa sembra circoscritta a due persone. In pole position Oscar di Montigny, manager e direttore marketing e comunicazione di Banca Mediolanum, nonché genero di Ennio Doris che ha dato la sua disponibilità di massima, ma vuole condividere la scelta in famiglia prima di sciogliere la riserva. Su di Montigny pesano però i dubbi di Silvio Berlusconi che se da un lato non potrebbe dire no al genero di Doris, dall’altra ritiene che una probabile sconfitta gli verrebbe ascritta direttamente. Il ticket potrebbe allora essere formato da Annarosa Racca e Albertini, con la candidatura della presidente di Federfarma lombardia, incappata però in un’indagine per diffamazione nei confronti di Marco Cossolo, il candidato che le contendeva la presidenza nazionale dell’associazione. Secondo fonti leghiste, Racca starebbe preparando una controquerela e l’inchiesta non sembra preoccupare più di tanto il centrodestra. Gi altri nomi restano sullo sfondo. Dal professore bocconiano, Maurizio Dallocchio, fortemente voluto da FdI ma proprio per questo motivo fuorigioco visto che Meloni ha già portato a casa il candidato a Roma, a Roberto Rasia dal Polo che a fronte dei sondaggi avrebbe innestato la retromarcia. In calo anche le quotazioni di Riccardo Ruggiero, il manager amministratore delegato di Melita e di Fabio Minoli, direttore delle relazioni esterne della Bayer ed ex deputato azzurro.

Salvini si è comunque riservato la giornata di ieri per fare le ultime telefonate e capire quale margine di manovra ci sia per portare a casa una candidatura civica perché in questa situazione di stallo l’ipotesi del «politico» e quindi di Lupi resta un’alternativa valida. Intanto perché la scelta del ticket romano con i due civici Michetti e Matone ha riaperto i giochi su Milano. «Avendo chiuso su Roma con due civici — aveva detto Ignazio La Russa — non c’è più bisogno di fare la stessa scelta su Milano». E poi perché Lupi avrebbe sia il gradimento di Berlusconi sia il nullaosta da parte di Meloni, oltre a dei sondaggi che indicano nell’ex ministro alle Infrastrutture un candidato in grado di giocarsi la partita. Quindi, ragionano i bookmaker della politica, Salvini si trova di fronte a due opzioni, entrambe al 50 per cento. Scegliere un civico, come ribadito dai leghisti, che a oggi però sembra destinato alla sconfitta. O scegliere un politico che farebbe sì molta fatica contro Sala, ma comunque se la giocherebbe.

Mario Draghi: «Senza Trump l’Alleanza è più forte». E insiste sul Mediterraneo e sulla difesa europea




da IL CORRIERE DELLA SERA del 15 giugno 2021.Monica Guerzoni

Alle quattro e un quarto del pomeriggio Mario Draghi esce dalla zona off-limits riservata ai capi di Stato e di governo e per una volta, sotto le immense vetrate del nuovo quartier generale della Nato, rallenta il passo per rispondere fuori protocollo a un giornalista. «Com’è andata? Bene, molto bene. Incontro importante, in cui tutti i leader hanno riaffermato la centralità dell’Alleanza Atlantica alla luce delle nuove sfide globali. La Nato si sta rafforzando dopo il periodo di debolezza dell’era Trump».

Per Draghi, reduce dal vertice del G7 in Cornovaglia, il summit dell’Alleanza Atlantica è un altro debutto. Il segretario generale Jens Stoltenberg lo accoglie con calore: «Mario è la tua prima volta qui, sono sicuro che tutti ti ascolteranno con molto interesse». L’ex presidente della Bce parla tre minuti esatti, attento a non sforare. Parte dalla crisi globale innescata dal Covid, «una delle più gravi della storia contemporanea». Sottolinea come la sicurezza sia un «presupposto necessario» per rafforzare le democrazie e conferma il pieno sostegno dell’Italia al processo «Nato 2030», che punta a rendere sempre più centrale «l’Alleanza più potente e vincente della storia».

E la Cina, filo rosso del summit? Nelle conclusioni del vertice sarà scritto che la crescente influenza e le ambizioni del Dragone presentano «sfide sistemiche all’ordine internazionale». E il premier sprona gli alleati «ad essere pronti ad affrontare coloro che non rispettano le regole» dell’ordine internazionale e «sono una minaccia per le nostre democrazie». Una formula sfumata, che autorizzerà qualche commentatore a pensare che Joe Biden non abbia ottenuto da Roma, Parigi e Berlino quella union sacrée contro le autocrazie di Pechino e Mosca che era tra gli obiettivi del suo tour.

Per l’Italia il rafforzamento della cooperazione tra Nato e Ue ha «importanza cruciale», il che però nulla deve togliere alla «autonomia strategica della Ue». Sottolineatura importante quella del premier, che parlando di «complementarietà» dell’architrave europeo per rafforzare la Nato cerca di cucire assieme la linea di Merkel e Macron con quella di Biden, il qualche non può guardare con favore alla suggestione di una difesa militare europea.

Quanto alla difesa della Nato, Draghi spinge perché si attui con una strategia «ad ampio spettro», dalla regione indo-pacifica a un «focus costante sull’instabilità della regione mediterranea». E qui, in asse con Macron, il capo del governo italiano chiede agli alleati di concentrare l’attenzione sui territori e i dossier che allarmano l’Europa, a cominciare dalla Libia e dal dramma dei migranti. Il problema ha un nome che il capo dell’esecutivo italiano però non pronuncia: Recep Tayyip Erdogan.

Non solo tra gli alleati non c’è accordo sulla linea da tenere con la Turchia, ma resta il gelo con Draghi, che l’8 aprile in conferenza stampa lo aveva chiamato «dittatore». Il giudizio innescò un incidente diplomatico, non ancora risolto: Erdogan ha avuto bilaterali con Biden, Macron, Merkel, Sánchez, Johnson e Mitsotakis, ma con Draghi no, con lui si è fatto solo la foto di famiglia. E chissà che il mancato incontro non sia una delle ragioni che hanno convinto lo staff di Palazzo Chigi ad annullare la conferenza stampa programmata per le 16.15. La spiegazione ufficiale è stata che «questo summit è la continuazione del G7» e che non c’era dunque molto altro da dire, dopo che Draghi a Carbis Bay aveva risposto a ogni curiosità della stampa: dalla Via della Seta di Giuseppe Conte al caos vaccinale, questione cruciale che sta creando non pochi imbarazzi al governo. Arrivando in tarda mattinata al quartier generale, Draghi aveva concesso a sorpresa una breve dichiarazione informale: «Pensate che la prima visita del presidente americano è in Europa. Provate a ricordarvi quale fu la prima visita di Trump…». Maggio 2017, Arabia Saudita. Un modo per rilevare l’importanza della mission europea di Biden, al quale Draghi ha rinnovato «l’impegno incrollabile» dell’Italia a contribuire alle missioni Nato: «Una Ue più forte significa una Nato più forte». I capi di Stato e di governo hanno parlato (sottovoce) anche di chi sarà, dopo Stoltenberg, il prossimo segretario generale della Nato. La candidatura forte di Theresa May riduce le speranze italiane, ma il pressing di Draghi per un impegno sul fronte Sud autorizza a pensare che Palazzo Chigi non rinuncerà a giocare la partita.