Anglotedesco

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domenica 31 gennaio 2021

GIORGIA MELONI:"“Si vada al voto Il mandato a Fico una scelta politica”


da LA REPUBBLICA del 31 gennaio 2021.Carmelo Lopapa 

Il presidente Fico sta esplorando. Giorgia Meloni come giudica la scelta dell’incarico alla terza carica dello Stato?

«Mi pare che si sia trattato di una scelta politica, da parte del capo dello Stato, che ha un ampio ventaglio di possibilità, incluso lo scioglimento delle Camere previsto dall’articolo 88 della Costituzione».

Quello che la delegazione di centrodestra ha caldeggiato.

«Questo Parlamento non ha i numeri per una soluzione efficace, come dimostra la storia dell’ultimo anno. E se si farà un governo sarà perfino più debole di quelli passati, indipendentemente da chi esplori.Noi avevamo fatto il nome della seconda carica dello Stato, la presidente del Senato».

La presidente Casellati non sarebbe stata una scelta funzionale al tentativo di ricomporre la maggioranza. Non crede?

«Se quello è l’obiettivo, rimettere insieme Renzi, il Pd, M5s e Leu, allora le do ragione. Ecco perché è stata una scelta politica».

E se finisse così? Col Conte ter?Voi restate alla finestra.

«Gli italiani restano alla finestra, attoniti: rifare lo stesso governo dopo aver perso due mesi in liti, trattative, compravendite. Un bieco gioco di palazzo e di poltrone. Poi mi pare che i tempi siano sempre più lunghi e l’Italia non se lo può permettere».

Le sembrano lunghi?

«Beh, Renzi la crisi l’ha aperta un mese fa. Addirittura da dicembre già minacciava. Dico sommessamente che in due mesi avremmo già votato e avremmo avuto un governo stabile e serio per cinque anni. Ora francamente, i quattro giorni che si è concesso il presidente Fico per consultare quattro partiti di maggioranza sono un po’ tanti, soprattutto se commisurati all’emergenza che stiamo affrontando. E alle due settimane che ha impiegato Conte nel vano tentativo di riconquistare una maggioranza con la compravendita di senatori».

Compravendita non sarà tanto?

«Lo vogliamo chiamare mercato delle vacche? E l’utilizzo degli uffici di Palazzo Chigi con questo obiettivo è stato scandaloso. Un tema che abbiamo posto nei colloqui istituzionali di questi giorni.Comunque è una crisi infinita e gli italiani sono già esausti».

L’unica certezza al momento è che non si andrà al voto.

«Non mi pare, dai nostri colloqui, che il presidente Mattarella abbia escluso il voto».

Però nel vostro messaggio, quello letto a fine incontro da Salvini, prendete in considerazione il fatto che si possa andare avanti anche con un altro governo. Ed è sembrata un’apertura al governo istituzionale.

«Quella frase ha avuto varie interpretazioni. Personalmente la considero una questione di necessario garbo istituzionale: ovviamente, per rispetto al capo dello Stato, le sue soluzioni andranno vagliate. Ma non esiste alcuna apertura a ipotesi istituzionali o come le si voglia chiamare.Sicuramente non da parte di Fratelli d’Italia».

Per lei continua a esistere solo il voto e nient’altro?

«È la soluzione più responsabile. E non lo chiediamo perché i sondaggi ci danno al 17 per cento, come dicono alcuni. Lo chiedevamo anche quando Fdi era stimato al 3 per cento. C’è qualcuno che non piega le sue rivendicazioni al tornaconto personale. Ma poi, chiedo: quale dovrebbe essere la politica migratoria o quale rapporto dovrebbe avere con l’Europa un governo con tutti dentro? Siamo seri».

Ma lei non teme di restare isolata a destra, se anche la Lega dovesse starci?

«Sono altre le cose che mi preoccupano nella vita. Mi sono sempre assunta la responsabilità delle mie scelte. Anche per questo gli italiani ci premiano, non cambiamo idea dal giorno alla notte. Qualcuno nella compravendita di senatori ha avuto l’ardire di avvicinare eletti di Fdi: è stato cacciato. E tutto il centrodestra è rimasto compatto».

A dire il vero, Berlusconi invoca il governo di salvezza nazionale. I suoi si spingono anche oltre. Si fida di lui?

«Per me fa sempre testo quello che dice Berlusconi. E lui dice che è meglio prendersi due mesi per votare piuttosto che bloccare l’Italia per altri due anni. Non ho motivo per non fidarmi di lui».

Mara Carfagna vi invita a rinunciare all’Aventino e a sostenere un governo Draghi.

«Io non sono mai stata aventiniana nella mia vita. Io sto in Parlamento, difendo in quella sede le soluzioni che ritengo giuste. Ho votato il taglio dei parlamentari, gli scostamenti e i provvedimenti necessari. E ho dichiarato che dall’opposizione non farei mancare il voto di Fdi per i provvedimenti che servono agli italiani in tempo di Covid. Questo racconto secondo cui per essere protagonisti in politica bisogna fare gli inciuci, non lo condivido».

Favorevole al Conte ter il 46% degli italiani. Ma il 36 vuole un altro nome (di Nando Pagnoncelli)

 


da IL CORRIERE DELLA SERA del 31 gennaio 2021.Nando Pagnoncelli

La crisi politica ha suscitato disorientamento e sconcerto tra i cittadini che faticano a capire i motivi della fine del governo Conte, in un contesto di diffusa inquietudine per la crisi economica e l’emergenza sanitaria del Paese. Quasi due italiani su tre (61%) ritengono che l’attuale situazione sia un ulteriore elemento di preoccupazione che sarebbe stato meglio evitare, mentre il 23% mostra ottimismo considerando la crisi un’opportunità di rilancio per il Paese.

Tra tutti gli elettori, con l’eccezione dei leghisti, prevale in modo trasversale l’idea che la crisi di governo sia del tutto inopportuna. Il fatto che anche tra gli elettori dell’opposizione di FI e di FdI, nonché tra gli astensionisti, prevalga questo parere, va ricondotto al timore che l’Italia possa rimanere senza guida per un lungo periodo rischiando di rinviare decisioni urgenti, a partire dal Recovery plan. Il bilancio del Conte II presenta luci e ombre: i giudizi positivi (voto da 6 a 10) prevalgono riguardo alla gestione della pandemia (50% contro 40% di giudizi negativi) e sui rapporti con l’Ue (48% contro 40%). Viceversa, le valutazioni negative (voto da 1 a 5) sopravanzano quelle positive riguardo alla gestione della crisi economica (51% contro 38%) e dell’immigrazione (57% contro 30%) nonché agli interventi in ambito giudiziario (53% contro 28%). Ogni ambito ha una diversa rilevanza nelle priorità dei cittadini: pandemia, economia e rapporti con l’Ue sono più importanti rispetto all’immigrazione (oggi considerata importante dal 20% mentre nel 2018 aveva raggiunto il 46%) e al sistema giudiziario.

Non stupisce, quindi, che oggi il 40% sia del parere di affidare l’incarico per un nuovo governo al premier uscente, mentre il 36% preferirebbe un’altra figura. Le preferenze tornano a essere influenzate dall’appartenenza politica, anche se non mancano i sostenitori di Conte tra gli elettori dell’opposizione (34% tra chi vota FI, 20% tra chi vota FdI e 13% tra i leghisti). Ancora una volta, tuttavia, il risultato è influenzato dal gruppo più numeroso, costituito da astensionisti e indecisi su chi votare (40%), tra i quali Conte risulta preferito dal 34% contro il 20% che auspica un altro premier.

Ma quale maggioranza vorrebbero gli italiani? Nelle risposte date prima di conoscere l’esito delle consultazioni del presidente Mattarella, i cittadini sembrano privilegiare una maggioranza ristretta, indipendentemente dal colore politico, e il più possibile coesa (46%) rispetto ad un governo di unità nazionale (22%), mentre uno su tre (32%) non prende posizione. Indubbiamente, l’ipotesi di una maggioranza larga, con partiti piuttosto distanti tra loro, evoca il timore di un eccesso di litigiosità e immobilismo.

Da ultimo, la soluzione rappresentata dalla fine anticipata della legislatura con il ricorso alle urne: quasi un italiano su due (47%) si dichiara contrario al voto, i favorevoli sono il 28% e il 25% è indeciso. Più propensi alle urne i leghisti (67%) e gli elettori di FdI (52%), pur in presenza di una quota rilevante di contrari (rispettivamente il 24% e il 36%). Tra gli elettori di FI, viceversa, prevalgono i contrari al voto (51% contro il 36% a favore). E tra Pd e M5S circa 1 su 10 gradirebbe le elezioni. La propensione al voto è sostenuta soprattutto dagli elettori del centrodestra che intravvedono la possibilità di una affermazione. I più contrari, invece, manifestano la preoccupazione che si possano dilatare a dismisura i tempi di costituzione di un nuovo esecutivo, vanificando la possibilità di intervenire in tempi brevi con misure incisive per contenere gli effetti della crisi.

Insomma, oggi la richiesta di voto non sembra così popolare, forse anche perché l’intento dichiarato da alcuni esponenti politici di «far scegliere agli italiani» è una mezza verità, tenuto conto che con l’attuale legge elettorale le maggioranze vengono definite dai partiti non prima, ma dopo l’esito del voto. Quindi si dà la parola agli italiani per ridare la parola ai partiti che decidono indipendentemente dalle alleanze pre-elettorali e dai desideri dei propri elettori, molti dei quali si sentono presi in giro. E poi ci si stupisce che i cittadini di allontanino dalla politica.

SILVIO BERLUSCONI:"«Ora serve un governo con le forze migliori»


da IL CORRIERE DELLA SERA del 31 gennaio 2021.Paola Di Caro

Rispetto nella coalizione di centrodestra, ma sensibilità diverse. Così Silvio Berlusconi, che aggiunge: «Serve un esecutivo di alto profilo con le forze migliori. Forza Italia responsabile, non si fa dettare la linea».

Il centrodestra è unito nel chiedere che si cambi «profondamente strada», pur con «sensibilità diverse». E una eventuale differenziazione sul sì o no a un governo istituzionale oggi «non è il tema», perché il centrosinistra sta provando «a ogni costo» a rimettere assieme una maggioranza che ha fallito, commettendo «un grave errore». Silvio Berlusconi rilancia la proposta di un governo con le migliori forze del Paese, parla di Quirinale, del rapporto con Matteo Renzi, di legge elettorale, dei malumori nel suo partito e della «lealtà agli alleati». Con i quali discuterà sullo sviluppo della crisi senza chiedere «autorizzazioni» e «passo dopo passo».

Il capo dello Stato ha affidato un mandato esplorativo al presidente Fico: condivide?

«Le scelte del capo dello Stato non si giudicano, si accolgono con rispetto. In questo caso del resto il presidente Mattarella ha preso atto delle indicazioni dei partiti e ha compiuto una scelta dal profilo squisitamente istituzionale. Resto ovviamente convinto che tentare di riproporre la maggioranza uscente, con tutte le sue debolezze e le sue contraddizioni, sia un grave errore. Ma questo non dipende dal presidente della Repubblica».

Lei ha esperienza politica: come finirà questa crisi?

«Se c’è una cosa che l’esperienza insegna davvero, è proprio di non fare previsioni, specie di questi tempi».

Forza Italia chiede un governo «dei migliori», ma la Meloni pretende il voto e Salvini sembra non voler scoprire il fianco a destra...

«Come ho detto innumerevoli volte, siamo una coalizione, non un partito unico. È normale che ci siano sensibilità diverse. Però siamo tutti d’accordo — e lo abbiamo detto al capo dello Stato — sul fatto che è necessario cambiare profondamente strada».

Sarebbe disponibile a sostenere un governo di salvezza nazionale anche se i suoi alleati restassero fuori?

«Io ho detto e ripetuto che l’Italia in questo momento drammatico avrebbe bisogno di un governo di alto profilo, con tutte le forze migliori del Paese, mettendo da parte i conflitti e gli interessi di parte. Ne sono convinto e l’ho proposto più volte in questi mesi di fronte all’aggravarsi dell’emergenza, quella sanitaria e quella economica. E lo abbiamo anche dimostrato in Parlamento. Purtroppo la risposta dei partiti della sinistra è quella di provare a ogni costo a rimettere insieme i pezzi di una maggioranza che ha fallito e che non è stata in grado di dare una risposta adeguata all’emergenza. Di fronte a questo il tema non è certo il rapporto con i nostri alleati»


.Ma lei diede il via libera a Salvini per dare vita al governo Conte, senza mettere in dubbio l’unità del centrodestra. Si aspetterebbe la stessa disponibilità nei suoi confronti dai suoi alleati?

«Questo è davvero un mito da sfatare: io non diedi nessun via libera a Salvini, che del resto non aveva certo bisogno della mia autorizzazione. Dissi dal principio che quel governo era un errore e infatti siamo rimasti coerentemente all’opposizione. Non per questo sono venute meno le ragioni per le quali ci siamo presentati insieme agli elettori e per le quali governiamo insieme la maggior parte delle regioni italiane. La nostra è una coalizione di forze politiche basata sul rispetto reciproco, sulla lealtà e sulla consapevolezza delle diversità. Nessuno deve autorizzare nessuno, si ragiona insieme passo dopo passo. Ma in questo caso il problema non si pone neppure, visto che la maggioranza uscente ha deciso di fare da sola».

Cosa pensa di Giuseppe Conte? Ritiene che un altro premier al suo posto potrebbe essere più attrattivo per i partiti d’opposizione?

«Non mi piace personalizzare le questioni e comunque tengo ben distinta la stima personale dal giudizio politico che non può che essere ovviamente negativo. Lo stesso vale per un eventuale nuovo governo: chi lo guiderà è l’ultimo dei problemi. Il tema vero, l’unico che ci interessa, è cosa farà per una nazione in crisi profonda, per i tanti italiani che hanno perso il lavoro o che rischiano di perderlo, per le aziende sull’orlo della chiusura, per i lavoratori autonomi, le partite Iva, i commercianti, gli artigiani, i lavoratori a contratto che hanno visto azzerarsi i loro redditi, per i giovani ai quali si sta negando il futuro. Cosa farà, questo nuovo governo, per costruire un credibile Recovery plan, per utilizzare i fondi del Mes, per i ristori, per un piano di vaccinazioni credibile e in tempi accettabili, per compensare adeguatamente i medici e il personale sanitario, per una diversa politica fiscale, per la giustizia, per la scuola statale e paritaria, per il mondo dello spettacolo... Devo continuare? Mi piacerebbe si discutesse di questo, non di alchimie di palazzo e di giochi parlamentari per spostare qualche senatore. L’Italia avrebbe diritto a un atteggiamento più dignitoso della sua classe dirigente».

Come giudica le mosse di Renzi? È possibile immaginare in futuro un rapporto più stretto con lui, visto che avete posizioni simili su più di un tema?

«Renzi dice spesso cose giuste, ma non sempre è conseguente con quello che dice. Il rapporto con lui dipende dalle scelte che farà».

Nel suo partito c’è chi chiede di non farsi «dettare la linea» da Salvini e Meloni, anche nella scelta di aprire a un governo istituzionale. Teme rotture, finora evitate con enorme sforzo?

«Ma quale enorme sforzo? Mi scusi, ma devo rifiutare questa visione distorta della realtà di Forza Italia. Nessuno in Forza Italia — e sottolineo “nessuno” — si fa dettare la linea da altri che non siano la nostra coscienza, i nostri valori, la nostra storia, l’impegno assunto con gli elettori. In un grande partito liberale ovviamente si discute, per fortuna ci sono sensibilità diverse, ma c’è un assoluto accordo sulla linea responsabile che abbiamo mantenuto in questi mesi e continuiamo a mantenere in questa crisi, guardando al Paese vero e ai suoi drammi e non ai giochi del teatrino della politica».

C’è chi sostiene che la sua fedeltà a Salvini e Meloni sia dovuta anche al fatto che loro le assicurerebbero il sostegno per il Quirinale: lei pensa a una candidatura?

«Il solo fatto che qualcuno abbia avanzato questa ipotesi è irrispettoso verso la più alta carica dello Stato, verso la mia storia personale e verso la nostra alleanza, che si basa su logiche di ben più alto profilo».

Se nascesse un governo con la stessa maggioranza dell’attuale, lei sarebbe comunque disponibile a discutere di riforme? E a cambiare la legge elettorale in senso proporzionale?

«Le riforme sono una materia che riguarda tutti e sulla quale ci deve essere sempre la massima convergenza possibile, al di là del rapporto maggioranza-opposizione. Lo stesso vale per la legge elettorale: al di là dei tecnicismi, deve essere tale da garantire che finalmente il governo torni a essere espressione della maggioranza degli italiani. Sa da quanto tempo non succede? Dal 2008, dalla nascita dell’ultimo governo Berlusconi. È questa, con l’uso politico della giustizia, la grande questione della democrazia nel nostro Paese».

MATTEO RENZI:"Proviamo prima a fare un esecutivo politico,le urne saranno nel 2023.L'Arabia? E' un alleato

 


da IL CORRIERE DELLA SERA del 31 gennaio 2021.Intervista di Maria Teresa Meli

L’Arabia? «Un nostro alleato — dice Matteo Renzi —. Ora finalmente si parla di contenuti, proviamo a fare un esecutivo politico, andremo al voto nel 2023».

Senatore Matteo Renzi, come è andato il colloquio con Fico?

«Molto bene. La scelta del presidente Mattarella è stata come sempre saggia. E finalmente si parla di contenuti. Questa crisi non è sul carattere o sulla simpatia: è una crisi sulle scelte da fare per il futuro. Ci sono duecento miliardi da spendere per i prossimi anni. Non si può decidere di farlo con un emendamento notturno studiato all’ultimo secondo: serve la Politica con la p maiuscola. Ora è finalmente chiaro che la crisi nasce per scegliere come impostare il futuro, non perché qualcuno fa i capricci. La verità prima o poi arriva, la verità non è una velina di Palazzo».

Perché non ha aperto subito al Conte ter ?

«Perché questa insistita personalizzazione su Conte tradisce il vero problema. Che non è il nome del premier, ma la direzione del Paese. Chi ha meno esperienza pensa che la politica sia solo uno scambio di incarichi, ma in realtà la vera sfida sono i progetti. La parola potere non è un sostantivo, ma un verbo: poter fare, poter cambiare, poter incidere. Non il potere fine a se stesso per conservare una poltrona. Poi, certo, le idee camminano sulle gambe degli uomini e dunque presto, prestissimo, dovremmo confrontarci sul nome dell’uomo o della donna che siederà a Palazzo Chigi per i prossimi due anni. Ma prima di decidere chi guiderà la macchina, domandiamoci dove vogliamo andare e quali sono i compagni di viaggio».

I Cinque Stelle rischiano di spaccarsi.

«I problemi dell’Italia di oggi si chiamano vaccini, scuole, debito pubblico, infrastrutture, lavoro, ricerca, sostenibilità ambientale, geopolitica. Su questi temi stento a comprendere quale significativo contributo possa portare Di Battista. Ma fortunatamente fatico anche a considerarlo un problema. Noi ci occupiamo di cose serie e di problemi reali, non degli insulti di Di Battista».

Il centrodestra ha aperto a un governo istituzionale...

«Non mi pare che questa posizione sia la posizione dell’intero centrodestra. E del resto c’è una bella differenza tra chi esprime posizioni che stanno nella grande famiglia del Partito popolare europeo e chi appoggia i sovranisti. Noi i sovranisti li combattiamo da sempre, anche quando andava di moda dirsi sovranista in tutte le sedi. Quanto al governo istituzionale: io penso che sia preferibile una soluzione politica. Ma nel caso in cui questa dovesse fallire accompagneremmo con rispetto le decisioni del capo dello Stato. Ora una cosa alla volta, prima proviamo a fare il governo politico».

Una parte del Pd, per esempio Goffredo Bettini, ipotizza il ritorno al voto.

«È il solito spauracchio per terrorizzare qualche parlamentare preoccupato. Prima di votare c’è da fare il Recovery plan, gestire i vaccini, fare il semestre bianco ed eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Lo sanno anche i muri. Qualche dirigente politico si finge di essere un raffinato stratega giocando la carta della paura sui senatori. Ma tutti sanno che al voto non si andrà prima del 2023. La questione è capire se ci sarà un governo politico o tecnico e chi lo guiderà».

L’ipotesi di un governo Draghi continua a circolare?

«Eviterei di tirare per la giacchetta Draghi, una personalità di valore assoluto che stimo moltissimo. Stiamo parlando di una delle riserve più importanti della Repubblica che nessuna forza politica può intestarsi. Se il presidente della Repubblica riterrà di voler sondare o incaricare Draghi lo deciderà lui. Ogni tentativo di alimentare oggi una discussione su Draghi è offensivo verso Draghi stesso e soprattutto verso il presidente della Repubblica e verso le sue competenze costituzionali».

È vero che vorrebbe sostituire Gualtieri e Bonafede?

«Il problema non è un singolo ministro. Prima decidiamo cosa fare, poi una volta che ci saremo accordati sul cosa fare sceglieremo le persone migliori. Anche perché il tema non riguarda solo i ministeri ma tutte le nomine, anche quelle di secondo livello. Serve un salto di qualità ovunque».

E Domenico Arcuri?

«Ho lavorato con Arcuri ai tempi in cui guidavo il governo. Allora aveva la responsabilità di Invitalia. Nel corso degli anni ha sommato a questo ruolo di amministratore delegato una serie molteplice di incarichi. E non sempre — fisiologicamente — la sua azione ha convinto. Penso ai banchi a rotelle, alle mascherine, alla primula per le vaccinazioni. Personalmente credo che un solo uomo non possa fare tutto, specie in un regime commissariale. Mi stupisce molto il fatto che questa è la prima emergenza dopo tanti anni in cui il ruolo della Protezione civile è sottotono, non all’altezza delle prove del passato. E credo che si debba impostare il lavoro di vaccinazione ovunque, perché a oggi mancano le dosi, ma quando arriveranno le fiale dovremo vaccinare ovunque, in ogni angolo delle città. Servono mezzo milione di vaccinazioni al giorno, organizziamoci per tempo. Arcuri non può passare dai contratti di sviluppo nel Mezzogiorno all’acciaio, dai banchi a rotelle alle mascherine ai vaccini. Non ci riuscirebbe nemmeno Superman. E Arcuri comunque non è Superman».

La accusano di aver fatto da testimonial del regime saudita.

«Sono stato a fare una conferenza. Ne faccio tante, ogni anno, in tutto il mondo, dalla Cina agli Stati Uniti, dal Medio Oriente alla Corea del Sud. È un’attività che viene svolta da molti ex primi ministri, almeno da chi è giudicato degno di ascolto e attenzioni in significativi consessi internazionali. E grazie a questo pago centinaia di migliaia di euro di tasse in Italia. Sono certo che anche il presidente Conte, quando lascerà Palazzo Chigi, avrà le stesse opportunità di portare il suo contributo di idee. Quanto all’Arabia Saudita, soltanto chi non conosce la politica estera ignora il fatto che stiamo parlando di uno dei nostri alleati più importanti. Il regime saudita è un baluardo contro l’estremismo islamico, la forza politica ed economica più importante dell’area. Il programma Vision2030 è la più importante iniziativa di riforma mai tentata nella storia della regione. Se vogliamo parlare di politica estera diciamolo: è grazie a Riyadh che il mondo islamico non è dominato dagli estremismi. Temo tuttavia che sia più un argomento per attaccarmi personalmente non riuscendo a rispondere sui contenuti. Ora occupiamoci di vaccini e posti di lavoro, poi risponderemo puntigliosamente in tutte le sedi».

Qual è il prossimo passaggio?

«Un documento scritto. Puntuale. Con dentro tutte le cose che vogliamo fare. Noi di Italia viva abbiamo rinunciato alle poltrone per le idee e gli ideali, proprio nelle stesse ore in cui alcuni colleghi parlamentari cambiavano idee e ideali solo per chiedere delle poltrone. Oggi non accetteremo di uscire da questa crisi senza un impegno solenne, scritto, sui contenuti. Se ci sarà questo documento scritto sui contenuti potremo parlare di nomi. Altrimenti prenderemo atto del tramonto dell’esperienza giallorossa. Contano le idee, non le aspettative personali».

Stasera Luca Palamara sarà ospite a "NON E' L'ARENA" di Massimo Giletti

 



All'indomani dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, torna in televisione Luca Palamara. L'ex magistrato, già membro del Consiglio Superiore della Magistratura, è stato il più giovane presidente dell'Anm e anche il primo ex presidente della storia dell'Associazione magistrati a esserne espulso. Palamara sarà ospite oggi di "Non è l'Arena" il programma di Massimo Giletti in onda alle 20.30 su La7.

La giustizia vittima della pandemia

 



di Francesco Grignetti 

La giustizia al tempo del Covid, ovvero un disastro annunciato. Sono i magistrati a certificarlo con le tante cerimonie di inaugurazione dell'Anno giudiziario. Effetto scontato di lockdown, udienze rinviate, necessità di distanziamento. E quindi meno inchieste definite, meno processi celebrati, meno sentenze emesse, ma più arretrato, e più prescrizioni. Se ne vedranno gli effetti a lungo, insomma. «La pandemia - ha detto ad esempio il presidente della Corte di Appello di Roma, Giuseppe Meliadò - ha operato per tutte le istituzioni come una sorta di cartina di tornasole, ne ha messo in luce arretratezze e modernità». Restando al tribunale penale di Roma, le sentenze sono diminuite del 40% per il ruolo del giudice monocratico e del 32% del collegiale. È andata così in tutt'Italia. A Torino, secondo il procuratore generale Francesco Saluzzo «durante la prima fase dell'epidemia abbiamo "perso" migliaia di processi, da quelli per fatti gravi a quelli di minore rilevanza che tuttavia una definizione devono averla». Il recupero di tutto il lavoro non fatto «per effetto della necessità di celebrare i processi in sicurezza, peserà per anni sulle performance dei tribunali e della Corte d'appello». Anche se c'è da aggiungere che a Torino, al 30 giugno 2020 «la pendenza in appello è diminuita rispetto al 2019 sia in ambito penale che in quello civile», ha precisato il presidente della Corte d'appello, Edoardo Barelli Innocenti. Saluzzo era indignato soprattutto per come l'esecutivo abbia abbandonato al suo destino la magistratura onoraria. «Il governo è intervenuto sui riders, ma non sui precari della giustizia. Ci vuole una legge che li tuteli». A Milano, il presidente facente funzioni della Corte d'Appello, Giuseppe Ondei, dopo avere citato Ungaretti («Nel cuore nessuna croce manca»), riflette ad alta voce: «Il distretto milanese è quello che, nel territorio italiano, è stato maggiormente colpito. E l'operatività degli uffici giudiziari, all'avanguardia a livello nazionale, è stata messa e dura prova». Già, perché il virus è «piombato come una meteora sul nostro pianeta». Soltanto la magistratura di Sorveglianza ha dovuto fronteggiare un aumento del 240% di domande dei detenuti che volevano uscire terrorizzati dalle celle. E anche se gli uffici giudiziari milanesi hanno saputo «reagire con immediatezza e reggere l'impatto» sono emersi problemi «con i quali per molto tempo la giustizia dovrà confrontarsi». Eppure mai come stavolta servirebbe una giustizia efficiente. A Napoli ci sono inchieste in corso su 3.500 cessioni sospette di aziende. La camorra si è infatti avventata sull'economia in crisi. «Si sta sviluppando il welfare della camorra attraverso progetti raffinati e articolati. Gli appetiti della criminalità organizzata non risparmiano neppure l'universo sanitario», afferma il procuratore generale di Napoli, Luigi Riello. Il disastro però, a voler essere ottimisti, può essere considerato un'opportunità. Perciò il presidente della Corte d'Appello di Reggio Calabria, Luciano Gerardis, pur lamentando la «contrazione della giurisdizione» pensa che «l'informatica si è rivelata la chiave di volta per garantire la prosecuzione di molte attività d'ufficio. Ne è scaturita, almeno in fase embrionale, una nuova cultura dell'amministrazione giudiziaria». Come dice anche il presidente della Corte d'appello di Ancona, Luigi Catelli: «Nel civile, si è ampliato l'uso della telematica». Diverso lo scenario nel penale dove si è «scontata un'evidente arretratezza tecnologica che ha imposto un'affannosa e impetuosa accelerazione, con strappi e disomogenità».

STEFANO BONACCINI:"E' Conte a dover trattare il Recovery"

 


Intervista di Fabio Martini

Due settimane fa Stefano Bonaccini è stato l'unico tra le personalità del Pd ad uscire allo scoperto per chiedere di tenere aperta la porta a Matteo Renzi e ora, in questa intervista al nostro giornale, si spende per dire che la crisi va chiusa «velocemente» e sarebbe paradossale e autolesionistico per l'Italia mandare a trattare il Recovery fund un altro presidente del Consiglio, l'ennesimo, e diverso da Giuseppe Conte che è riuscito ad ottenere quell'impegno europeo così corposo. "Presidente dei presidenti" di Regione, da quando è stato rieletto un anno fa Governatore della Regione Emilia Romagna, una delle ultime roccaforti della sinistra italiana, Stefano Bonaccini ha acquistato peso politico, diventando anche uno dei leader di fatto del Pd. 


Diciassette giorni di crisi formale sono serviti a cancellare i veti incrociati Conte-Renzi: lei pensa che sarebbe un errore se si ricominciasse con quella logica? 


«Da subito ho chiesto di mettere il Paese davanti ai veti personali. Il nostro problema è dare risposte all'Italia, non altro. Registro positivamente il passo avanti compiuto. Adesso si chiuda la crisi velocemente, perché i problemi da affrontare sono più grandi e più seri delle bandierine di parte». 


Conte è il miglior presidente del Consiglio possibile? 

«Conte ha le carte in regola per proseguire. Ribadisco: se è vero che dobbiamo occuparci dei problemi, troverei sconsiderato mettere un veto sul suo nome. Peraltro, sarebbe utile e coerente che a negoziare in Europa sul nostro Recovery Plan fosse chi quell'accordo lo ha raggiunto: può mai essere credibile un Paese che ogni volta si presenta con persone diverse per concordare e onorare impegni presi da altri? » 


Dodici giorni fa, mentre nel Pd prevalevano sentimenti e risentimenti verso Renzi, in un'intervista lei aprì la strada ad un disgelo e ha avuto ragione: il Pd ha cambiato idea perché si stava infilando in un governo Conte-Mastella? Ma non è rischioso fidarsi di Renzi? 

«È stato giusto non arroccarsi dietro pregiudizi personali: peraltro, con Italia Viva governiamo anche nei territori, se qualcuno lo avesse scordato, e se penso all'Emilia-Romagna lo facciamo pure con efficacia. Poi, passata l'emergenza, ci sarà bisogno di un campo largo di centrosinistra capace di sfidare la destra, e sancire fratture irrimediabili e definitive sarebbe sbagliato. Ma il guaio peggiore sarebbe stato per l'Italia: E per reggere nell'emergenza della pandemia e della crisi non bastano traccheggiamenti parlamentari, serve una maggioranza larga a sostegno di un governo solido. L'idea che dai problemi si esca con scorciatoie non è la mia». 


Renzi è ad un incrocio: pareggiare, vincere o stravincere? In una vicenda come questa tentare di stravincere non pensa che potrebbe anche voler perdere tutto? 


«Perderebbe l'Italia, e a quel punto non credo che Renzi potrebbe celebrare qualcosa. Non stiamo giocando a poker, in gioco c'è la tenuta di un Paese esausto dopo un anno di pandemia e restrizioni. Nei prossimi mesi dovremo gestire problemi di tenuta occupazionale e sociale, c'è un piano vaccinale da realizzare, oltre 200 miliardi di euro da programmare per la ripartenza. Nessuno scherzi col fuoco, perché il compito della politica e delle istituzioni è spegnere gli incendi. Non erano accettabili veti su Renzi, ora non sarebbero accettabili veti posti da lui. Registro che non ne pone e ne prendo atto positivamente. Il nome del premier non può quindi essere il problema». 


Le forze della maggioranza sono nelle condizioni di fare un governo molto più forte dell'attuale: non pensa che stiano tentennando? Le pare un Paese che si possa governare col manuale Cencelli? Dai territori li ha tre nomi per altrettanti ministeri? 


«Ci mancherebbe solo che mi mettessi a fare nomi. Il Capo dello Stato sta gestendo con accortezza ed equilibrio impeccabili questo passaggio, ciascuno deve agevolarne il compito con responsabilità e sobrietà. È vero che nel territorio ci sono tantissime figure che hanno dimostrato sul campo di saper amministrare con concretezza e competenza, guai decidere secondo logiche di correnti. L'ho detto anche al mio segretario, Nicola Zingaretti: indichi nomi apertamente fuori da ogni appartenenza, gli elettori del Pd sarebbero i primi a sostenere questa scelta». 

Il Capo dello Stato potrebbe varare un "governo del presidente": sia pure come extrema ratio, le pare da scongiurare? 

«Come ho detto, ho massima fiducia nel presidente Mattarella e sosterrò con responsabilità qualsiasi soluzione individuerà per dare un governo al Paese. È però evidente che se si arrivasse allo stallo, le forze politiche che hanno sostenuto fin qui l'Esecutivo avrebbero certificato la propria sconfitta. Un regalo inaspettato e immeritato per la destra» . 

Nessun veto e Conte ter.Il Pd prova a stanare Renzi

 


Sotto i riflettori e con le telecamere accese il "format" di Nicola Zingaretti è sempre lo stesso: al termine dell'incontro con «l'esploratore» Roberto Fico, il segretario del Pd si presenta con un foglio scritto, ogni tanto legge e alla fine comunica il messaggio essenziale: «Il Pd chiede la scrittura di un programma di fine legislatura con la maggioranza che ha sostenuto Conte nel suo secondo mandato e con le forze che hanno dato l'ultima fiducia».E Renzi? Le consuete critiche del Pd sulla «irresponsabilità» del leader toscano? Zero, neppure l'ombra. Missione compiuta: pur di stanare Matteo Renzi - vero obiettivo di queste ore - il leader del Pd lo ha «riammesso» in maggioranza senza colpevolizzarlo e senza dargli alibi per un nuovo strappo. E, come si sarebbe visto, l'understatement di Zingaretti ha aiutato Matteo Renzi a fare un passo in avanti verso il "ter". Il resto, il Pd lo ha fatto recapitare dietro le quinte a Matteo Renzi: il Partito democratico è indisponibile per un governo di emergenza. Il Pd sa che il programma massimo del leader di Italia Viva sarebbe un governo Draghi, ma le ricognizioni di Zingaretti, Franceschini, Orlando hanno dato lo stesso risultato: i Cinque stelle non reggerebbero un governo di salvezza nazionale e neppure un governo politico con un presidente del Consiglio diverso da Giuseppe Conte. Come dire: caro Matteo, non hai vie di fuga.Certo, in queste ore su due candidati alla presidenza del Consiglio alternativi a Conte, si è effettivamente lavorato per verificarne la "fattibilità": Dario Franceschini e Roberto Fico. Il ministro della Cultura, che in tanti vogliono in corsa per il Quirinale e che comunque resta il massimo difensore dell'alleanza con i Cinque stelle, in questi giorni non ha brigato per conquistarsi un posto al sole con "vista" Palazzo Chigi, però non ha impedito che il suo nome circolasse nei conversari. Franceschini ha lasciato correre il suo nome, ma ha capito che i Cinque stelle non reggerebbero un premier targato Pd. E, paradossalmente, anche il grillino Fico faticherebbe a fare il pieno dei suoi. Non parliamo poi di Mario Draghi: al Pd hanno accertato che per i Cinque Stelle sarebbe «più indigeribile di Renzi», come confida uno dei dirigenti più vicini a Zingaretti. Ecco perché nell'orizzonte dei Dem ha preso sempre più quota il Conte ter.Certo, con la prudenza tipica dei democratici. Leggendo i punti di programma del Pd per il nuovo governo, Zingaretti si è tenuto, come sempre, sulle generali, ha scandito i "titoli" e arrivato ad un punto delicato, che sta a cuore sia a Renzi che ai Cinque stelle, ha fatto l'equilibrista: «Riforma della giustizia che coniugi garanzie costituzionali e tempi del processo certi». 

Le telefonate del Colle a Draghi che impensieriscono Pd e M5S

 


di Ilario Lombardo 

Qualche giorno fa un senatore di Italia Viva, scosso dai dubbi se strappare o no con Matteo Renzi ha chiesto al leader: «Perché dovremmo rinunciare al governo?». La risposta del leader è stata: «Chi ha detto che rinunciamo? Ti assicuro che non rinunceremo. Solo che al posto di Conte ci sarà Draghi. Ti dispiace?». Mario Draghi, l'ex presidente della Banca centrale europea, è sempre lì, al confine tra il sogno di chi lo evoca come salvatore della patria e la realtà della politica come eterna incompiuta. Se ne parla, se ne riparla da mesi. Ma solo adesso le voci hanno fatto spazio a indizi che portano a qualcosa di ben più concreto. Ci sono state telefonate. Tante telefonate. Lo ha chiamato Renzi, ma soprattutto lo ha sentito Sergio Mattarella appena tre giorni fa. Dal Quirinale precisano che non c'è stata alcuna volontà di sondarlo, che non è quello il senso da ricercare nei colloqui abbastanza frequenti del Presidente della Repubblica con l'ex numero uno della Bce. Sta di fatto che la notizia dei contatti avvenuti nel bel mezzo delle consultazioni ha preso subito a circolare tra tutti i partiti, scoperchiando timori e speranze, a volte mescolate all'interno delle stesse forze politiche. Anche Renzi ovviamente ne è stato informato, e lo considera un passo importante nella sua direzione: portare Draghi al governo, come premier. «Ho già fatto un capolavoro di strategia politica - ha confidato l'ex premier ai suoi parlamentari - Questa sarebbe la degna conclusione». Dal punto di vista dell'ex rottamatore, l'autorevolezza assoluta di Draghi darebbe una giustificazione logica a un'operazione che finora la stragrande maggioranza dei cittadini considera motivata da spietato cinismo, perché realizzata con l'Italia stremata dal virus. Secondo una fonte di Iv molto vicina a Renzi, che chiede l'assoluto anonimato, nelle ultime quarantottore ci sarebbero state due novità importanti. La prima: una disponibilità, condizionata, di Draghi. La seconda: la possibilità di un appoggio esterno della Lega a un eventuale governo del presidente, istituzionale, guidato dal banchiere. Il leader di Iv si sente spessissimo con lui, e da un anno lo assedia con la proposta di portarlo a Palazzo Chigi. Non è il solo. Lo ha fatto anche il leghista Giancarlo Giorgetti e questa suggestione ha cominciato a farsi largo tra i vertici del M5S. Forza Italia è in prima fila da mesi, e una fonte autorevole di Fi conferma il progetto condiviso con Renzi: Draghi al governo, sostenuto da Silvio Berlusconi e, fuori dalla maggioranza, dalla Lega. È il compromesso concesso da Matteo Salvini, lacerato dai dubbi di lasciare a Giorgia Meloni tutto lo spazio dell'opposizione sovranista, ma anche pressato dal Carroccio e dalla vecchia guardia del Nord preoccupata dal collasso economico delle imprese. Per Draghi è condizione minima per poterci pensare: avere una maggioranza solida, larga abbastanza da metterlo al riparo dai ricatti dei singoli partiti che prima o dopo romperebbero in nome del consenso. In un primo momento, viste anche le perplessità di Draghi, sembrava che la formula più digeribile dai partiti secondo Renzi fosse nominare Marta Cartabia presidente del Consiglio e Mario Draghi ministro del Tesoro, con il mandato specifico di realizzare il Recovery plan. È il punto sul quale ha insistito Renzi dopo le consultazioni dell'esploratore Roberto Fico: «Come spendere i duecento miliardi di fondi europei, che sono soldi dei cittadini di oggi e di domani». Chi meglio di Draghi?, ripete Renzi. Sarebbe una sorta di superministro di scopo, e lo lancerebbe come il favorito nella partita al Colle. Da quanto avrebbe confidato ieri ai suoi Renzi, però, Draghi avrebbe rinunciato alle proprie riserve. «E' pronto a fare il presidente del Consiglio» è la certezza del senatore fiorentino, della quale ha parlato anche a un ministro del Pd.Sin dal primo giorno di questa crisi, alla segreteria nazionale di Nicola Zingaretti sanno che sarebbe questo l'epilogo ideale per Renzi, quello a cui puntava da sempre. Perché il governo istituzionale sarebbe vissuto come un incubo dal Pd, ancora scottato dall'esperienza di Mario Monti, quando il partito rimase quasi da solo a difendere il professore. Meglio allora pensare a un governo politico, guidato da un Pd, Dario Franceschini, o dall'unico grillino che potrebbe farlo, Roberto Fico. Certo, un esecutivo istituzionale non sarebbe semplice da digerire nemmeno per il Movimento. Ma lontano dai riflettori, quando il discorso vira sulla possibilità che si scivoli verso il voto, i 5 Stelle diventano bravi a elencare gli effetti positivi di avere Draghi alla testa dell'Italia.Zingaretti difende Conte anche per difendere il Pd da quella che verrebbe percepita come la completa, indiscussa vittoria di Renzi. E forse per questo il segretario dem continua a insistere sulla possibilità del voto, se Renzi dovesse affogare le speranze di un Conte Ter in un mare di veti (sul commissario straordinario nella battaglia al virus, Arcuri, sul ministro dell'Economia Roberto Gualtieri, sui ministri di Giustizia e Istruzione Alfonso Bonafede e Lucia Azzolina). Di fronte a questa sconfitta, sarebbe preferibile andare presto alle urne, si dicono Zingaretti e Conte. E in quest'ottica di elezioni anticipate, sostengono che il vertice del Pd potrebbe dare l'ok a un governo istituzionale solo fino a giugno. Sempre che convincano i gruppi parlamentari, formati da ex renziani con poche chance di tornare candidabili, a mollare la poltrona. 

Di Maio sferza i suoi:"I numeri parlano chiaro,andiamo avanti con il Pd e facciamoci sentire"

 



di Federico Capurso

È una magra consolazione, per Luigi Di Maio, poter dire di aver previsto con largo anticipo i rischi legati all'operazione responsabili e a quell'imprudente «mai più» scagliato contro Matteo Renzi. Chiedeva da tempo di «gestire e non subire» le frizioni con Italia viva. Voleva «anticipare la mossa» di un rimpasto già dopo le elezioni regionali dello scorso settembre, «quando i nodi erano ancora tutti risolvibili», come ricorda oggi a chi gli è vicino. Aveva capito che «le cose avrebbero potuto complicarsi», soprattutto con l'operazione responsabili: «Non è mai così facile, i conti sono una cosa, la politica è un'altra», rispondeva a chi immaginava nuove maggioranze. Eppure, la sua è rimasta una posizione a lungo isolata tra i big del Movimento. Vito Crimi, Alfonso Bonafede, Riccardo Fraccaro e Paola Taverna hanno preferito giocare di sponda con Palazzo Chigi e Alessandro Di Battista, cannoneggiando contro Renzi, invocando i "costruttori". Ora invece si ritrovano tutti - eccetto "Dibba" - sulla posizione del ministro degli Esteri, ma da una posizione di debolezza e con un partito in frantumi. La nuova linea del dialogo invocata finora non vuol dire che Di Maio si sia mai fidato di Renzi. Sa bene che il punto da tenere resta «la difesa di Conte, questo deve essere il nostro obiettivo». E proteggerlo, quindi, dalle trappole che il leader di Iv potrebbe piazzare lungo il tragitto. «Bisogna guardare avanti e preservare il patto con il Pd», dice ai fedelissimi. Fare asse, per resistere alle pressioni renziane. «È inutile piangere sul latte versato. Quel che è importante - avrebbe sottolineato - è che nessuno pensi di fare il donatore di sangue. Abbiamo dato fin troppo».Puntellare Palazzo Chigi e l'alleanza coi Dem, senza cedere troppo a Iv. A partire dai «temi, su cui non possiamo arretrare di un centimetro». Il Mes, e poi giustizia e ambiente. Ormai, però, i pericoli si annidano ovunque. Anche nelle trattative per la formazione del nuovo governo. I parlamentari M5S temono che il Movimento sia destinato a perdere altri ministeri di peso, e iniziano già a far di conto: «In base alle percentuali di parlamentari, ci spetterebbero 12 ministri». Ma Di Maio sa che non sarà una partita facile: «Non fossilizziamoci sui numeri, pensiamo alla qualità delle persone», avrebbe infatti chiesto a chi ora inizia ad alzare la voce, reclamando spazio. In questa fase, avrebbe sottolineato Di Maio, «la partita dovrà essere giocata diversamente». Per questo, «c'è l'esigenza di capire subito chi andrà a fare il negoziatore in questa trattativa». In molti pensano a lui, per far quadrare numeri e programmi senza sacrificare troppo sull'altare dell'alleanza. Una strada che potrebbe portare persino a una ricucitura con Di Battista. Impossibile che si passi da un voto su Rousseau per dare il via libera alla riabilitazione di Renzi, come chiedono gli uomini vicini all'ex deputato romano: troppo rischioso. Anche per questo, i rapporti interni resteranno burrascosi: stamani la fronda 5S anti-Renzi, che conta 4 senatori, si riunirà per costruire una posizione alternativa a quella di Di Maio. Tra l'ex capo politico e "Dibba" resta un buon rapporto personale: «Alessandro ha le sue idee e se mi avessero ascoltato a settembre quando dicevo di gestire anziché subire, forse oggi non saremmo spaccati come Movimento», avrebbe detto. Di Maio torna così punto di riferimento. E a chi lo tira in ballo per la corsa a Palazzo Chigi risponde sempre con un secco «non ci penso nemmeno». Conte, ripete, «è un punto di equilibrio fondamentale». 

sabato 30 gennaio 2021

Le trattative si allungano.Pd e M5S blindano Conte ma Renzi prende tempo

 



di Niccolò Carratelli 

«Chi c'è? Conte?», chiede la ragazza appoggiata alla transenna che impedisce l'accesso a piazza Montecitorio. Piumino e cappello, in mano una busta di una nota catena di abbigliamento, guarda il fidanzato al suo fianco. Lui, jeans e giubbotto sportivo, scruta la ressa di giornalisti e telecamere davanti al portone della Camera: «Macché Conte, non lo sai che non ci sta più lui?». Sentenza prematura, ma forse profetica, a giudicare dalla piega che sta prendendo questa crisi. Non c'è il tempo di spiegare che telecamere e microfoni sono lì in vana attesa di Vito Crimi, il capo politico reggente del M5S, che ha appena concluso la sua dichiarazione all'interno, dopo l'incontro con Roberto Fico. La coppia se ne va, immergendosi nella folla di un sabato pomeriggio all'insegna dei saldi: il colpo d'occhio non fa pensare a una crisi e nemmeno a una pandemia in corso. Il caos esterno stride col silenzio ovattato dentro al palazzo, dove gli ingressi sono contingentati e gli spostamenti limitati. Solo 18 giornalisti, anche qui sorteggiati, ammessi nella sala della Regina per ascoltare le delegazioni convocate dal presidente della Camera. Ha deciso di fare tutto in 24 ore, Fico: oggi chiuderà il giro delle varie forze politiche chiamate a ricostituire la maggioranza di governo. In mattinata arriveranno il neo gruppo degli "Europeisti", poi le Autonomie e le due delegazioni del Misto. Quindi programmerà l'inevitabile secondo giro, probabilmente nella giornata di domani. «Ci immaginiamo altri incontri, anche con le altre forze politiche. Siamo pronti ad affrontare questa sfida con tutte le forze della maggioranza», ha detto Crimi, sempre più dialogante, a dispetto di Di Battista. Attorno al quale fa quadrato una ventina di deputati e senatori, contrari al ritorno dei renziani nella maggioranza: questa mattina si riuniranno in videoconferenza per provare a organizzare la loro contestazione ai vertici del Movimento. Nella sua dichiarazione, il reggente 5 Stelle ha poi rilanciato la richiesta di «un cronoprogramma dettagliato su temi e tempi, un percorso che dovrà essere solennemente e pubblicamente sottoscritto da tutte le forze politiche che intendono partecipare». Un altro contratto di governo, insomma, come se in passato fosse servito a evitare rotture traumatiche. Ma è un tasto su cui ha spinto subito dopo anche Nicola Zingaretti, parlando di «un programma di fine legislatura, un patto per ricostruire questo Paese», e chiudendo con un messaggio a Renzi: «Noi faremo di tutto per essere leali e coerenti con questo obiettivo - ha avvisato il segretario del Pd - ci permettiamo di fare un appello affinché tutti lo siano, perché a questo punto non si può davvero sbagliare». Insomma, basta giochetti. Ad esempio, basta insistere sulla richiesta del Mes, citato esplicitamente da Crimi, quando ha chiesto di «accantonare alcuni temi, provocatori e divisivi, prendere atto che sul Mes non c'è una maggioranza» e «toglierlo dall'agenda». E poi basta schermaglie sul nome di Giuseppe Conte come premier, che è una «scelta indiscutibile» per Crimi e «l'unico capace di raccogliere i consensi necessari» per Zingaretti. Con queste premesse, poco prima delle 19, Renzi si è seduto di fronte a Fico nella sala che, in era pre Covid, ospitava le riunioni della conferenza dei capigruppo. È stato l'incontro più lungo e, al termine, Renzi è stato anche stavolta quello che si è fermato di più davanti ai giornalisti. Indicando almeno un punto di convergenza con 5S e Pd: l'importanza di partire da «un documento scritto, per chiarire chi fa cosa e in che tempi - ha spiegato il leader di Italia Viva - e togliere così alibi a tutti». Quindi, sì al cronoprogramma o contratto di governo. Il problema sarà stilarlo, visto che sui temi divisivi l'ex premier non è sembrato disposto a fare sconti, perché «sono divisivi, ma servono agli italiani, il Mes serve ai nostri medici e infermieri. Siamo disponibili a ragionare, ma non vogliamo un governo politico a tutti i costi». A maggior ragione con Conte premier per forza: «Di nomi parliamo alla fine, e vale per tutti gli incarichi» ha ribadito Renzi. Infine, la replica diretta a Zingaretti sul concetto di lealtà: «Per noi essere leali significa dire nelle riunioni private quello che poi si dice in pubblico. Noi lo abbiamo fatto». Il riferimento è alle critiche a Conte, condivise da molti esponenti del Pd, ma poi sfumate nel dibattito politico. A Conte hanno ribadito «pieno e leale sostegno» anche i rappresentanti di Leu: «Non abbiamo posto veti su nomi, anche gli altri facciano altrettanto - ha detto il capogruppo alla Camera, Federico Fornaro - in una coalizione si sta con spirito leale». Ancora la lealtà, che tutti chiedono e promettono, ma nessuno si fida più di poter ricevere dagli altri. 

Da domani (quasi ) tutt'Italia in zona gialla. Riaprono musei e ristoranti

 



Un caffè al bar, magari seduti e non fuori al freddo, un pranzo al ristorante e soprattutto, dopo molti mesi, una visita a un museo o a una mostra. Ancora poche ore e quasi tutta l'Italia - domani mattina - si sveglierà in "giallo", con un allentamento dei divieti che alleggerirà il clima pesante respirato nelle ultime settimane a causa di un indice Rt elevato che finalmente si è abbassato. Complice anche una nuova interpretazione del Dpcm che ha eliminato la terza settimana di "osservazione" per passare nella fascia di minor rigore, interpretazione sollecitata dai governatori pressati dalle categorie "vittime" della stretta. Meno consolatoria la situazione della Sicilia e della Provincia autonoma di Bolzano che diventeranno arancioni, mentre Puglia, Sardegna e Umbria lo resteranno. E nonostante la Campania sarà gialla, Torre Annunziata si dichiara arancione. E per arginare il diffondersi di temibili varianti, il ministro della Salute Roberto Speranza corre ai ripari. «Ho firmato una nuova ordinanza che proroga il blocco dei voli in partenza dal Brasile e il divieto di ingresso in Italia di chi negli ultimi 14 giorni vi è transitato - spiega Speranza - Manteniamo l'approccio della massima prudenza mentre i nostri scienziati continuano a studiare le varianti Covid». Cambiano i colori e anche le regole: nelle regioni gialle sarà consentito muoversi liberamente tra i comuni ma sarà ancora vietato, fino al 15 febbraio e per tutti, spostarsi da una regione all'altra. Resta il coprifuoco dalle 22 alle 5 che si può infrangere per «comprovate esigenze», motivi di lavoro, salute ed emergenze. L'autocertificazione è necessaria solo dopo le 22. Nella zona gialla i bar resteranno aperti dalle 5 alle 18, dopo è vietato l'asporto dai locali senza cucina. Anche i ristoranti saranno aperti fino alle 18, dopo è permessa la consegna a domicilio e fino alle 22 è possibile comprare cibo da asporto. Sarà poi finalmente possibile visitare un museo o ammirare una mostra dal lunedì al venerdì, ma non nei festivi e comunque con ingressi contingentati. Aperti nei giorni feriali i centri commerciali: di sabato e nei festivi farmacie, tabaccherie, edicole e alimentari situati al loro interno resteranno comunque aperti. Nelle regioni in fascia arancione invece bar e ristoranti saranno chiusi: per i bar è consentito l'asporto fino alle 18 nei locali provvisti di cucina; per i ristoranti è permesso l'asporto e la consegna a casa. Gli spostamenti possono avvenire solo all'interno del proprio comune; si può uscire dal comune solo per motivi di salute, lavoro, necessità e urgenza. È infine consentito recarsi in due da parenti o amici dalle 5 alle 22. Nonostante i divieti tuttavia continuano gli assembramenti soprattutto per festeggiamenti, con relative multe: è successo a Roma, Pescara, Bologna e Napoli e Carrara.Domani intanto si torna in classe alle superiori in tutta Italia, eccetto in Sicilia dove gli studenti saranno in aula tra una settimana. Dunque domani, secondo i numeri diffusi da Tuttoscuola, saranno sui banchi circa 7 milioni di alunni. 

AstraZeneca ok, ma solo dai 18 ai 55 anni.Il piano vaccini ora è tutto da ripensare

 


di Francesco Grignetti 

Dopo il via libera dell'Ema, l'agenzia europea, ieri anche l'Agenzia italiana per il farmaco ha autorizzato il vaccino AstraZeneca. E sembra un'ottima notizia. Ma fino a un certo punto, perché l'Aifa ritiene che questo vaccino sia indicato soltanto per le persone dai 18 fino a 55 anni. Così dicono le prove tecniche presentate dalla ditta produttrice. E di colpo traballa clamorosamente il piano vaccinale. Si ragiona infatti dentro il governo: se AstraZeneca, che peraltro garantiva le quantità maggiori, non si potrà usare per gli over-55, di certo non lasceremo le fiale in magazzino. E allora, che fare? La decisione del governo, ancora non ufficializzata, è di sdoppiare il piano. A partire dalle prossime settimane si discuterà di due piani da far procedere in parallelo. Il primo, basato su Pfizer (che promette di tornare nei prossimi giorni al ritmo concordato delle 450mila dosi a settimana) e Moderna, andrà agli anziani, cominciando dai 4,4 milioni di ultraottantenni. L'altro piano, basato su AstraZeneca, riguarderà la fascia diciotto-cinquantacinquenni. «E si dovrà aprire il dibattito su quali target privilegiare in questa fascia di età», spiega una fonte vicina al dossier. L'ipotesi più facile e ovvia è anticipare la vaccinazione per forze dell'ordine e forze armate. Ma subito dopo non si esclude di rovesciare del tutto la logica fin qui seguita, e vaccinare gli studenti universitari. Un modo per sminare il tema sempre più esplosivo della movida, degli aperitivi, della socialità giovanile. È vicino, insomma, il tempo di grandi nuove decisioni da prendere. Nella riunione di ieri tra governo e Regioni, per dire, il commissario straordinario Domenico Arcuri ha annunciato che nel mese di febbraio arriveranno in tutto 4 milioni di dosi, sommando le tre forniture autorizzate. Arriveranno sul territorio anche i primi 2600 sanitari di rinforzo, tra medici e infermieri, come da bando del commissario straordinario. E però non c'è accordo su come andare avanti. Alcune Regioni premono per privilegiare gli ultraottantenni e chiedono quindi di ripartire le nuove forniture (ma ancora non era arrivata la doccia gelata di AstraZeneca) secondo la percentuale dei residenti più anziani. Se ne fanno portavoce Giovanni Toti dalla Liguria e Massimiliano Fedriga dal Friuli-Venezia Giulia. Dice quest'ultimo: «Siccome riteniamo che sia corretto vaccinare prima le persone più anziane in quanto le più fragili, sosteniamo sia necessario proseguire con la distribuzione in base alle priorità di target e non della popolazione residente». Ipotesi che non piace a Campania e Lazio, però. Così le Regioni ne riparleranno tra loro domani mattina. E nel pomeriggio è atteso un nuovo incontro con ministri e Arcuri. Il bollettino sanitario, intanto, dice che sono 12.715 i nuovi contagi, 298.010 i tamponi effettuati, 421 i morti. La frenata c'è, ma non clamorosa. «I dati - ha spiegato il ministro Francesco Boccia nella riunione con i governatori - dimostrano che le misure restrittive di Natale hanno funzionato. Non è stato semplice, ma il Paese oggi ha reti sanitarie in sicurezza, mentre tutta Europa è in grande difficoltà e alcuni paesi sono tuttora in lockdown nazionali». Il ministro ha anche confermato l'impegno ai 32 miliardi per il decreto Ristori. «L'impianto del nuovo decreto è pronto per essere approvato non appena si insedierà il nuovo governo» .

Boom di contagi dopo il vaccino nelle case di cura

 



da www.contro.tv

Contratti secretati.Dalla suina al Covid 19



La trasparenza nei contratti che un Governo o l’Unione europea firma con le case farmaceutiche dovrebbe essere un principio a tutela dei cittadini che hanno il diritto di essere informati. Purtroppo tale principio non è rispettato nei contratti per la distribuzione dei vaccini. La mancanza di trasparenza non è un deficit recente. Vi riproponiamo cosa accadde nel 2009 quando il governo Berlusconi firmò un contratto secretato con la Novartis per la distribuzione del vaccino contro la suina, un farmaco mai utilizzato. 

Poker col morto (di Marco Travaglio)


da IL FATTO QUOTIDIANO

 Avvertenza: quello che segue non ha nulla a che vedere con la nostra vita quotidiana al tempo della pandemia, dei vaccini e del Recovery Fund . Ma riguarda lo stallo politico creato dal leader più irresponsabile mai visto, che ha paralizzato tutto e tutti mentre si dovrebbe correre a razzo. E ha trasformato la crisi di governo in una partita a poker quando è salito al Quirinale e ha fatto il gioco delle tre carte, fornendo tre versioni della posizione di Iv: la più morbida a Mattarella, la più dura in sala stampa, una via di mezzo alle agenzie. Un trucchetto da magliari per trattenere gli italomorenti tentati di mollarlo. Lo scopo era trasferire sul Colle il gioco al massacro e tirarla in lungo per far fuori Conte, spaccare M5S e Pd e separarli, impapocchiare un’ammucchiata con pezzi di partiti sparsi (FI e Lega incluse) e dirottare i fondi del Recovery verso le note lobby. Mattarella, con l’incarico di esplorazione a Fico, dà le carte, i tempi e il via alla partita.

Ma le partite a poker si giocano con le regole del poker, almeno per chi vuol vincerle. Si comincia a carte coperte, senza muovere un muscolo facciale, e solo alla fine si va a vedere. Conte accetta la sfida e attende gli eventi in modalità Zen. I 5Stelle, la segreteria Pd, LEU e il nuovo gruppo Europeista stanno al gioco, alcuni con notevoli sacrifici personali dopo gli insulti subìti per due mesi da uno che dà del dittatore e del trumpiano a Conte, poi fa il barbarodurso del tiranno saudita che finanzia il jihade fa tagliare a pezzi i giornalisti liberi, a cui l’amico Biden ha sospeso le forniture di F-35; dà del giustizialista a Bonafede, poi intasca 80 mila euro dai garantisti di Riyad che mozzano le mani ai ladri, decapitano i tossici, crocifiggono o lapidano gay, infedeli e donne libere (chissà che ne dicono le fantastiche Bellanova, Boschi, Bonetti e Annibali). Tutti sanno che, se e quando siederà al tavolo con gli altri, la sua bulimia di potere grande come il suo ego lo spingerà a sfasciare tutto con le solite pretese irricevibili. Dice bene Di Battista: l’ “accoltellatore professionista, sentendosi addirittura più potente di prima, aumenterà le coltellate”. Ma la narrazione dell’innominabile, avallata da giornaloni e cicisbei da talk, è che sono stati Conte&c. a cacciarlo per sostituirlo coi responsabili, ergo ora devono scusarsi e pregarlo in ginocchio. In questo momento, a inizio partita, chiunque metta un veto su Iv scopre le carte anzitempo e gli consente di tenere compatta la truppa. Sarà lui, a fine partita, seduto al tavolo col suo 2% insieme a tutti gli altri, a calare: cioè a rispettare i rapporti di forza oppure a rompere coi soliti veti. A quel punto i 46 ostaggi italomorenti decideranno se seguirlo fino al macello delle urne, oppure mollarlo e rendersi finalmente utili.

Ma voi osate ancora chiamarlo anno giudiziario? (di Piero Sansonetti)

 


da IL RIFORMISTA del 30 gennaio 2021

Hanno aperto l’anno giudiziario in un clima surreale. Quasi non fosse successo niente nella magistratura in questi 12 mesi. Una cerimonia davanti al presidente della Repubblica, piena di toghe, ermellini, velluti, ori e princisbecchi. E poi montagne, montagne infinite di ipocrisia. Ehi, signori!!! C’è stato il caso Palamara, ve ne siete accorti? Vi riguarda: è uscito un libro che trascina nel fango decine e decine di alti magistrati, son state pubblicati pacchi di whatsapp e messaggi che spiegano come l’intera classe dirigente della magistratura italiana è nominata da un sistema occulto e illegale dominato da correnti e camarille, abbiamo capito che anche le inchieste vengono aperte o chiuse per ragioni di potere, che le sentenze sono orientate, che un gigantesco potere segreto e incostituzionale dilaga e sottomette i poteri democratici. Chiaro? Non bisogna essere giuristi per capire queste cose. Chi ha letto il libro di Palamara lo sa. E tutto quello che sostiene Palamara è sostenuto da riscontri solidi. E allora?

E allora eccoli lì i massimi vertici della magistratura italiana, che parlano retorici e altisonanti all'inaugurazione dell’anno giudiziario, citano appena il caso Palamara con parole da far ridere qualunque spettatore di commedie («colpiremo, indagheremo, chiariremo, non lasceremo nessuna ombra…») e non si accorgono che l’istituzione magistratura, ormai, è del tutto delegittimata per colpa dei comportamenti dei suoi vertici. Ieri abbiamo pubblicato la notizia che un gruppetto di magistrati, una trentina, ha chiesto le dimissioni dei leader più importanti delle correnti e della magistratura. Di Giovanni Salvi, procuratore generale della Cassazione, di Giuseppe Cascini, icona della sinistra penale. Hanno gridato che loro non ci stanno a lasciare che, in silenzio, tutta la categoria, piena di gente seria e onesta, sia trascinata nelle pozzanghere della sovversivismo dall’alto.

Beh, nessuno, proprio nessuno che abbia sentito la necessità di rispondere a questi magistrati. Mi è venuta in mente questa immagine. Un comitato centrale del Psi, o della Dc, con Craxi e De Mita, tra il '92 e il '93, che si riuniva e non parlava di Tangentopoli. Discuteva del prezzo del sale, del regolamento delle comunità montane, e poi, magari, qua e là buttava giù qualche parola bella: pulizia, onestà…

Cosa avrebbero fatto il giorno dopo i giornali? Avrebbero trasformato in braciole - come comunque hanno fatto - partiti e leader. Arrosto. E invece noi assistiamo a questo spettacolo indegno della magistratura, messa a nudo dallo scandalo più clamoroso della storia della Repubblica, nel silenzio generale. E nella viltà. La stragrande maggioranza dei mass media ha deciso di ignorare tutto. Volete sapere il perché? Perché la grande maggioranza dei mass media, ormai da molti anni, ha accettato di lavorare in una condizione di subalternità nei confronti della magistratura. Ha firmato un patto di sottomissione. È stata propria questa circostanza la causa principale della morte cerebrale del giornalismo italiano. C’è ancora il giornalismo in Italia? No: c’è Travaglio.

Ora il problema è molto semplice. La magistratura non ha nessuna possibilità di autoriformarsi. I vertici della magistratura sono in gran parte corrotti, come ci spiega Palamara. L’urgenza di radere al suolo il “sistema” e di ripristinare il diritto e la legalità è chiara a tutti. Chi è che può intervenire? Una parola ce la saremmo aspettata da Mattarella. ma mi pare che ieri abbia assistito impietrito e silenzioso allo scempio. Resta la politica, il Parlamento. È in grado di reagire? Di istituire una commissione di inchiesta? Di chiamare a testimoniare tutti i testimoni evocati da Palamara e che il Csm ha ignorato? È in grado di fare una riforma della magistratura che azzeri i vertici attuali? Se non è in grado di fare queste cose, se resta accucciato, diventa inutile persino chiamarlo Parlamento.

Fronte comune contro la Cina Biden chiama gli alleati europei

 


da LA REPUBBLICA del 30 gennaio 2021.Federico Rampini

«La Cina è esattamente in cima alle priorità su cui dobbiamo lavorare insieme ai nostri alleati europei ». Parla Jake Sullivan, il National Security Adviser di Joe Biden, colui che comanda alla Casa Bianca la cabina di regìa per la politica estera e militare. Sullivan viene "intervistato" in videostreaming a Washington da due suoi predecessori repubblicani, Condoleeza Rice (George W. Bush) e Robert O’Brien (Donald Trump). Il suo messaggio è chiaro e forte: sulla Cina bisogna fare fronte comune, cosa che negli ultimi anni non è accaduto. Il messaggio è anche scomodo, perché oltre alla necessità di appianare divergenze note (Belt and Road Initiative, Huawei e 5G) l’Amministrazione Biden vuole la piena attenzione degli europei su un focolaio potenziale di conflitto che è molto distante dai loro interessi: Taiwan, dove la tensione continua a salire.

Sullivan non si discosta molto dall’analisi dell’Amministrazione Trump sui pericoli dell’espansionismo cinese, sugli squilibri commerciali, sulla minaccia tecnologica. La svolta è sulla strategia per affrontarli: Biden vuole coinvolgere alleati e amici, dall’Europa fino a quelli vicini alla Cina (Giappone, Corea, Australia, India). «Dobbiamo creare — dice Sullivan — delle situazioni di forza nei confronti della Cina, dal commercio alle tecnologie». Il lavoro da fare con gli europei è tanto, riconosce il National Security Adviser, perché «non siamo sempre allineati, né sulla definizione dei nostri interessi, né sulla percezione delle minacce». Però questa Amministrazione presenterà presto il conto a un’Europa che si è illusa di giocare da "terza forza" senza scegliere da che parte stare. «Tutti dovremo prepararci ad agire — dice Sullivan — e imporre dei costi per quello che la Cina sta facendo nello Xinjiang, a Hong Kong, e per la bellicosità e le minacce che proietta verso Taiwan».

Sull’isola di Taiwan, che la Cina considera una provincia ribelle destinata alla riunificazione, la tensione continua a salire. L’escalation è incessante da quando Biden si è insediato, e questo segna una continuità con Donald Trump. Il nuovo presidente americano ha invitato il rappresentante diplomatico di Taipei all’Inauguration Day il 20 gennaio, cosa che non accadeva dal 1979 quando Stati Uniti e Cina ristabilirono le relazioni diplomatiche bilaterali. Da allora vige il principio per cui l’America riconosce una sola Cina, la Repubblica Popolare, mentre Taiwan esiste in una sorta di limbo, non ha diritto all’ambasciata a Washington. Al tempo stesso gli Stati Uniti hanno sempre promesso di difendere l’isola da un’aggressione militare cinese. Però dal 1980 non esiste più un formale trattato di difesa, stile Nato. E il Pentagono ritiene che il riarmo cinese abbia ormai reso quasi impraticabile una difesa dell’isola in caso di invasione. Ogni gesto che assomigli pur vagamente ad un riconoscimento di Taiwan viene condannato con durezza da Pechino. Tantomeno la Cina può tollerare una dichiarazione d’indipendenza dell’isola. Il weekend scorso due imponenti manovre dell’aviazione militare cinese si sono svolte sui cieli dello Stretto di Taiwan. Mercoledì il portavoce della Difesa di Pechino ha usato toni duri: «Avviso agli indipendentisti, chi gioca col fuoco si brucia. L’indipendenza di Taiwan significa guerra». La risposta dell’Amministrazione Biden è stata ferma, la Casa Bianca ha ribadito che l’impegno a difendere Taipei «è solido come un roccia».

Ora le parole di Sullivan inseriscono Taiwan fra i dossier urgenti sui quali questa Amministrazione vuole costruire un fronte comune con gli europei. La lista è lunga. A dicembre la squadra di Biden fu delusa quando l’Unione europea decise di annunciare un accordo bilaterale sugli investimenti con la Cina. Prima di Natale proprio Sullivan si era esposto via Twitter chiedendo agli europei di aspettare l’insediamento della nuova Amministrazione e di consultarla su quell’accordo. Ursula von der Leyen, sotto la pressione di Angela Merkel, ha ignorato la richiesta di Sullivan. Il "serrate i ranghi" della comunità trans

Emmanuel Macron: "Stabilità e Recovery priorità per l’Italia Sostegno a Mattarella"


da LA REPUBBLICA del 30 gennaio 2021.Anais Ginori

L’Italia ha bisogno di stabilità. L’Italia ha bisogno del Recovery Fund». Emmanuel Macron segue da vicino la crisi di governo ed esplicita subito quale siano secondo lui le priorità. Nel salone Napoleone III dell’Eliseo, il leader francese sorseggia un caffé e beve una spremuta. Il presidente, che ha avuto il Covid a Natale, appare in stile esitenzialista, giacca e maglione nero a collo alto, si toglie spesso la mascherina, nera pure quella. Prende le domande una dopo l’altra nell’incontro con un gruppo di giornalisti della stampa estera, tra cui Repubblica . Un’ora e mezza di colloquio durante il quale capo di Stato parla a tutto campo, dalle polemiche sui vaccini, ai primi contatti con Biden, dalla Cina al dossier del nucleare iraniano. L’unico punto sul quale rifiuta di rispondere è l’ipotesi di un terzo lockdown per la Francia.

«Ci sono molte crisi politiche in Europa in questo momento. Penso che tutto sia legato alla tensione che le pandemie creano sulle società» osserva Macron quando gli chiediamo se è preoccupato dalle trattative per trovare un nuovo governo. «Esprimo il mio sostegno e la mia amicizia al presidente Mattarella, che ancora una volta avrà un ruolo molto importante nelle prossime ore e nei prossimi giorni per trovare un equilibrio politico». Il leader francese mantiene un solido rapporto di fiducia con il capo di Stato italiano che già nell’inverno 2019 era stato determinante per risolvere la crisi diplomatica tra Roma e Parigi.

Macron fa attenzione a non interferire negli affari interni di un Paese che peraltro ama e conosce. «Penso che il premier Conte abbia fatto bene a fare tutto il possibile per far funzionare il Recovery Fund. Spero sinceramente che la soluzione venga trovata presto e che l’Italia possa beneficiare del Recovery. So che il presidente Mattarella ha un reale desiderio che l’Italia benefici al più presto dei fondi europei. Questo è l’unico augurio che faccio, perché prima si risolve questa crisi politica, prima l’Italia potrà beneficiare della forza di questo piano di rilancio e rispondere così ai suoi problemi economici e sociali».

Il caso AstraZeneca

Con i ritardi sulla distribuzione di dosi che alimentano sospetti sui laboratori, la posizione della Francia è netta. «Sosteniamo l’azione della Commissione per verificare che non ci possano essere impegni contrattuali rivisti alla luce della pressione di altri Paesi" dice Macron. «C’è stata una mancanza di trasparenza nelle informazioni fornite ad un certo punto da AstraZeneca. Vogliamo essere sicuri che se le persone che non onorano il loro contratto non lo fanno perché stanno consegnando più dosi altrove».

Macron è preoccupato perché, dice, il prodotto di AstraZeneca sulle persone oltre i 65 anni, forse anche di 60 anni, sarebbe «quasi inefficace ». «Il vero problema è che non funziona come previsto. Stiamo aspettando di vedere i risultati dell’Ema». La Germania ha già annunciato che non autorizzerà questo prodotto per le persone oltre i 65 anni. Un dettaglio che rischia di stravolgere le campagne di vaccinazioni in Europa. «Se mi forniscono un vaccino che funziona molto bene per le persone sotto i 55 anni è fantastico a lungo termine, ma non era esattamente quello che avevamo previsto sulla tabella di marcia».

L’Europa in ritardo

Nel «benchmark» della vaccinazione, così lo chiama Macron, ovvero la corsa a guardare chi fa meglio, l’Europa è clamorosamente in ritardo. «Sul fronte della salute - ammette Macron - le prime settimane della crisi sono state una cacofonia. Dopo ci siamo coordinati meglio e abbiamo costruito una competenza sanitaria comunitaria che prima non esisteva ». Per difendere l’azione Ue il leader aggiunge: «Dobbiamo tenere a mente che l’epidemia si fermerà solo quando, a livello delle placche continentali, i luoghi dove la gente si muove, saremo tutti vaccinati insieme ».

Intanto, con un numero record di persone vaccinate nel Regno Unito, i brexiters possono rivendicare di aver avuto la giusta strategia. Un paragone che ovviamente non piace a Macron. «Bisogna stare molto attenti. L’obiettivo non è quello di avere il maggior numero possibile di prime inoculazioni», spiega il Presidente contrario ad allungare la seconda dose fino a sei settimane come fanno i britannici. Sui ritardi nell’arrivo di nuovi vaccini, Macron osserva: «Nessuno aveva previsto che ciò che avrebbe funzionato meglio e più velocemente sarebbero stati i vaccini più complicati». A proposito dei prodotti sviluppati con biotecnologie sviluppati da Pfizer/BioNTech e Moderna fa una metafora. «Quello che questa crisi ci sta dicendo è che la Twingo impiega più tempo per essere prodotta rispetto alla Tesla che non era mai stata prodotta prima. È esattamente quello che è successo».

La nuova America Il primo contatto con Joe Biden è stato positivo secondo il Capo di Stato francese. «È una persona con cui la discussione è molto piacevole». Macron ha illustrato la sua idea di «autonomia europea». «Ho potuto spiegarla al presidente Biden, compresa nell’articolazione con la Nato. Dal punto di vista militare, la ricerca dell’autonomia non significa che vogliamo sciogliere le alleanze ma essere un partner credibile e autonomo. Cooperare significa scegliere di lavorare insieme per valori e obiettivi comuni. Il giorno in cui cooperare significa dipendere dal fatto che sei diventato il vassallo di qualcuno, sparisci».

La prima conversazione con il nuovo presidente democratico ha gettato le basi su questioni strategiche. «Mi ha detto: "Ti capisco perfettamente e lavoreremo insieme"» riferisce Macron, il leader europeo che più spinge per sviluppare la difesa europea. «È essenziale che anche l’Europa si prenda la sua parte di fardello, ma in un contesto in cui abbiamo anche bisogno di più coerenza nella Nato e quindi di un impegno comune verso la Turchia ed altri soggetti ». Nella relazione con Pechino, Macron parla di un «dialogo strutturante » sull’accordo Ue per gli investimenti di fine anno che, sottolinea, è soltanto una «tappa che non chiude l’argomento». «Ma per la prima volta, ed è il motivo per il quale accetto questo momentum, la Cina ci sta dicendo che vuole impegnarsi nel rispetto dei diritti del lavoro e nelle regole dell’Omc sul lavoro forzato ».

Il pericolo iraniano

Con l’arrivo di Biden, la posizione europea si allinea a quella di Washington sull’accordo nucleare JCPOA con l’Iran. Che cosa può fare ora Macron per trovare una soluzione? «Ho già contribuito abbastanza con il premio della critica, ma non con il premio del pubblico» ironizza il Presidente, attore di punta sul dossier. «Sono lucido. Credo che l’amministrazione americana non abbia bisogno di me per la mediazione». Il leader francese parla di una «finestra di opportunità» tra adesso e le elezioni in Iran di giugno. «Penso che dobbiamo approfittarne» dice, sottolineando che c’è urgenza perché «gli iraniani hanno ripreso le loro attività di arricchimento» dell’uranio. L’accordo del 2015 va ampliato, prosegue Macron. «Dobbiamo completarlo con le attività balistiche. La Francia può aiutare a tenere meglio conto degli interessi dei partner della regione per avere un’agenda di fiducia con l’Arabia Saudita e Israele».

Il caso Regeni

Quando gli si chiede delle polemiche in Italia sulla consegna della Gran Croce della Legione d’Onore al presidente egiziano Al Sisi, Macron risponde: «Capisco perfettamente l’emozione». Ha visto i messaggi di intellettuali come Corrado Augias, che hanno deciso di riconsegnare la loro Legione d’Onore. «Penso che bisogna vedere che cos’è la Legione d’Onore per un leader straniero e la storia dietro questa onorificienza. Tutto questo è perfettamente spiegabile, in un quadro totalmente trasparente perché il presidente Sisi è anche un alleato contro il terrorismo ». Macron aggiunge: «Quando abbiamo dovuto discutere con l’Italia della liberazione dei pescatori in Libia, Sisi ci ha aiutato per convincere Haftar». Il presidente mostra di essere consapevole di come le autorità egiziane impediscano di far verità sulla morte di Giulio Regeni. «Voglio davvero chiarire ogni equivoco sul fatto che ci sia una forma di compiacimento o di mancanza di percezione su quello che mi state dicendo, al contrario». La Francia potrebbe fare qualcosa per aiutare l’Italia su questo caso? «Sto continuando il lavoro e mi impegno a chiarire questioni delicate per i nostri amici europei».

Sì dell’Ema al vaccino AstraZeneca. Arcuri: mancano altre 300 mila dosi



da IL CORRIERE DELLA SERA del 30 gennaio 2021.Lorenzo Salvia

 Ieri il via libera dell’Ema, l’agenzia europea dei medicinali. Senza limiti o condizioni. Oggi quello dell’Aifa, l’ente regolatore italiano. Che invece potrebbe raccomandarne l’utilizzo al di sotto dei 65 anni. A quel punto l’Italia avrà a disposizione il terzo vaccino anti Covid, AstraZeneca, un po’ svedese ma soprattutto britannico. Doveva essere la chiave per accelerare il ritmo delle vaccinazioni, che finora potevano contare solo su Pfizer, con relativa battaglia sui ritardi, e Moderna, con numeri bassi eppure già tagliati.Il guaio è che AstraZeneca i tagli li ha annunciati addirittura in via preventiva, prima ancora dell’approvazione dell’Ema. E questo ha raffreddato non poco gli entusiasmi per un prodotto più economico e più facile da conservare. Nel primo trimestre l’Italia doveva avere da AstraZeneca 16 milioni di dosi. Che poi sono scese a 8 e infine a 3,4. Non resta che aggrapparsi a quello che sarebbe il quarto vaccino, Johnson & Johnson, il primo in una sola dose . L’efficacia è al 66%, per l’azienda funziona anche con le varianti brasiliana e sudafricana. La prossima settimana potrebbe essere autorizzato negli Stati Uniti, forse già a febbraio potrebbe arrivare il via libera dell’Ema e poi dell’Aifa.Ma ormai è difficile farsi illusioni. Tutti i vaccini viaggiano in ritardo, i contratti fotocopia non prevedono penali automatiche neanche in caso di mancato rispetto delle forniture trimestrali: bisogna essere davvero ottimisti per credere che con il prossimo antidoto in lista di sbarco non ci saranno problemi e ritardi. Su AstraZeneca il comitato tecnico scientifico di Aifa si riunisce stamattina in videoconferenza. La decisione dovrebbe arrivare oggi stesso e anche Gianni Rezza, direttore della prevenzione al ministero della Salute, dice che l’esclusione degli over 65 sembra la strada più probabile. Una scelta già fatta in Germania, con la motivazione che sulle fasce d’età più alte ci sono meno evidenze scientifiche e il vaccino sembra meno efficace. Fare la stessa cosa in Italia consentirebbe di cominciare a vaccinare gli insegnanti e gli altri lavoratori dei servizi considerati essenziali.


Dopo lo scontro dei giorni scorsi con la Commissione europea, è stato pubblicato il contestato contratto con AstraZeneca. Quarantuno pagine e diversi omissis che però, per un errore nel caricamento del file, sono poi diventati in parte leggibili. Bruxelles e gli Stati membri devono versare 870 milioni di euro alla casa farmaceutica per la prima fornitura di 300 milioni di dosi e altre 100 milioni opzionabili. Sulla priorità delle forniture al Regno Unito, AstraZeneca sembra avere torto, visto che l’azienda «deve fare del suo meglio per produrre il vaccino negli impianti situati nell’Unione europea». E la definizione di Ue comprende il Regno Unito visto che il contratto è stato firmato ad agosto, prima della Brexit.In Italia le vaccinazioni procedono a scartamento ridotto. «Ci mancano almeno 300 mila dosi che avremmo dovuto ricevere e non abbiamo ricevuto», dice il commissario all’emergenza Domenico Arcuri. Pochi minuti prima Moderna lo aveva informato che per la settimana dell’8 febbraio «delle previste 166 mila dosi di vaccino ne arriveranno 132 mila». È il 20 per cento in meno. Secondo Arcuri «con questi ritardi la nostra macchina non può fare di più». Di qui «l’obiettivo strategico» di avere in Italia un sistema capace di produrre «un livello accettabile di vaccini e farmaci». Ci vorranno mesi, però. E nel frattempo non resta che fare i conti con tagli, ritardi e clausole.

LUIGI VITALI: "Silvio mi ha detto che da me non se l’aspettava"

 


da IL CORRIERE DELLA SERA del 30 gennaio 2021.Giuseppe Alberto Falci

Luigi Vitali detto «Gigi» o «Gigino» è tornato nella sua casa di Francavilla Fontana. Primo comandamento che si è imposto: ascoltare il consiglio di Anna Maria Bernini, capogruppo in Senato di Forza Italia: «Io e lei siamo molto amici. Mi ha detto: “Gigi, torna in Puglia, riposa due giorni, ne riparliamo lunedì”».

Eppure l’avvocato pugliese è ancora tormentato dalla notte più lunga della sua vita. Ricostruiamola. «Il Cavaliere mi chiama qualche minuto dopo l’uscita del comunicato pro Conte. Era molto amareggiato .“Luigi, non melo sarei mai aspettato da te”». E lei, Vitali, come reagisce? «Lo ascolto per tre lunghi minuti che mi sembrano un’eternità. “Luigi, che cosa c’entri tu con quelli?”». In quei 180 secondi Vitali è ancora fieramente contiano. «Ma il Cavaliere insiste, si serve della mozione degli affetti, mi ricorda gli esordi di Forza Italia, la mia prima elezione nel 1996, le battaglie garantiste... “Luigi, siamo insieme da 25 anni”».

C’è qualcosa che non torna in questo racconto: come la blandisce? Con un seggio per le prossime elezioni, con un posto al Csm che lei sogna da tempo? «Niente di niente. Mi sincero che non si torni alle urne. E Berlusconi è stato chiaro nel ripetermi per ben due volte: “Sono stato il primo a dare la disponibilità di un governo di larghe intese”. E poi diciamola tutta. Io sono alla quinta legislatura, aggiunga poi che ci sarà il taglio dei parlamentari. Sono realista, mica scemo».

Attorno a mezzanotte è il turno della telefonata di Salvini. Colloquio che Vitali racconta così: «Salvini esordisce: “Ma dove vai?”». Tutto qui? «Poi mi ha tranquillizzato sul voto spiegandomi che sarebbe stato disposto a parlare con chiunque su fisco e giustizia». Vitali non può deludere Berlusconi e Salvini ma ha già stretto un patto con Conte. A mezzanotte nell’abitazione romana di Vitali si materializzano alcuni amici. «Ci sediamo, sorseggiamo qualcosa e stiamo a parlare fino all’una e mezza». Si vocifera che siano leghisti. «Sono amici romani ma non del Carroccio. Due di essi sono parlamentari del centrodestra. Anche loro sollevano la solita questione: “Perché vai da Conte?”». Avranno poteri magici per convincerla? «Diciamo che dopo aver ricevuto le garanzie politiche da parte di Berlusconi e Salvini ero già tornato nei ranghi».

Scoccano le 2 di notte quando «Gigi» richiama la Bernini: «Anna Maria, stai dormendo? E lei: “E chi dorme questa notte?”. Resto con voi. Spero tu sia felice». La piroetta è compiuta. E Conte? «È una persona gradevole, moderata. Ma io cosa c’entro con quelli lì?». Alcuni raccontano che Vitali sarebbe stato d’accordo con Berlusconi al fine di sabotare i responsabili: «Polpette avvelenate». Come arriva a Palazzo Chigi, tramite la senatrice Rossi? «No, io e Conte abbiamo amici comuni pugliesi». E chi sono? «Non si può svelare tutto». Si è pentito? «Sono consapevole di aver fatto una figuraccia. Ma se rivedo la mia carriera sono consapevole di aver fatto la scelta giusta».