Anglotedesco

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giovedì 21 gennaio 2021

Da Carfagna e Toti aperture a governo di unità nazionale


di Amedeo La Mattina 

La linea, quella più dura, la detta Giorgia Meloni. Con questo Parlamento non si può governare: l'unica soluzione sono le elezioni. Punto. Altre opzioni non ce ne sono. E con questa linea la leader di FdI, Matteo Salvini e Antonio Tajani sono saliti al Colle per un incontro con il capo dello Stato. I tre hanno lasciato a casa gli altri piccoli alleati che negli ultimi giorni erano stati invitati a tutti i vertici del centrodestra per evitare la loro fuga in soccorso del governo. Fuga che non c'è stata da parte dei tre senatori di Idea-Cambiamo che fanno capo a Giovanni Toti e Gaetano Quagliariello, e dei tre dell'Udc adesso allo sbando in seguito alle dimissioni del segretario Lorenzo Cesa finito dentro un'inchiesta per 'ndrangheta. Ma per i centristi chiedere le elezioni non serve. «Non credo che questo Parlamento abbia voglia di andare a casa - spiega il governatore ligure - visto che tre quarti dei parlamentari non tornerà al suo posto. A forza di dire "votiamo votiamo" il centrosinistra si rafforza. Toti lo ha sottolineato nelle riunione del centrodestra e ha pure chiesto di non scartare l'ipotesi di un governo di salute pubblica. La pensa così anche Mara Carfagna di FI: «È insensata l'alternativa o un governicchio sorretto dai transfughi oppure elezioni anticipate. La sola prospettiva patriottica sarebbe un governo di salvezza nazionale, con una guida autorevole». È chiaro perché all'incontro con il capo dello Stato siano andati solo Meloni, Salvini e Tajani che hanno sintetizzato la loro posizione in una nota. Grande preoccupazione per la condizione dell'Italia e per «l'inconsistenza della maggioranza». «In questo Parlamento è impossibile lavorare. Il centrodestra ha ribadito al Presidente la fiducia nella sua saggezza». Ma la saggezza come la intendono loro non porterà Mattarella a sciogliere il Parlamento fintantoché c'è una maggioranza anche relativa a Palazzo Madama: solo se Conte si dovesse dimettere la parola passerebbe al capo dello Stato.Certo, nessuno sul Colle smentisce che il governo Conte dopo il voto di martedì e lo sganciamento di Renzi sia debolissimo. C'è un certo imbarazzo: non si nega che questo Parlamento, dopo il referendum taglia-poltrone e il mutamento dei consensi a favore del centrodestra e a detrimento dei 5S, abbia perso corrispondenza con la volontà popolare. È proprio su questo punto hanno battuto i tre leader del centrodestra. Mattarella si è limitato ad ascoltare i suoi interlocutori che hanno chiuso a ogni ipotesi di larghe intese. Salvini ha detto a Mattarella che è «meglio perdere due mesi per dare voce al popolo che due anni a litigare per le poltrone». L'ipotesi di Giorgetti delle larghe intese è stata asfaltata. Anche Berlusconi sta parlando con «la lingua di Meloni», per dirla con Osvado Napoli, e non con quella di Gianni Letta. Perché? Vedono uno spiraglio per il voto e si rendono conto che andare al governo con gli scappati di casa non è edificante. 

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