Anglotedesco

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giovedì 28 gennaio 2021

Il Pd ora ci crede: il Conte ter è nell'aria


di Carlo Bertini 

Dario Franceschini è quello che in questa fase scivolosa tiene più di altri i contatti con Matteo Renzi. E dagli ultimi scambi con l'ex segretario, il capodelegazione dem ha riportato a Zingaretti l'impressione che per Conte non sia finita, malgrado i numeri dei responsabili non riescano a soppiantare quelli di Iv. Più delle parole, in politica conta l'olfatto, a volte. E il fiuto degli strateghi dem ieri sera sentiva aria di Conte ter, dopo la ventata di pessimismo di ventiquattr'ore prima.Ma sono sensazioni, suffragate dalla rassicurazione che Renzi «non mette veti su Conte»; o forse più realisticamente da quello che gli inglesi chiamano il "wishfull thinking": un pensiero dettato dalla speranza che i propri desideri si avverino. E in questo caso il desiderio è che sabato Mattarella dia l'incarico a Conte. Viceversa, se naufragasse questa carta, nel Pd - e nei 5 Stelle - si leverebbe una canea e la crisi diventerebbe quasi irrisolvibile. Zingaretti lo sa. Basta vedere le reazioni dei suoi alle voci su Luigi Di Maio premier, «messe in giro da Renzi». Una rivolta. Per questo il segretario ripete che «il Pd sta con Conte». Lo spauracchio delle urneLa blindatura serve da argine ai veleni sparsi dai renziani che rilanciano nomi come Gentiloni premier, per destabilizzare il campo. Ma Renzi è più concreto - gli spiegano i suoi ambasciatori - se non riesce a cambiare il premier, dovrà pur giustificare che dopo tutto questo caos ha strappato un cambiamento visibile. E se il Mes non potrà ottenerlo, così come il garantismo dai 5 Stelle, chiederà più poltrone. Ma su qualità e quantità di ministeri - giurano - la trattativa non si è ancora iniziata. E se pure il mantra del Pd è che «Renzi dirà sì a Conte perché se no spacca Iv», regna la cautela. Nella sua relazione, votata all'unanimità dalla Direzione, Zingaretti sgancia un segnale "double face" sul voto anticipato, accolto con una "ola" dai presenti.«Non vogliamo il voto ma il rischio è reale». «Anzi il rischio cresce», dice Andrea Orlando, per fugare i sospetti di chi dice che qualcuno nel Pd sotto sotto ha già mollato Giuseppi e tratta con Di Maio. Ovvio che lo squadrone in Parlamento ha registrato solo la prima scia del razzo, quella del «voto da scongiurare». Così come ovvio che il quartier generale tenda invece a rimarcare la seconda, ovvero che il rischio cresce, per avvertire Renzi che se dice di no a Conte la crisi si potrebbe avvitare e finire nelle urne. Un altro premier dei 5 StelleEcco, anche se il tema non è stato nemmeno sfiorato dal segretario, quello delle alternative a Conte cammina a gran velocità sulle strade della galassia dem. C'è chi ad esempio ha letto la frase di Zingaretti sul fatto che il Pd pesa l'11% al Senato e il 14% alla Camera come la conferma che, in caso di flop di Conte, spetterebbe ai 5 Stelle (che hanno il 30% dei seggi) esprimere un altro nome.«E in quel caso - si chiedono i più realisti - come faremmo a dire no a Di Maio o a Fico?» . Ma in quel caso, si aprirebbe tutta un'altra storia dagli esiti nebulosi, visto che i dem potrebbero chiedere ai grillini la contropartita del Colle post-Mattarella: sapendo però di non potersi fidare delle promesse. Insomma, fa bene Zingaretti a dire che il caos la farebbe da padrone e le urne non potrebbero escludersi come esito finale. Ma tra i suoi parlamentari nessuno ci crede davvero. La partita è appena cominciata.

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