Anglotedesco

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domenica 31 gennaio 2021

La giustizia vittima della pandemia

 



di Francesco Grignetti 

La giustizia al tempo del Covid, ovvero un disastro annunciato. Sono i magistrati a certificarlo con le tante cerimonie di inaugurazione dell'Anno giudiziario. Effetto scontato di lockdown, udienze rinviate, necessità di distanziamento. E quindi meno inchieste definite, meno processi celebrati, meno sentenze emesse, ma più arretrato, e più prescrizioni. Se ne vedranno gli effetti a lungo, insomma. «La pandemia - ha detto ad esempio il presidente della Corte di Appello di Roma, Giuseppe Meliadò - ha operato per tutte le istituzioni come una sorta di cartina di tornasole, ne ha messo in luce arretratezze e modernità». Restando al tribunale penale di Roma, le sentenze sono diminuite del 40% per il ruolo del giudice monocratico e del 32% del collegiale. È andata così in tutt'Italia. A Torino, secondo il procuratore generale Francesco Saluzzo «durante la prima fase dell'epidemia abbiamo "perso" migliaia di processi, da quelli per fatti gravi a quelli di minore rilevanza che tuttavia una definizione devono averla». Il recupero di tutto il lavoro non fatto «per effetto della necessità di celebrare i processi in sicurezza, peserà per anni sulle performance dei tribunali e della Corte d'appello». Anche se c'è da aggiungere che a Torino, al 30 giugno 2020 «la pendenza in appello è diminuita rispetto al 2019 sia in ambito penale che in quello civile», ha precisato il presidente della Corte d'appello, Edoardo Barelli Innocenti. Saluzzo era indignato soprattutto per come l'esecutivo abbia abbandonato al suo destino la magistratura onoraria. «Il governo è intervenuto sui riders, ma non sui precari della giustizia. Ci vuole una legge che li tuteli». A Milano, il presidente facente funzioni della Corte d'Appello, Giuseppe Ondei, dopo avere citato Ungaretti («Nel cuore nessuna croce manca»), riflette ad alta voce: «Il distretto milanese è quello che, nel territorio italiano, è stato maggiormente colpito. E l'operatività degli uffici giudiziari, all'avanguardia a livello nazionale, è stata messa e dura prova». Già, perché il virus è «piombato come una meteora sul nostro pianeta». Soltanto la magistratura di Sorveglianza ha dovuto fronteggiare un aumento del 240% di domande dei detenuti che volevano uscire terrorizzati dalle celle. E anche se gli uffici giudiziari milanesi hanno saputo «reagire con immediatezza e reggere l'impatto» sono emersi problemi «con i quali per molto tempo la giustizia dovrà confrontarsi». Eppure mai come stavolta servirebbe una giustizia efficiente. A Napoli ci sono inchieste in corso su 3.500 cessioni sospette di aziende. La camorra si è infatti avventata sull'economia in crisi. «Si sta sviluppando il welfare della camorra attraverso progetti raffinati e articolati. Gli appetiti della criminalità organizzata non risparmiano neppure l'universo sanitario», afferma il procuratore generale di Napoli, Luigi Riello. Il disastro però, a voler essere ottimisti, può essere considerato un'opportunità. Perciò il presidente della Corte d'Appello di Reggio Calabria, Luciano Gerardis, pur lamentando la «contrazione della giurisdizione» pensa che «l'informatica si è rivelata la chiave di volta per garantire la prosecuzione di molte attività d'ufficio. Ne è scaturita, almeno in fase embrionale, una nuova cultura dell'amministrazione giudiziaria». Come dice anche il presidente della Corte d'appello di Ancona, Luigi Catelli: «Nel civile, si è ampliato l'uso della telematica». Diverso lo scenario nel penale dove si è «scontata un'evidente arretratezza tecnologica che ha imposto un'affannosa e impetuosa accelerazione, con strappi e disomogenità».

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