Anglotedesco

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domenica 31 gennaio 2021

Le telefonate del Colle a Draghi che impensieriscono Pd e M5S

 


di Ilario Lombardo 

Qualche giorno fa un senatore di Italia Viva, scosso dai dubbi se strappare o no con Matteo Renzi ha chiesto al leader: «Perché dovremmo rinunciare al governo?». La risposta del leader è stata: «Chi ha detto che rinunciamo? Ti assicuro che non rinunceremo. Solo che al posto di Conte ci sarà Draghi. Ti dispiace?». Mario Draghi, l'ex presidente della Banca centrale europea, è sempre lì, al confine tra il sogno di chi lo evoca come salvatore della patria e la realtà della politica come eterna incompiuta. Se ne parla, se ne riparla da mesi. Ma solo adesso le voci hanno fatto spazio a indizi che portano a qualcosa di ben più concreto. Ci sono state telefonate. Tante telefonate. Lo ha chiamato Renzi, ma soprattutto lo ha sentito Sergio Mattarella appena tre giorni fa. Dal Quirinale precisano che non c'è stata alcuna volontà di sondarlo, che non è quello il senso da ricercare nei colloqui abbastanza frequenti del Presidente della Repubblica con l'ex numero uno della Bce. Sta di fatto che la notizia dei contatti avvenuti nel bel mezzo delle consultazioni ha preso subito a circolare tra tutti i partiti, scoperchiando timori e speranze, a volte mescolate all'interno delle stesse forze politiche. Anche Renzi ovviamente ne è stato informato, e lo considera un passo importante nella sua direzione: portare Draghi al governo, come premier. «Ho già fatto un capolavoro di strategia politica - ha confidato l'ex premier ai suoi parlamentari - Questa sarebbe la degna conclusione». Dal punto di vista dell'ex rottamatore, l'autorevolezza assoluta di Draghi darebbe una giustificazione logica a un'operazione che finora la stragrande maggioranza dei cittadini considera motivata da spietato cinismo, perché realizzata con l'Italia stremata dal virus. Secondo una fonte di Iv molto vicina a Renzi, che chiede l'assoluto anonimato, nelle ultime quarantottore ci sarebbero state due novità importanti. La prima: una disponibilità, condizionata, di Draghi. La seconda: la possibilità di un appoggio esterno della Lega a un eventuale governo del presidente, istituzionale, guidato dal banchiere. Il leader di Iv si sente spessissimo con lui, e da un anno lo assedia con la proposta di portarlo a Palazzo Chigi. Non è il solo. Lo ha fatto anche il leghista Giancarlo Giorgetti e questa suggestione ha cominciato a farsi largo tra i vertici del M5S. Forza Italia è in prima fila da mesi, e una fonte autorevole di Fi conferma il progetto condiviso con Renzi: Draghi al governo, sostenuto da Silvio Berlusconi e, fuori dalla maggioranza, dalla Lega. È il compromesso concesso da Matteo Salvini, lacerato dai dubbi di lasciare a Giorgia Meloni tutto lo spazio dell'opposizione sovranista, ma anche pressato dal Carroccio e dalla vecchia guardia del Nord preoccupata dal collasso economico delle imprese. Per Draghi è condizione minima per poterci pensare: avere una maggioranza solida, larga abbastanza da metterlo al riparo dai ricatti dei singoli partiti che prima o dopo romperebbero in nome del consenso. In un primo momento, viste anche le perplessità di Draghi, sembrava che la formula più digeribile dai partiti secondo Renzi fosse nominare Marta Cartabia presidente del Consiglio e Mario Draghi ministro del Tesoro, con il mandato specifico di realizzare il Recovery plan. È il punto sul quale ha insistito Renzi dopo le consultazioni dell'esploratore Roberto Fico: «Come spendere i duecento miliardi di fondi europei, che sono soldi dei cittadini di oggi e di domani». Chi meglio di Draghi?, ripete Renzi. Sarebbe una sorta di superministro di scopo, e lo lancerebbe come il favorito nella partita al Colle. Da quanto avrebbe confidato ieri ai suoi Renzi, però, Draghi avrebbe rinunciato alle proprie riserve. «E' pronto a fare il presidente del Consiglio» è la certezza del senatore fiorentino, della quale ha parlato anche a un ministro del Pd.Sin dal primo giorno di questa crisi, alla segreteria nazionale di Nicola Zingaretti sanno che sarebbe questo l'epilogo ideale per Renzi, quello a cui puntava da sempre. Perché il governo istituzionale sarebbe vissuto come un incubo dal Pd, ancora scottato dall'esperienza di Mario Monti, quando il partito rimase quasi da solo a difendere il professore. Meglio allora pensare a un governo politico, guidato da un Pd, Dario Franceschini, o dall'unico grillino che potrebbe farlo, Roberto Fico. Certo, un esecutivo istituzionale non sarebbe semplice da digerire nemmeno per il Movimento. Ma lontano dai riflettori, quando il discorso vira sulla possibilità che si scivoli verso il voto, i 5 Stelle diventano bravi a elencare gli effetti positivi di avere Draghi alla testa dell'Italia.Zingaretti difende Conte anche per difendere il Pd da quella che verrebbe percepita come la completa, indiscussa vittoria di Renzi. E forse per questo il segretario dem continua a insistere sulla possibilità del voto, se Renzi dovesse affogare le speranze di un Conte Ter in un mare di veti (sul commissario straordinario nella battaglia al virus, Arcuri, sul ministro dell'Economia Roberto Gualtieri, sui ministri di Giustizia e Istruzione Alfonso Bonafede e Lucia Azzolina). Di fronte a questa sconfitta, sarebbe preferibile andare presto alle urne, si dicono Zingaretti e Conte. E in quest'ottica di elezioni anticipate, sostengono che il vertice del Pd potrebbe dare l'ok a un governo istituzionale solo fino a giugno. Sempre che convincano i gruppi parlamentari, formati da ex renziani con poche chance di tornare candidabili, a mollare la poltrona. 

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