Anglotedesco

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martedì 26 gennaio 2021

Lo Stato scommette su ReiThera ma l'efficacia resta un'incognita

 


di  Alessandro Barbera 

Sulla statale Pontina, fra un enorme centro commerciale e il parco divertimenti di Cinecittà, c'è la risposta italiana al Covid. Nulla a che spartire con i due miliardi di dollari spesi dagli americano di Pfizer, ma da qualche parte occorre pure iniziare. A credere nel progetto ci pensa come sempre Domenico Arcuri, o meglio la società che continua a guidare (Invitalia) e sede di fatto del commissario all'emergenza coronavirus. Ottantuno milioni di euro per il trenta per cento di Retihera, l'azienda italiana (per inciso: controllata da una società di diritto svizzero, Keires Ag) a pochi chilometri dalla Capitale che sta studiando un vaccino del tutto simile a quello di Astra Zeneca. Se il siero anglo-svedese è stato sviluppato sull'adenovirus dello scimpanzé, quello italiano lo si deve ai gorilla. La fase uno della sperimentazione è stata condotta su un centinaio di persone, e promette bene. Per andare avanti occorrevano fondi, e Nicola Zingaretti - qui nella veste di governatore del Lazio - ha spinto perché arrivassero. Quasi settanta milioni serviranno a ricerca e sviluppo, il resto per ampliare lo stabilimento di Castel Romano. La parte più difficile di un vaccino è però la fase tre. Pfizer, l'unica azienda farmaceutica insieme a Moderna ad avere realizzato finora un vaccino efficace nel 95 per cento dei casi, l'ha provato su quasi 44mila persone. L'assessore regionale Alessio D'Amato dice che occorre crederci, e «puntare all'indipendenza» dai colossi stranieri. Ma sarà davvero così?A sentire le fonti ufficiali, a giugno il vaccino italiano sarà pronto per le autorizzazioni dell'Ema, l'ente regolatorio europeo. E che di lì in poi Reithera sarà in grado di produrre cento milioni di dosi l'anno. A microfoni spenti la realtà suona diversa. Un funzionario pubblico che chiede di non essere citato dice che «se tutto andrà bene» ci saranno «tre, massimo cinque milioni di dosi al giorno a partire dal prossimo autunno». Sergio Abrignani, immunologo e direttore dell'Istituto di genetica molecolare del Policlinico di Milano, la mette così: «Auguro il migliore dei successi a Reithera. Ma si tratta di un prodotto sostanzialmente sovrapponibile a quello di Astra Zeneca, che ha dato risultati apprezzabili ma decisamente meno entusiasmanti dei vaccini americani». I vaccini Pfizer e Moderna, frutto di una sofisticatissima tecnologica denominata Mrna, sono efficaci nel 95 per cento dei casi studiati. Il vaccino sviluppato attorno all'adenovirus dei primati ha un'efficacia di poco superiore al 60 per cento, e solo sulle persone di età inferiore ai 65 anni. «Al crescere dell'età la percentuale scende», dice Abrignani. Avere una risposta precisa non è semplice, anche perché nel frattempo, fra Oxford e Pomezia è stato fatto un errore di misurazione che ha creato molti imbarazzi all'Ema e all'Fda, l'autorità di controllo americana. Il vaccino italiano è ancora lontano da tutto questo. E però Giuseppe Ippolito, direttore dell'ospedale Spallanzani e grande sponsor del progetto, ci tiene a dire che i numeri sui primi cento volontari sono incoraggianti: "Sono arrivati tutti alla fine per la valutazione di sicurezza, e il vaccino non ha avuto nessun evento avverso grave nei primi 28 giorni". Di qui a immaginare che ciò ci renda "indipendenti" da Pfizer o Moderna è purtroppo un'illusione. E' anche per questa ragione che proprio ieri i francesi di Sanofi, finora sponsorizzati dal loro governo e in grave ritardo sulla sperimentazione, hanno annunciato l'accordo con Pfizer per produrre cento milioni di dosi del suo vaccino entro la fine dell'anno. E pazienza per l'orgoglio di Giovanna D'Arco. 

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