Anglotedesco

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venerdì 29 gennaio 2021

Niente strappi e tanta cautela nel Medio Oriente di Biden e Blinken

 


da LA REPUBBLICA del 29 gennaio 2021.Federico Rampini

L’ex stratega di George W. Bush, Karl Rove, accusa Joe Biden di una «corsa verso la sinistra radicale » per i primi atti su economia, ambiente, immigrazione. Ma le prime uscite pubbliche del nuovo segretario di Stato, Antony Blinken, non supportano questa teoria. Il Medio Oriente è un terreno ideale per i primi test della nuova politica estera. Il verdetto: la continuità con Donald Trump prevale sulle rotture. L’ambasciata Usa resterà a Gerusalemme, dove l’ha spostata Trump. La diplomazia di Biden ha raffreddato ogni attesa di un rapido ritorno all’accordo con l’Iran sul nucleare. Ha approvato gli accordi di pace Abramo promossi da Trump fra Israele e gli Emirati. Ha rilanciato l’accusa di "genocidio" per il comportamento della Cina verso gli uiguri, minoranza islamica la cui sorte è seguita con attenzione in Medio Oriente. Perfino la decisione di sospendere alcune vendite di armi all’Arabia Saudita e agli Emirati (F-35 e missili), è stata ridimensionata dal Dipartimento di Stato che la spiega così: «Routine, atto dovuto, normale riesame dei dossier come avviene ogni volta che c’è un’alternanza di governo». Niente strappi e tanta cautela. Forse perché il Medio Oriente — con la Cina — è uno dei terreni sui quali la politica estera di Trump non è stata condannata in toto dai democratici. Biden si trova in sintonia anche sui ritiri di truppe da Afghanistan, Iraq e Somalia, decisi o annunciati dal suo predecessore. Quando era il vice di Obama, Biden fu tra i più tenaci oppositori di quel surge con cui il Pentagono aumentò la presenza militare in Afghanistan.

L’Iran è un dossier caldo su cui Biden vuole procedere con la massima prudenza. «Il presidente è stato chiaro — dice Blinken — se l’Iran torna a rispettare i suoi impegni e le sue obbligazioni in base all’accordo, gli Stati Uniti faranno lo stesso». Il nuovo segretario di Stato non ha esitazioni ad accusare Teheran di «non stare ai patti», in particolare dopo la ripresa dell’arricchimento dell’uranio. Ma perfino qualora gli iraniani dovessero fermare l’arricchimento, Blinken spiega che si tratta di «usarlo come una piattaforma per migliorarlo insieme ai nostri alleati». Ci sono questioni non contemplate dall’accordo nucleare — il riarmo missilistico, l’appoggio alle attività terroristiche in Libano e Siria — su cui Biden e Blinken vogliono costringere Teheran a nuove concessioni.

Il Medio Oriente è uno dei temi discussi ieri nella prima telefonata fra Blinken e Luigi Di Maio. La Farnesina riferisce che «i due ministri hanno fatto delle eccellenti relazioni bilaterali, soffermandosi sui principali dossier di comune interesse, tra cui la Libia, la cooperazione Nato, il contrasto al terrorismo, il caso Navalnyj e i rapporti con la Russia». Per l’Italia è urgente verificare quali posizioni prenderà l’Amministrazione sulla questione libica. Trump e il suo segretario di Stato Pompeo non andarono al di là di appoggi verbali alla posizione italiana. Considerando l’intervento militare in Libia come uno dei peggiori errori della politica estera di Obama, Trump-Pompeo ritenevano di doversene occupare il meno possibile. Catturare l’attenzione della nuova squadra americana alla Casa Bianca e al Dipartimento di Stato non sarà facile: l’Italia è presidente di turno del G20 ma Blinken non può sapere quale governo italiano gestirà quel summit, né se sarà ancora Di Maio il suo interlocutore fra qualche settimana. Ad un governo americano fresco di insediamento, l’Italia ne presenta uno dimissionario.

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