Anglotedesco

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giovedì 28 gennaio 2021

Piazza San Carlo, condannata Chiara Appendino



di Irene Famà e Giuseppe Legato 

Avrebbe dovuto essere la «custode della città», garantire la sicurezza dei torinesi. Secondo il Tribunale non lo ha fatto. Questa l'accusa alla sindaca di Torino Chiara Appendino finita a processo per i tragici fatti del 3 giugno 2017 in piazza San Carlo e condannata ieri a un anno e sei mesi di reclusione per disastro, omicidio e lesioni colpose. Stessa condanna anche per l'ex capo di gabinetto Paolo Giordana, l'ex questore Angelo Sanna, il dirigente di Turismo Torino (l'agenzia che prese in carico la creazione dell'evento) Maurizio Montagnese ed Enrico Bertoletti, un professionista che si occupò di una parte della progettazione. Tutti quanti ritenuti colpevoli di disorganizzazione. O meglio: in quell'evento ognuno ha agito senza preoccuparsi di ciò che faceva l'altro. In primis colei che la città avrebbe dovuto custodirla. «C'è un sindaco che paga per un gesto folle di alcuni ragazzi che sono già stati condannati in appello» dice Appendino, al termine dell'udienza, assistita dagli avvocati Luigi Chiappero ed Enrico Cairo. Per sei volte, nel capo d'imputazione, viene accusata di aver omesso comportamenti di legge che avrebbero potuto impedire la tragedia. Sì, all'origine di tutto c'è una rapina. Quattro giovani, per rubare collanine d'oro tra la folla, avevano spruzzato spray urticante tra i tifosi accorsi in città. Loro scatenarono il panico sotto il maxischermo della finale di Champions League Real Madrid - Juventus, provocando la fuga collettiva di migliaia di persone, che si calpestarono, si schiacciarono a vicenda contro transenne e palazzi. Oltre 1.600 i feriti, due i morti. Ma le catenine strappate dal collo di alcuni tifosi non bastano a spiegare quella tragedia. A giudizio è finita tutta la macchina organizzativa che - tra carenze, omissioni e sottovalutazioni - è stata giudicata inadeguata a una manifestazione di tale portata a cui parteciparono 40mila persone, senza vie di fuga, in una piazza che in una notte si è trasformata in una colossale trappola. La sindaca, scrive il procuratore aggiunto Vincenzo Pacileo nel capo d'imputazione, «non avrebbe consentito un'organizzazione meditata, completa ed efficiente, particolarmente sotto il profilo della sicurezza per l'incolumità pubblica». Evento organizzato in soli quattro giorni. Eppure Appendino ha «consentito che venissero rilasciate l'autorizzazione all'occupazione temporanea del suolo pubblico nelle piazze auliche e allo svolgimento di pubblico spettacolo». L'autorizzazione è uno dei temi centrali. A parere della Procura, sarebbe stata concessa senza che aver acquisito preventivamente il «parere obbligatorio e vincolante della Commissione provinciale di vigilanza». Un'autorizzazione «illegittima» dice il pm. Appendino avrebbe dovuto annullare la manifestazione. Non lo fece. Anzi commise una serie di omissioni. Ad esempio vietare «con ordinanza non contingibile e urgente, la limitazione di orari di vendita, anche per asporto, e di somministrazione di bevande alcoliche e superalcoliche». Il selciato, quella sera, era ricoperto di cocci di bottiglie. Che hanno «cagionato la maggior parte delle lesioni alle persone coinvolte». Quel provvedimento per «prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano l'incolumità pubblica e la sicurezza urbana» non sono stati presi. La sindaca, inoltre, «ometteva di valutare o verificare o far verificare che l'utilizzo della piazza, in relazione all'afflusso di pubblico, fosse stabilito in maniera compatibile con le sue dimensioni ai finii della sicurezza per l'incolumità pubblica». Per l'accusa, insomma, ci fu fretta. Molta. 

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