Anglotedesco

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martedì 19 gennaio 2021

Reincarico,il premier resiste.Due ministri per i responsabili



di Ilario Lombardo

Già oggi Giuseppe Conte dovrebbe salire al Quirinale. Non per dimettersi. Quel che sembra certo è che non vuole compiere questo passo ora. Lo avrebbe fatto, forse, se i numeri del Senato fossero crollati di molto sotto la soglia psicologica fissata sin dal mattino a 155 senatori. Alla fine è andato sopra di uno. La fotografia certo non trasmette solidità, ma per il governo c'è una consolazione: anche considerando virtualmente contrari i sedici senatori di Matteo Renzi che ieri si sono astenuti, la maggioranza reggerebbe. La fiducia in Parlamento era un passaggio dovuto, ma Conte ha sempre saputo che un minuto dopo il voto in Senato si sarebbe cominciato a scrivere un nuovo capitolo della sua singolare biografia politica. Da oggi si entrerà nel vivo delle trattative, sul patto di legislatura, promesso e ripromesso, sull'allargamento della maggioranza e su come dovrà cambiare la squadra di governo. La tormenta è sempre a un passo. È una condanna con cui il presidente del Consiglio fa i conti dal primo giorno a Palazzo Chigi. Ma questa volta potrebbero essere entrambi i principali partiti della sua maggioranza, Pd e M5S, anche se non compatti al loro interno, a spingerlo dove non vuole arrivare. Alle dimissioni, al reincarico, al Conte Ter. Sarebbe la condizione ideale anche secondo i responsabili che ancora restano nell'ombra e che stanno trattando il passaggio dei propri voti alla maggioranza. Conte userà a suo favore la variabile che maneggia meglio: il tempo. Gli viene in aiuto il decreto Ristori che il Consiglio dei ministri dovrebbe licenziare entro questo fine settimana. Da Palazzo Chigi parlano di almeno dieci giorni, se non due settimane, per mettere un punto ai negoziati. Molti dem e grillini spingono per fare prima, per evitare il pantano e il traccheggiamento, il continuo rinviare che raffredderebbe i bollori di questa crisi. Chi vuole il terzo mandato vuole nuovi equilibri. Vuole cambiare i ministri e i rapporti di forza nel governo, giocando sulle debolezze del premier e sulle frustrazioni di chi è rimasto fuori. Inoltre, senza il passo indietro formale e un nuovo giuramento di Conte per il terzo mandato, è quasi impossibile convincere i ministri attualmente in carica a dimettersi per un cambio. L'avvocato ha una controproposta in tasca, adattabile a seconda delle circostanze: salire al Colle e gettare le basi per un rafforzamento della squadra, «anche corposo». Attenzione, continua a evitare di usare la parola rimpasto. Perché il suo schema prevederebbe di aumentare i posti a disposizione fino a 70 - tra ministri e sottosegretari - attraverso un decreto. Poi potrebbe tirare fuori altri tre dicasteri dallo spacchettamento di Trasporti/Infrastrutture, Cultura/Turismo e Sport/Giovani. Sono tre poltrone in più. Infine ha in mano i due ministeri lasciati vacanti da Italia Viva. E di due ministeri avrà bisogno per accontentare i costruttori che hanno ceduto al suo appello o si faranno avanti nei prossimi giorni. Di sicuro, uno andrà al gruppo di Bruno Tabacci alla Camera, dove si sono raccolti diversi ex M5S. Un altro - si parla di Agricoltura o Trasporti -per Riccardo Nencini, che ieri ha strappato con Iv alla seconda chiama. Da qui in avanti l'apporto del leader del Psi potrebbe diventare cruciale, se trascinerà con sé quella pattuglia di senatori necessaria a colmare la distanza che manca per raggiungere la maggioranza assoluta di 161. E se metterà a disposizione il suo simbolo per la nascita di un gruppo legato ai valori del socialismo europeo. Nel frattempo, però, una terza casella ministeriale sarà riservata ai centristi dell'Udc, con i quali il tavolo delle trattative resterà aperto. Se decideranno di passare con giallorossi avranno anche un gruppo da far lievitare fino a renderlo un partito di ispirazione cattolico liberale, nome provvisorio: i Popolari d'Europa. Su questa strategia il premier può contare sul migliore degli alleati, il capodelegazione del Pd Dario Franceschini, cultore della stabilità e da ieri ancora più convinto che meno si tocca la squadra dei ministri meglio è. Franceschini è preoccupato come Conte dagli scricchiolii che provengono soprattutto da un lato della maggioranza: «Appena apriremmo il tavolo sul rimpasto, il Movimento rischierebbe di implodere», ragiona da giorni il premier. Basta farsi una chiacchierata alla Camera o al Senato, parlarne con ministri, viceministri e sottosegretari, per capire che è davvero così. Tra i grillini c'è molta insoddisfazione su alcuni nomi più di altri: sul sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, sul ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, sulla ministra del Lavoro Nunzia Catalfo. Ma c'è voglia di cambiare anche tra i gruppi del Pd che premono sulla segreteria nazionale di Nicola Zingaretti. Si continua a ipotizzare un passaggio al governo di Graziano Delrio, di Andrea Marcucci e soprattutto del vicesegretario Andrea Orlando, che finirebbe all'Interno se Luciana Lamorgese prendesse la delega ai Servizi segreti, o alla Giustizia se Conte consegnasse in mano a Bonafede il coordinamento degli 007. Tutti incastri faticosi che per un po'potrebbero far dimenticare i numeri risicatissimi in Parlamento . 

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