Anglotedesco

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giovedì 21 gennaio 2021

Sulla giustizia c'è il primo bivio.Rischi se Italia Viva vota contro


di Niccolò Carratelli 

Tra meno di una settimana potrebbe saltare tutto. Lo ripetono in molti, in realtà soprattutto quelli che ci sperano: renziani ortodossi ed esponenti di centrodestra. Il governo senza Italia Viva può andare sotto quando in Parlamento si voterà sulla relazione del ministro Alfonso Bonafede sull'amministrazione della giustizia. Mercoledì alla Camera, dove la maggioranza non sembra correre rischi, probabilmente giovedì al Senato , dove non ci sono certezze, anzi. Basta riprendere i numeri del voto di fiducia di tre giorni fa: 156 sì, 140 no, 16 astenuti, cioè i senatori di Italia Viva. Che la prossima settimana si dicono pronti a bocciare la relazione di Bonafede. «Votiamo contro», ha già annunciato Matteo Renzi, che ancora non ha digerito le infinite polemiche sulla riforma della prescrizione e la sofferta decisione dello scorso maggio: Italia Viva salvò controvoglia il ministro della Giustizia dalla mozione di sfiducia del centrodestra. Ora «non ci sono più vincoli», ha avvertito l'ex premier, mentre il suo capogruppo a palazzo Madama, Davide Faraone, ha confermato che «sulla riforma di Bonafede non pensiamo nulla di buono». Di certo, un appuntamento considerato più che altro burocratico, ora assume un peso politico, per la crisi latente e, soprattutto, per precisa volontà di Renzi. Il leader di Iv, di fronte al rischio di veder andare via anche un fedelissimo come Luigi Marattin, ieri ha rilanciato l'apertura a Conte: «Lasci il baratto e torni alla politica, sono pronto al compromesso». Mossa tattica da spendere di fronte ai gruppi parlamentari, riuniti di nuovo ieri sera. L'ex premier considera la relazione di Bonafede un'occasione per tenere compatti i suoi su un tema, quello della giustizia e del garantismo, molto sentito. E fortemente identitario anche per Forza Italia: improbabile che i senatori azzurri aspiranti "costruttori" decidano di smarcarsi proprio votando a favore di Bonafede. Luigi Vitali, uno di quelli «contattati per passare», lo ha escluso: «Non posso sostenerlo, abbiamo due concezioni della giustizia completamente diverse». E i due Udc aperturisti, Paola Binetti e Antonio Saccone? Difficile aspettarsi il grande passo subito dopo le dimissioni del loro segretario, Lorenzo Cesa, indagato dell'inchiesta sui rapporti con la ndrangheta. Allora dove li prendono i voti Conte e Bonafede? Non da Mario Giarrusso, ex 5 stelle che ha detto no alla fiducia, uno che apre di mattina e chiude di sera, ma assicura che «sulla relazione di Bonafede voterò assolutamente contro, non mi piace per niente». Si fa più ardua l'impresa del capo dei "costruttori", Bruno Tabacci, anche ieri impegnato in incontri e lunghe telefonate nei corridoi di Montecitorio. Sono stati visti fermarsi con lui i senatori ex 5 stelle De Falco e De Bonis (già entrati in maggioranza) e alcuni deputati di Forza Italia, tra cui un democristiano doc come Gianfranco Rotondi. Si professa ottimista in pubblico, Tabacci, ma poi ammette che formare i nuovi gruppi parlamentari è più difficile del previsto: al Senato, ad esempio, i renziani in uscita puntano a tornare nel Pd, non certo a entrare nella squadra centrista. Necessaria, però, per riequilibrare i rapporti di forza nelle commissioni. A oggi, sulla relazione di Bonafede i voti contrari potrebbero essere 156, come i favorevoli, tra i quali i tre senatori a vita (Monti, Cattaneo e Segre). Decisivi per il pareggio, che comunque significherebbe sconfitta. Un salto nel vuoto che potrebbe essere attutito con assenze strategiche oppure se Bonafede decidesse di rimettersi all'aula, senza appoggiare una risoluzione di maggioranza, come se non fosse affar suo: una soluzione possibile a livello regolamentare, insostenibile politicamente.

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