Anglotedesco

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venerdì 22 gennaio 2021

Timori per il Guardasigilli:"Dovrà esser super garantista"


di Fabio Martini 

In queste ore la domanda di Giuseppe Conte agli interlocutori più fidati scatta puntuale: «Ma il Pd? Cosa vuole fare il Pd?». Nel suo studio a palazzo Chigi, il presidente del Consiglio in queste ore indugia spesso con i suoi interlocutori sulle intenzioni dei Dem. Certo, Conte parla ogni giorno con i capofila del partito, con Nicola Zingaretti, Goffredo Bettini e Dario Franceschini, ma ogni tanto fatica a decrittarne i messaggi in codice. Anche se l'incognita più grande che il presidente del Consiglio vede davanti a sé ha un nome antico: i conti non tornano. Al Senato due dati fanno paura. Il primo: dopo giorni e giorni di "caccia grossa" ai responsabili, alla fine hanno passato il Rubicone un numero risibile di senatori: tre. Ma il dato che preoccupa di più è un altro: in queste ultime ore il "porta a porta" con i singoli senatori avanza ma non produce lo sfondamento atteso. E questo diventa un signor problema in vista di mercoledì, quando il Guardasigilli, Alfonso Bonafede, esporrà al Senato la sua relazione sullo stato della giustizia. Quel giorno alcuni dei senatori supporter di Conte potrebbero defilarsi, con effetti rischiosissimi. Il socialista Riccardo Nencini molto difficilmente potrà votare una relazione "giustizialista". E così la ex berlusconiana Mariarosaria Rossi, vicinissima a Berlusconi e fresca supporter del governo: non a caso ieri la senatrice neo-contiana ha avuto l'onore di essere ricevuta a palazzo Chigi dal presidente del Consiglio in persona. Conte lo sa: una bocciatura di Bonafede potrebbe avere effetti esiziali sul suo governo. Ecco perché - e questa è la vera novità delle ultime ore - a palazzo Chigi chiederanno al Guardasigilli una relazione soft, senza sottolineature giustizialiste, con un approccio meno ideologico sulla questione della prescrizione. Obiettivo: disarmare gli argomenti dei garantisti di Italia Viva e di Forza Italia e anzi fornire a tutti i pontieri e ai tentennanti i pretesti per votare a favore di Bonafede, preparandosi a mettere in piedi la nuova maggioranza. A Palazzo Chigi intuiscono che con un Bonafede che si presentasse con gli stessi argomenti del 2020, il rischio flop sarebbe altissimo: il 28 gennaio 2020, con Italia Viva in maggioranza, il Guardasigilli ottenne per la sua relazione 146 sì, una quota che oggi lo porterebbe alla sfiducia. Ecco perché fonti di governo fanno sapere che in queste ore il rischio di andare ad elezioni si fa sempre più probabile. Una sensazione alimentata dalla grande confusione in atto, ma anche un messaggio messo in circolazione per terrorizzare i parlamentari Cinque stelle, preoccupati di non essere rieletti. Le stesse fonti di governo fanno sapere che Matteo Renzi sta tenendo i suoi gruppi parlamentari, che con lui non si torna e che il rischio vero è una spaccatura all'interno dei Cinque stelle. Terrorismo sparso ad arte? Il presidente del Consiglio ha capito la vera novità che sta maturando dentro al Partito democratico: lo spiraglio a Renzi. L'ha espressa il presidente dei deputati, Graziano Delrio, in un'intervista al Foglio: «Lavoriamo ad un allargamento vero della maggioranza», ha dichiarato. Riaprire a Renzi, ma con giudizio. Mette in chiaro Enrico Borghi, l'uomo del Pd nel Copasir e interprete dell' "anima" del gruppo Camera: «I veti incrociati non fanno bene a nessuno. Soprattutto non fanno bene al Paese». Ma Conte su Matteo Renzi non ci sente. La rottura personale resta profonda. Tuttavia il premier ascolta chi gli dice che i canali formali - eventualmente - si possono riaprire con i gruppi parlamentari, con le due ex ministre, che gli hanno spedito una lettera, rimasta per ora senza risposta. Se ne riparlerà, forse, dopo mercoledì. 

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