Anglotedesco

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martedì 26 gennaio 2021

Zingaretti: noi con il premier .E mette ai voti la linea Le tensioni dentro il partito

 


da IL CORRIERE DELLA SERA del 27 gennaio 2021.Tommaso Labate

«Il nostro sostegno a Conte è fuori discussione. Per ora non esistono altri nomi». Quanto siano cronologicamente estesi i confini di quel «per ora» — che rimbalza nei messaggi tra il dimissionario presidente del Consiglio e i piani alti del Nazareno — lo si comincerà a intuire già oggi, dal tono degli interventi nella direzione del Pd convocata per questa mattina. Ma è un fatto, ormai, che per i democratici la linea «o Conte o morte», portata avanti nell’ultima settimana, non esiste più. Come non esiste più alcuna preclusione nei confronti del ritorno in maggioranza di Matteo Renzi, che rientra tra quegli «europeisti» di cui i big del partito parlano nelle dichiarazioni ufficiali.

La delegazione guidata da Nicola Zingaretti si presenterà domani al Quirinale dando un’esplicita indicazione a favore del premier uscente e, fosse per il Partito democratico, anche rientrante. Il segretario lo dirà chiaro e tondo oggi nella sua relazione: «Conte ter e allargamento della maggioranza agli europeisti». Una relazione che, visto che tra i democratici s’è fatta largo una pericolosa rincorsa alla sfumatura e al distinguo, sarà messa ai voti. Chi voterà contro Conte, voterà anche contro il segretario, che rincorre quel «patto di legislatura» con tanto di garanzie per arrivare in fondo, al 2023: una legge elettorale proporzionale, alleanze alle amministrative con il Movimento Cinque Stelle, riforma elettorale proporzionale, su tutte.

Ma il perimetro della maggioranza del Conte ter è già oggetto di discussioni interne. Zingaretti e la componente più governista del partito spingono sull’acceleratore della ricerca dei «responsabili» in Senato, per fare il modo che il partito di Renzi diventi aritmeticamente ininfluente. Non a caso, dallo stesso segretario al vicesegretario Andrea Orlando, tantissimi grossi calibri del partito hanno alzato più volte il telefono per sondare le intenzioni dell’ex ministro Gaetano Quagliariello. Senza risultati, per adesso.

Poi c’è la corrente di Base riformista, che raccoglie gli ex renziani, a cominciare dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini. Ciascuno dei big dell’area nega di voler sottoscrivere la frase messa a verbale ieri dal capogruppo al Senato Andrea Marcucci, quel «Conte sì ma non a tutti i costi». E tutti sono molto distanti dalle posizioni di Tommaso Nannicini, che non sarebbe contrario a imboccare la strada che porta a un esecutivo guidato da Luigi Di Maio o Stefano Patuanelli. Ma quando distinguo e sfumature superano il livello di guardia, e le posizioni individuali si moltiplicano, allora è il segno che la previsione consegnata da un ministro uscente potrebbe realizzarsi presto: «Renzi proverà a dividere sia noi che i 5 Stelle. Ma mentre loro hanno difficoltà ad accettare un premier pd scaricando Conte, noi non possiamo reggere su un premier M5S. Quindi Matteo può riuscire nell’intento di dividere noi o loro. Ma non tutti e due contemporaneamente».

Al Nazareno fissano il cronometro a venerdì. Se entro quella data Mattarella avrà reincaricato Conte, allora la strada del Conte ter si fa in discesa perché vuol dire che i numeri della maggioranza assoluta sulla carta ci sono già. Se invece la crisi andasse ai tempi supplementari, allora cambia tutto, anche per il Pd. Il «Conte o morte» non esiste più, la pistola del voto anticipato si è rivelata scarica. E visto che la dialettica col premier dimissionario vive di alti e bassi, ecco che i democratici avrebbero già calato sul tavolo delle trattative riservate l’unica vera richiesta «nuova» sulla composizione del governo. Quale? Il posto da sottosegretario alla presidenza del Consiglio, per il quale sarebbe in prima fila Andrea Orlando. Una marcatura a uomo, come aveva fatto Matteo Salvini all’epoca del Conte 1 con Giancarlo Giorgetti. Se con gli stessi esiti, solo il tempo lo dirà.

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