Anglotedesco

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domenica 28 febbraio 2021

GIUSEPPE REMUZZI:«Sputnik sicuro e ora ci serve»




 da IL CORRIERE DELLA SERA del 1 marzo 2021.Intervista di Cristina Marrone

Cinquecentomila dosi al giorno. «Per fare il salto di qualità nella lotta al virus» sono questi i vaccini da fare. A sostenerlo è lo scienziato Giuseppe Remuzzi. Che aggiunge: «Lo Sputnik russo sfiora il 94 % di efficacia, e ora ci serve. Si faccia in fretta a introdurlo».

«Per fare il salto di qualità nella lotta al virus bisogna organizzarsi con almeno 500 mila dosi giornaliere» sostiene Giuseppe Remuzzi, nefrologo, direttore dell’Istituto di Ricerche farmacologiche Mario Negri.

Come va organizzata la campagna di vaccinazione?

«Serve un’unica regia centrale. Vanno coinvolti Protezione civile ed Esercito per puntare ai grandi numeri. Non significa che i medici di base o le farmacie saranno esclusi: ogni aiuto in più è prezioso».

Dove vaccinare?

«In grandi spazi come palestre, palazzetti dello sport, teatri che Regioni e Comuni potranno mettere a disposizione. L’Esercito può costruire in poche ore strutture mobili, come quelle utilizzate dopo un terremoto o un’alluvione».

A chi affidare le iniezioni?

«In ogni struttura deve esserci un medico in grado di affrontare i rarissimi effetti collaterali gravi. Le iniezioni possono farle infermieri, ma anche specializzandi che già hanno una retribuzione. Per loro sarebbe un’esperienza formativa di cui andare fieri».

Lei è favorevole a una singola dose, come mai?

«Per ragioni tecniche e pratiche. Che sia chiaro, il richiamo va fatto, il punto è quanto presto. Le ragioni pratiche sono che abbiamo pochi farmaci: se immunizziamo tutti gli over 80 con tutti i prodotti disponibili togliamo subito la pressione sugli ospedali, tagliando l’80% dei pazienti in terapia intensiva e abbattendo i decessi. Per ragioni tecniche perché tutti i vaccini approvati funzionano nelle cose che contano: evitano la malattia grave e la morte».

Per vaccinare gli over 80 con tutti i prodotti intende anche con AstraZeneca?

«Sì. Un lavoro appena pubblicato in Scozia che ha studiato 5,4 milioni di persone ha evidenziato che la prima dose Pfizer è stata associata a un’efficacia dell’85%, mentre la prima dose di AstraZeneca a un’efficacia del 94% tra i 28 e i 34 giorni dopo la somministrazione, anche in chi ha più di 80 anni con patologie come obesità, diabete, ipertensione, malattie cardiovascolari o precedenti malattie respiratorie che sappiamo espongono a maggior rischio di morte».

I dati pubblicati dal «Nejm» indicano però che il vaccino Pfizer protegge dalla malattia al 57% con prima dose e al 94% con seconda dose.

«Noi siamo abituati a discutere come se l’efficacia del 90% fosse la normalità, ma non è così. Guardiamo al vaccino contro l’influenza che protegge in media del 50%: tutti quelli che si vaccinano, anche se si ammalano, sono protetti dalle forme gravi».

Non sappiamo ancora però quanto durerà l’immunità indotta dal vaccino.

«I dati scozzesi ci indicano una protezione di almeno un mese, ma se guardiamo gli studi che si sono susseguiti su quanto dura l’immunità dei guariti da Covid-19 possiamo stimare una media di sei mesi. Improbabile che un vaccino protegga per un tempo inferiore. Per essere prudenti dimezziamo e arriviamo a fare un richiamo dopo tre mesi. Per AstraZeneca è già così. Vaccini Moderna ce ne sono pochi. Johnson&Johnson è monodose. Il problema si pone con Pfizer, ma quando arriveranno abbondanti dosi come promesso potremo tornare al protocollo originale che prevede la doppia dose».

Ritardare i richiami può favorire l’insorgere di varianti?

«Si tratta di affermazioni speculative non dimostrate a cui non darei troppa importanza. Le varianti emergono perché il virus si sente sotto pressione: trovando anticorpi e cellule T che lo aggrediscono si modifica per diventare più contagioso. Potrebbe essere addirittura peggio con la seconda dose ravvicinata perché si creano più anticorpi».

Arriverà in Italia Sputnik?

«Ne abbiamo bisogno, credo che i documenti arriveranno presto all’Ema (l’Agenzia europea per i medicinali,ndr). L’efficacia di Sputnik sfiora il 94% e la sicurezza la vediamo con l’alto numero di vaccinati in tutto il mondo. Va fatta l’analisi di conformità delle strutture produttive tenendo conto che gli ispettori non possono pretendere che un vaccino prodotto in Russia o in Cina sia creato da macchine con marchio CE. Quando il prodotto sarà validato dall’Ema mi auguro che Aifa (l’Agenzia italiana per il farmaco, ndr) arrivi all’approvazione in pochi giorni».

Come immagina il futuro dei vaccini in Italia?

«Dobbiamo entrare nell’ordine di idee di produrre vaccini a mRNA, tecnologia versatile che ci servirà anche per preparati oncologici, ma in brevi tempi è irrealizzabile. Mi immagino un unico progetto europeo in cui ognuno mette a disposizione le competenze e le strutture produttive per farci trovare preparati di fronte a nuove epidemie».

Vale ancora la pena puntare su Reithera?

«Se davvero fosse pronto a giugno è un conto, ma se lo fosse a dicembre potrebbe non servire più, e non sarebbe il primo caso».

Palestre e teatri

«Si potrà vaccinare in palestre, teatri e in strutture mobili come quelle post sisma»

ALBERTO VILLANI:"Le aule sicure,il pericolo è fuori.E il prezzo più alto lo pagano gli studenti"



Intervista di Flavia Amabile

Non nasconde l'amarezza Alberto Villani, presidente della Società Italiana di Pediatria e componente del Cts. «Sono avvilito per la mancanza di attenzione nei confronti di bambini e adolescenti. Abbiamo scritto una lettera al presidente Draghi. Speriamo che ci ascolti. Questo è il momento per investire. Se non ora, quando?» In effetti a un anno dall'inizio dei contagi da coronavirus siamo di fronte a una nuova stretta per le scuole italiane. 

Che cosa è mancato? 

«Non si può improvvisare. Le scuole sono vecchie e l'istruzione da anni subisce tagli. Tutto questo non si recupera in un anno se non c'è una programmazione seria e importante». 

Che non c'è stata. 

«Sono state definite regole per il distanziamento, l'obbligo di indossare le mascherine. Che altro avrebbero dovuto fare? Ora che ci sarà la possibilità di investire fiumi di denaro bisogna sapere a che cosa dare priorità e quindi investire in edilizia scolastica, in formazione, educazione sanitaria. Il resto sono chiacchiere, scadentissime pezze a colori da mettere qui e là senza riuscire a risolvere davvero i problemi. Bisogna affrontare una riforma strutturale della scuola italiana altrimenti non ne usciremo mai». 

Con queste scadentissime pezze a colori stiamo per affrontare le varianti. La scuola è ancora sicura come lei ha sempre sostenuto? 

«In un ambiente dove si sta distanziati e si indossa la mascherina non ci si contagia. Ci si contagia fuori. Se fuori aumenta la diffusione i rischi aumentano anche nella scuola ma è l'esterno il problema non la scuola». 

Resta il fatto che il quadro epidemiologico di queste ultime ore si sta aggravando e quindi nelle scuole si rischia di più. Anche nel Comitato tecnico scientifico si sta valutando una stretta. 

«Se la situazione epidemiologica è impegnativa bisogna chiudere tutto. Lo diciamo da mesi. Poi è la politica a dover effettuare le scelte perché solo la politica ha la visione a 360 gradi necessaria per agire». 

E l'orientamento è quello di chiudere tutto, anche le primarie dove i contagi sono alti. 

«Che i virus varino è noto, il virus fa il suo mestiere. Le varianti hanno dimostrato di essere più infettanti e quindi il contagio corre molto di più. Non è una questione di tifoseria ma di analizzare con serietà e poi fare delle scelte. Se la situazione epidemiologica è grave bisogna chiudere». 

Quali conseguenze stanno creando le chiusure sui ragazzi? 

«Ci sono state pesanti conseguenze. Registriamo un aumento dei disturbi psicosomatici con mal di testa, mal di pancia o altri disturbi che non hanno una spiegazione organica. Aumentano l'insonnia, l'ansia e le manifestazioni di malesseri di tipo neuropsichiatrico. Non sono una novità, derivano da anni di disattenzione nei confronti dei bambini ma l'epidemia ha aggravato questa situazione. Occorre intervenire, è il modo migliore per risparmiare in assistenza e favorire la sostenibilità del nostro sistema nazionale».

Allerta contagi: raddoppiano ogni 5 giorni.Da oggi scuola a distanza per uno su tre



di Flavia Amabile 

Il virus ha ripreso a correre e le Regioni hanno ripreso a chiudere gli istituti scolastici nella speranza di frenare i contagi. Oltre 3 milioni di studenti da oggi seguiranno le lezioni da casa, uno su tre: 800 mila bambini della scuola dell'infanzia e primaria, quasi mezzo milione di alunni delle medie e 1 milione e 800 mila studenti delle superiori secondo un calcolo realizzato dal sito Tuttoscuola. Una decisione che riporta l'Italia indietro di mesi ma che appare inevitabile. Alcune regioni sono passate in fascia rossa come Basilicata e Molise e quindi devono spostare a distanza le lezioni nelle superiori e altre hanno anticipato i tempi ed emanato ordinanze restrittive nonostante siano in fasce a rischio non così elevato come in Campania e Puglia.D'altra parte i numeri non lasciano grandi speranze. L'epidemia è di nuovo in fase di crescita esponenziale, come era avvenuto in ottobre, ma questa volta il tempo di raddoppio è più basso: appena 5 giorni contro i 7 di allora, probabilmente per effetto delle varianti del virus SarsCoV2. Un'altra conferma arriva dall'indice di contagio Rt che, dopo avere sfiorato 1 per settimane, ha superato questa soglia in un tempo rapidissimo ed è attualmente pari a 1,1. Lo indicano con chiarezza le analisi di chi segue costantemente l'andamento dell'epidemia in Italia, come il matematico Giovanni Sebastiani, dell'Istituto per le Applicazioni del Calcolo "Mauro Picone" del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Iac), e il fisico Roberto Battiston, dell'Università di Trento. In cifre assolute il bollettino di ieri ha registrato 17.455 i nuovi casi di coronavirus e 192 morti nelle ultime 24 ore in Italia. I dati sono in netta discesa rispetto a due giorni fa, quando erano emersi 18.916 nuovi positivi e c'erano stati 280 decessi. Ma calano drasticamente in un giorno i tamponi, che passano da 323.047 a 257.024. È anche così che si spiega l'aumento del tasso di positività, cioè il rapporto fra i nuovi infettivi e i test, che sale dal 5,8% al 6,79%. Per affrontare quella che secondo molti esperti è la terza ondata il governo sta preparando un Dpcm con una nuova stretta, in particolare per le scuole. »Sarà un marzo difficile», ammette il presidente dell'Emilia Romagna Stefano Bonaccini a "Live non è la D'Urso". Quindi «siamo pronti a ogni restrizione per abbassare la curva », spiega. Il nuovo Dpcm dovrebbe essere firmato tra questa sera e martedì e entrare in vigore dal 6 marzo e avrà durata fino al 6 aprile quindi comprende anche le feste di Pasqua. Tra le principali novità, l'apertura dal 27 marzo di cinema, teatri e sale da concerto, che dovranno seguire precise condizioni anti-Covid. Nelle zone rosse, invece, serrande abbassate per barbieri e i parrucchieri, che invece restavano aperti con i vecchi Dpcm. Bar e ristoranti sempre chiusi in zona gialla dopo le 18 e restano sospese le attività di palestre, piscine, centri natatori, centri benessere, centri termali. Sulla scuola l'idea è di garantire lezioni in presenza alle superiori al 50%, ma dovrebbe restare la discriminante dei colori, declinata non più a livello regionale ma per porzioni di territorio più piccole, come Comuni o Province. Nelle zone rosse, anche se presenti in regioni gialle, la scuola verrà chiusa. Per le zone arancioni e gialle dovrebbero restare i protocolli in uso che consentono la didattica in presenza al 50% per le superiori, anche se non si escludono restrizioni maggiori in base al numero dei contagi, dove si registrano 100 casi a settimane su 100mila abitanti (invece degli attuali 250). Quindi chiusure delle scuole anche le primarie in zona rossa. E in zona arancione con contagi molto alti «si possono prendere decisioni», spiega Bonaccini. Sui congedi parentali retribuiti, invece, l'esecutivo è al lavoro per reintrodurli anche per figli con più di 14 anni, ma c'è anche la valutazione dei casi di smart working per i genitori e altre situazioni particolari come quelle rappresentate da coloro che sono attivi con partita Iva, accogliendo la denuncia arrivata da più parti. 

MARCO CAVALIERI:"Ai guariti unica dose.Quello cinese è promettente"

 



Intervista di Francesco Rigatelli 

«La priorità è garantire subito una dose a tutti i soggetti fragili, ma senza dimenticare la seconda entro quattro mesi per AstraZeneca ed entro due per Pfizer e Moderna». Marco Cavaleri, presidente della task force sui vaccini dell'European medicines agency (Ema), fa il punto sulla strategia per proteggere i cittadini. 

L'Fda americana ha autorizzato il vaccino di Johnson&Johnson e voi? 

«La decisione arriverà entro metà marzo. Gli Stati Uniti hanno dato un permesso d'emergenza di cui noi non disponiamo. La nostra è un'autorizzazione piena, anche se sotto condizione di aggiornamenti, e richiede più tempo. È una garanzia maggiore perché due squadre di agenzie di due Paesi europei diversi analizzano i dati, l'Ema task force che presiedo li rivede e li discute con la casa farmaceutica, il comitato scientifico dove siedono i rappresentanti delle agenzie dei Paesi membri riceve il rapporto finale e decide a maggioranza. Nel contempo dei laboratori verificano fisicamente i vaccini». 

Per questo l'Ema ci mette più tempo? 

«Coordinare le agenzie di 27 Paesi richiede molto lavoro, ma va detto che gli Stati membri potrebbero dare un'autorizzazione d'emergenza mentre preferiscono aspettare l'Ema per dare una maggiore garanzia ai cittadini. Il Regno Unito quando ha permesso AstraZeneca era ancora in Ue». 

Il vaccino di Johnson&Johnson funzionerà con una dose? 

«Sì, secondo la casa farmaceutica con un'efficacia del 66 per cento, ma sul campo potrebbe arrivare all'80. Stanno sperimentando anche la seconda dose nel caso l'immunità finisse troppo presto».

Quali altri vaccini sono in via di approvazione? 

«I prossimi potrebbero essere l'americano Novavax a maggio e il tedesco Curevac a giugno, entrambi promettenti e con due dosi». 

Il russo Sputnik ha chiesto l'approvazione? 

«Ha inviato dei dati con un'interazione positiva, ma non ancora un dossier completo secondo gli standard dell'Ema». 

Ritarda perché nel caso lo approvaste avrebbe problemi di produzione a rifornire tutta Europa? 

«Li hanno avuti in tanti, ma diciamo che c'è una certa complessità per vedere i loro siti». 

E i cinesi? 

«Per Sinovac ci sono contatti promettenti e se ne valuta l'autorizzazione. Il rapporto con i cinesi è più lineare di quello con i russi, perché comprendono meglio la necessità dell'Ema di verificare le analisi sulla qualità del vaccino». 

Qual è stato invece il problema con AstraZeneca? 

«L'interpretazione dei loro dati clinici, a causa di una sperimentazione frammentata dovuta al fatto che puntavano a una dose sola. Così pure ci sono state discussioni sulla produzione, poi risolte. Ora si può considerare un vaccino che protegge oltre le aspettative. Con la seconda dose dopo 4-12 settimane copre al 60 per cento, mentre aspettando si ha la sensazione diventi più efficace, ma non ci sono ancora dati precisi». 

E con una dose sola? 

«In particolare nel caso di AstraZeneca si può ritardare la seconda dose, ma non eliminarla. Anche il Regno Unito la recupererà appena le forniture aumenteranno». 

È giusto limitare AstraZeneca agli under 65? 

«L'Ema l'ha approvato per tutte le età, anche se riconosciamo ci siano pochi dati sugli anziani. Se lo studio scozzese venisse confermato si potrebbe dare anche a loro, e intanto ai soggetti fragili under 65, non a insegnanti e forze dell'ordine». Per i guariti può bastare una dose? «Sì, anche se i dati sono limitati». 

Si potrà fare la vaccinazione eterologa, cioè due dosi di vaccini diversi? 

«È una strategia dimostratasi vincente in passato, ma ci sono ancora pochi studi in corso. Non è interesse delle case farmaceutiche portarli avanti e i governi dovrebbero finanziarne di più». 

Servirà una terza dose? 

«Tutte le case farmaceutiche ci stanno lavorando, in particolare per la variante sudafricana. Molto dipenderà dall'andamento della pandemia. Nello scenario di cocircolazione di varianti potrebbe essere necessaria la terza dose per chi si è già vaccinato o un vaccino unico che comprenda più ceppi virali per chi non si è ancora vaccinato». 

State esaminando nuovi impianti per la produzione di vaccini in Italia? 

«Sì ce ne saranno, ma non si può ancora dire quali. In Germania abbiamo appena autorizzato un nuovo stabilimento di Biontech per aumentare la produzione del vaccino con Pfizer». Che idea ha dei ritardi? «È la prima volta nella storia che si trovano vaccini così efficaci in poco tempo e le aziende hanno messo su le produzioni in emergenza, un po' di pazienza». 

Esiste un secondo mercato dei vaccini? 

«Non credo che in questa corsa le case farmaceutiche abbiano energie da dedicarvi. Quello che può succedere è che fuori dall'Ue, penso per esempio al rifiuto di AstraZeneca da parte del Sudafrica, ci siano dei vaccini ordinati e non utilizzati». 

Così l'autonomia territoriale ha frenato il progetto nazionale per le immunizzazioni




di Niccolò Carratelli

Ventisette milioni. Sono le dosi del nuovo vaccino che arriveranno in Italia entro la fine dell'anno. Un milione e 600mila sono invece le dosi di vaccino anti Covid rimaste in frigo, non ancora somministrate. È il 27% del totale di oltre 5 milioni e 800mila dosi consegnate in Italia in questi primi due mesi dell'anno. Ma la giacenza è molto diversa a seconda del vaccino: di quello di Pfizer avanza circa il 10% delle dosi, di quello di Moderna poco meno del 50%, di quello di AstraZeneca addirittura il 73% è ancora al fresco. Per i due vaccini americani, per cui il richiamo previsto è ravvicinato (entro 3 o 4 settimane), c'è una normale quota di "riserva", tenuta appositamente per garantire le seconde dosi. Nel caso di Moderna, che ha numeri complessivi molto marginali (125mila dosi iniettate su 245mila consegnate), ha pesato anche l'annuncio di ritardi nelle forniture previste a febbraio. Il caso di AstraZeneca, invece, è emblematico, perché mette in evidenza cosa non sta funzionando nel piano di vaccinazione. Un milione e 48mila dosi consegnate dall'azienda anglo-svedese nelle ultime tre settimane, poco più di 290mila quelle inoculate fino a ieri. Eppure potevano essere usate tutte subito, senza tenerne da parte nemmeno una, visto che il richiamo è ormai raccomandato dopo 12 settimane e dovrebbero arrivare altri 4 milioni di dosi solo in marzo. Allora perché 750mila dosi di vaccino AstraZeneca non sono state ancora iniettate a chi ha meno di 65 anni? I destinatari non mancano, tra forze armate e personale scolastico, due categorie prioritarie. E la facilità di trasporto e conservazione del vaccino (meglio gestibile degli altri due), avrebbe dovuto ampliare le possibilità di somministrazione. Troppa autonomia La ragione va ricercata nelle pieghe dell'autonomia delle Regioni, che hanno messo a punto loro piani specifici per portare avanti la campagna vaccinale, con differenze troppo marcate per non creare squilibri. «Alcune si sono fatte trovare più pronte a partire con il vaccino AstraZeneca, altre sono ferme al palo», spiega Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe. «Il piano vaccinale nazionale è debole, fornisce solo indicazioni di massima - avverte - le modalità organizzative sono lasciate alle Regioni e questo, in molti casi, è un problema».Succede così che la Toscana abbia già iniettato il 95% delle dosi del vaccino AstraZeneca e la Basilicata nemmeno una. Che nel Lazio comincino oggi le vaccinazioni negli studi dei medici di famiglia (per ora non tante in realtà: 80mila dosi disponibili per 4mila dottori, fanno circa 20 iniezioni a testa) e in Veneto gli stessi medici di base non abbiano ancora toccato palla. E non solo lì: sono una decina le Regioni che, nonostante il protocollo nazionale, non hanno finora coinvolto i medici di medicina generale. Perché le aziende sanitarie sono concentrate nell'organizzare la vaccinazione degli anziani ultraottantenni, è una delle spiegazioni più frequenti. Vera fino a un certo punto, visto i risultati parziale: su 4 milioni e 400mila over 80 da vaccinare, solo 600mila hanno ricevuto la prima dose, meno della metà ha completato il ciclo vaccinale. Del resto, in alcune Regioni gli interessati vengono chiamati per fissare l'appuntamento per l'iniezione, in altre vengono spedite lettere, in altre ancora è il paziente che deve segnalare online la propria adesione. Spesso, a seconda delle aziende sanitarie, sono diversi anche i criteri di inserimento delle persone nelle categorie da vaccinare. Non è detto, insomma, che gli appartenenti a una stessa categoria siano vaccinati nello stesso periodo in tutte le Regioni. Con il rischio che si spinga la famosa autonomia oltre certi paletti: «Un conto è definire un proprio ordine di vaccinazioni all'interno delle categorie di rischio previste dal piano nazionale - dice Cartabellotta - un altro è decidere di cambiare le categorie, anticipandone altre, pensi all'ultima proposta di Bertolaso in Lombardia».Con questa frammentazione, pensare di raddoppiare o triplicare il numero delle vaccinazioni quotidiane, obiettivo del governo Draghi, sembra difficile. A meno di non raddoppiare anche i vaccinatori. Il bando per assumere 15mila tra medici e infermieri, lanciato dal Commissario per l'emergenza, Domenico Arcuri, è stato un mezzo flop: pochissimi infermieri candidati, difficoltà per le agenzie del lavoro nelle assunzioni, molte Regioni ancora aspettano i rinforzi promessi o ne hanno visti arrivare poche decine. I medici di famiglia sono più di 40mila, ma vanno messi nelle condizioni di lavorare. Poi, quasi certamente, si butteranno nella mischia migliaia di medici e infermieri volontari della protezione civile. Del resto la materia prima non dovrebbe mancare: se gli accordi sulle forniture dei vaccini sono su base trimestrale, entro il 31 marzo l'Italia dovrebbe ricevere quasi 10 milioni di ulteriori dosi. Di cui circa la metà sono attese da AstraZeneca, tutte prime dosi, per immunizzare 4,5 milioni di persone. Poi aspettiamo il vaccino di Johnson&Johnson, «alcuni milioni di dosi (6 o 7, ndr) nel secondo trimestre, entro giugno», dice Massimo Scaccabarozzi, presidente di Federfarma e numero uno di Janssen Italia, azienda del gruppo J&J. In tutto 27 milioni di dosi entro fine 2021 e ne basta una per garantire la protezione. Il punto è: avremo la capacità di somministrarle? 

Draghi accentra il piano vaccini.Stop al Far west delle Regioni

 



di Ilario Lombardo 

Sui numeri Mario Draghi ha poco da dire. Il piano dei vaccini che il presidente sta definendo assieme ai nuovi vertici della Protezione civile prevede di moltiplicare le iniezioni che attualmente galleggiano su cifre troppo basse, ma non offre traguardi numerici precisi. Chi lavora nella trincea organizzativa dell'emergenza parla di almeno 300 mila al giorno, ma è più un auspicio che altro. È sul metodo e sulla strategia che invece l'ex banchiere centrale sta concentrando la propria attenzione. Puntando su un obbiettivo, tra gli altri: centralizzare maggiormente il piano a Roma ed evitare il Far West regionale. Per farlo però non dovrebbe ritagliare un ruolo di comando a misura di un solo uomo. L'idea di un coordinatore unico sui vaccini richiesto ieri da Antonio Tajani a nome di Forza Italia non trova sponda a Palazzo Chigi. Draghi non vuole replicare il modello del governo Conte che aveva affidato a Domenico Arcuri uno strapotere nella lotta alla pandemia. Tra qualche giorno il commissario uscirà di scena, e potrebbe finire a occuparsi, in veste di ad di Invitalia, della logistica amministrativo-contrattuale che riguarda dosi, forniture e contratti. La somministrazione del siero non dovrebbe più riguardarlo. Da fonti di governo, si fa notare, tra l'altro, che Arcuri in questi giorni è alle prese con l'inchiesta sullo scandalo delle false mascherine, e a breve dovrebbe essere sentito dalla Procura di Roma per una controverifica sulle rivelazioni degli intermediari sotto indagine. I poteri di Arcuri torneranno maggiormente in capo alla Protezione civile che per volontà di Draghi e su suggerimento del neo-sottosegretario con delega ai Servizi, Franco Gabrielli, è tornata a essere guidata da Fabrizio Curcio. Il presidente vuole che gli uomini dell'emergenza, anche dell'esercito che il ministero della Difesa metterà a disposizione, si muovano in una cornice normativa definita e alla luce della sentenza della Corte costituzionale di 5 giorni fa. La lotta alla pandemia, hanno stabilito i giudici della Consulta, è competenza dello Stato. Cosa vuol dire? Che in questo lungo anno di battaglia al virus il conflitto tra governo centrale e Regioni non aveva ragione di essere se non per una errata interpretazione del federalismo sanitario. La traduzione attuale sui piani vaccinali è la fotografia di una situazione non omogenea, con Regioni che hanno un passo più virtuoso e sostenuto, e altre che invece faticano e non sono nemmeno nell'orizzonte di completare a breve il primo step dell'immunizzazione, quello sugli over 80. Per Draghi la sentenza è una leva per riorganizzare il coordinamento su base nazionale dei piani regionali. L'altra parte della sua strategia Draghi la continua a giocare sul fronte Ue: e riguarda il pressing sulla Commissione affinché spinga le aziende Big Pharma a liberare i brevetti per la produzione domestica e a fermare l'export in caso di accordi non rispettati su dosi e tempi di consegna. Il presidente è intenzionato a frenare quella che considera «una forma di arbitraggio», consentita dai regolamenti, che permettono di dilazionare l'arrivo dei vaccini nel frattempo rivendibili su altri mercati a prezzi maggiorati. La produzione in Italia dei vaccini, e dunque la liberalizzazione delle autorizzazioni, sarà fondamentale per la campagna d'autunno, per evitare nuove ondate. Nel frattempo il governo si augura l'immediato via libera Ue al nuovo vaccino Johnson&Johnson che essendo monodose potrebbe facilitare la campagna della prima iniezione di massa. Tutte le armi diventano importanti. E per Matteo Salvini tra queste c'è il vaccino russo Sputnik. «Perché non usarlo? » insiste il leghista. Dopo Ungheria, Austria, e San Marino, anche la Repubblica ceca ha avviato le trattative con Mosca. Bisognerà capire se l'appello di Salvini non indebolisce i buoni propositi atlantici di Draghi. 

Pierbattista Pizzaballa “Il Papa porterà fiducia nelle terre che l’Isis ha distrutto”

 



da LA REPUBBLICA del 28 febbraio 2021.Intervista Paolo Rodari

Dice che se anche la visita del Papa «non porterà a soluzioni immediate» è comunque «una forte iniezione di fiducia » non solo per l’Iraq, ma anche per la Siria. Francesco, infatti, visiterà le terre distrutte dall’Isis «le cui ferite sono ancora aperte e dolorose» e su cui è pesante l’influenza di Turchia, Iran, Paesi arabi, Russia e in generale dell’Occidente. Pierbattista Pizzaballa, 55 anni, patriarca latino di Gerusalemme, commenta con Repubblica l’arrivo di Francesco (5-8 marzo) in Iraq soffermandosi anche sulla situazione mediorientale dopo l’elezione a Washington di Biden. In Israele l’unica soluzione possibile è quella dei due Stati, spiega: «Non si può dire a 4 milioni di palestinesi che il loro futuro è di vivere ospiti nella loro terra ».

Monsignore, l’Iraq da trent’anni è sotto pressione. Dal 5 all’8 marzo arriva il Papa. Cosa può significare questo viaggio per il Paese?

«Ha una grande importanza per tutto il Paese e soprattutto per la comunità cristiana. L’Iraq ha bisogno di tutto, ma soprattutto di essere riconosciuto nella sua dignità. Trent’anni di invasioni, capovolgimenti istituzionali, di divisioni settarie, di dittature religiose, corruzione e quant’altro, hanno distrutto il Paese, decimato la popolazione cristiana e rese sempre più flebili le speranze di un reale cambiamento e della possibilità di mettersi questo orribile passato alle spalle. La visita del Papa è una forte iniezione di fiducia e di riconoscimento. Certo, non cambierà nulla nella situazione politica e non porterà soluzioni immediate, ma sarà un grande incoraggiamento per tutti, in particolare per ciò che resta della comunità cristiana, ridotta di due terzi e bisognosa più che mai di una parola di sostegno».

Si può dire che con questo viaggio Francesco vuole dare un messaggio politico a Siria e Iraq insieme? Per l’Isis quel territorio sembra essere unico. È così?

«Certamente. La tragedia dell’Isis ha coinvolto pesantemente i due Paesi. La Siria, forse, è in una situazione ancora più grave dell’Iraq. Il Papa visiterà le terre e le chiese distrutte dall’Isis, che ha lasciato dietro di sé macerie fisiche e umane enormi. Visitando quei luoghi ancora solo parzialmente ricostruiti, manderà un messaggio di fiducia anche ai siriani, le cui ferite sono ancora aperte e dolorose».

Ma manderà anche un messaggio di sfida a chi ha fatto dell’islam una religione di estremisti. È d’accordo?

«C’è in una certa parte dell’Islam un insegnamento a considerare il non musulmano come realtà minore. I movimenti estremisti si nutrono di quell’insegnamento. I movimenti islamici oggi sono in forte crisi, soprattutto in Siria ed in Iraq, dove hanno portato solo macerie e morte. All’interno delle comunità islamiche ci sono oggi molte divisioni e dibattiti su questi temi. L’Incontro di Abou Dhabi tra papa Francesco e l’Iman Al Tayyeb mostra anche che vi è un’anima desiderosa di confrontarsi serenamente con tutti. In Giordania abbiamo esperienze simili. È su questo che dobbiamo puntare, anche se non dobbiamo farci illusioni di cambiamenti repentini».

Su Libano e anche Siria pesano a suo avviso le interferenze del presidente turco Recep Tayyip Erdogan?

«Non c’è dubbio. Forse più Siria che Libano. Ma non è solo la Turchia ad essere presente. Sono tanti gli attori esterni in questa regione. Iran, Paesi arabi, Russia, Occidente... Sono però anche convinto che i Paesi esterni avrebbero molta più difficoltà ad interferire, se questi Paesi fossero internamente uniti e solidali. Sono le divisioni interne a permettere l’interferenza esterna».

In generale il Medio Oriente vive ancora una stagione di instabilità. In Israele la soluzione dei due Stati resta ancora quella migliore secondo il suo punto di vista?

«Per quanto tecnicamente sempre più difficile da realizzare, resta l’unica soluzione idealmente possibile. Non si può dire a 4 milioni di palestinesi che il loro futuro è di vivere ospiti nella loro terra».

Ritiene che il cambio alla guida dell’amministrazione a Washington possa giovare ai processi di pace?

«Come ho già detto, la comunità internazionale può aiutare e sostenere, ma non può sostituirsi agli attori principali. Se le parti in causa, sia nella questione israelo-palestinese, che in Iraq, non saranno in grado di confrontarsi seriamente e serenamente, anche la migliore amministrazione americana non potrà fare molto».

Il giallo sul divieto Onu: in missione niente pistole e giubbotti anti proiettile




da LA REPUBBLICA del 28 febbraio 2021. di Vincenzo Nigro

«Non abbiamo nessun motivo di ritenere che le Nazioni Unite non vogliano collaborare pienamente con le inchieste che le istituzioni italiane hanno aperto sulla morte dell’ambasciatore Attanasio e del carabiniere Iacovacci. Il Pam ha ammesso chiaramente che erano sue le responsabilità nell’organizzare la sicurezza del convoglio colpito lunedì scorso…». Alla Farnesina chi lavora all’omicidio di Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci sa che l’odissea è appena iniziata. Il ministero degli Esteri si prepara a seguire nei prossimi mesi non solo lo sviluppo delle procedure giudiziarie, ma tutte le ispezioni interne e internazionali che le amministrazioni italiane e quelle delle Nazioni Unite hanno avviato. «Giustizia verrà chiesta nei tribunali, noi dovremo contribuire alla giustizia ma anche capire quanto accaduto e verificare l’efficienza delle macchine che hanno organizzato la sicurezza», dice uno dei responsabili del ministero.

Fonti del governo si pongono interrogativi che fino ad una settimana fa sarebbero stati assolutamente irragionevoli: «Come è possibile che l’organizzazione del Programma Alimentare Mondiale abbia detto all’ambasciatore che non era possibile portare i giubbotti anti-proiettile? Nel Kivu? Che al carabiniere fosse stato proibito di portare la pistola, indicazione che lui non aveva rispettato, inserendo l’arma comunque nel bagaglio con cui viaggiava?».

Nei giorni scorsi il presidente del Consiglio Mario Draghi è stato aggiornato dal ministro Luigi Di Maio sui dettagli dell’incidente e sui problemi immediati che il triplice omicidio (è stato ucciso anche un autista del Pam) ha provocato all’Italia. Ma da domani alla Farnesina inizieranno a studiare una strategia “politica” per affrontare il confronto con il Pam a Roma e con l’Onu a New York. Qualcuno tra i funzionari ipotizza che possa esserci un momento in cui «lo stesso Draghi potrebbe avviare un’azione “di sensibilizzazione politica” nei confronti del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, per capire come siano state fatte le valutazioni che hanno autorizzato quel convoglio senza scorta». A New York lo UNDSS è un intero dipartimento, un “ministero” che si occupa della sicurezza di tutte le missioni Onu nel mondo. «Lo United Nations Department for Safety and Security è l’organismo che detta le regole e coordina la loro applicazione per tutti gli uffici e le missioni Onu nel mondo», dice a Repubblica un funzionario europeo che lavora per l’Onu. «La questione centrale non è quella della auto blindata o della scorta dell’ambasciatore italiano nella capitale Kinshasa», dice il dipendente Onu, «ma come quella strada nel Kivu possa essere stata considerata percorribile senza scorta pesantemente armata».

Lo Undss è diretto da un “under- secretary for safety and security”, il canadese Gilles Hichaud. Il suo braccio destro è Noirin O’Sullivan, una diplomatica irlandese. Sul sito dell’Onu, l’Undss elenca le sue priorità: oltre a “focalizzarsi sulle soluzioni ed essere innovativi” e a “sviluppare una cultura che enfatizza la sicurezza”, uno dei comandamenti dice: “imparare continuamente”. Di sicuro imparare dagli errori mortali commessi sarà un imperativo.

Inchiesta sull’agguato .Tra Congo e ambasciata le versioni non tornano

 



da LA REPUBBLICA de 28 febbraio 2021.di Giuliano Foschini e Fabio Tonacci 

L’ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere della scorta Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo sono morti per la brutalità dei miliziani che hanno tentato di sequestrarli. E per la superficialità di chi aveva il dovere di vigilare su di loro: il governo del Congo e, soprattutto, il Pam, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite che ha organizzato il viaggio a Goma e Bukavu. In «situazioni di sicurezza allucinanti», come hanno spiegato ai nostri investigatori gli italiani che da anni vivono in quell’area del Congo, una delle più pericolose dell’Africa Centrale. E come sostiene anche la moglie di Attanasio, Zakia Seddiki: «Mio marito è morto perché si è fidato dell’agenzia dell’Onu».

È questo il punto di partenza dell’indagine per sequestro con finalità terroristiche e omicidio aperta dalla procura di Roma che, con i carabinieri del Ros, in queste ore sta unendo i punti per ricostruire i fatti. I pm Sergio Colaiocco e Alberto Pioletti compiono la prima mossa: sono stati chiesti alle Nazioni Unite, al governo del Congo e all’ambasciata italiana tutti gli atti che documentano i protocolli di sicurezza adottati per il viaggio dell’ambasciatore e del carabiniere. Il loro ultimo viaggio.

L’inchiesta si muove su due piani paralleli. Il primo: cercare di capire chi sono gli autori del tentato sequestro e scoprire chi può avere tradito l’ambasciatore. Il secondo — come accadde in quella condotta sui dipendenti uccisi in Libia dell’azienda Bonatti — riguarda, invece, i protocolli di sicurezza. «Inesistenti» dicono i primi accertamenti: il convoglio viaggiava senza una scorta armata, persino senza giubbotti antiproiettili. Su una strada che il Pam aveva classificato come gialla, a medio rischio, ma che, invece, era da considerarsi rossa: una dozzina gli assalti negli ultimi mesi. Tant’è che dieci giorni prima un’altra missione istituzionale, cui hanno partecipato delegati del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ha viaggiato su quella stessa strada scortata da mezzi blindati. E la prova per stabilire con certezza chi si dovesse occupare della sicurezza la si rintraccia in un particolare minimo ma cruciale: quando è arrivato in aereo a Boma, Attanasio e gli altri sono transitati dal varco dedicato alla missione Monusco dell’Onu.

Le bugie

Perché Attanasio e Iacovacci sono stati lasciati soli? E da chi? Il governo del Congo sapeva ufficialmente di quella missione. Era stato comunicato loro una settimana prima, il 15 febbraio. Con la nota verbale numero 229, infatti, l’ambasciata d’Italia aveva chiesto al ministro degli Affari Esteri della Rdc «di poter autorizzare l’accesso alla sala diplomatica dell’aeroporto internazionale di Ndjili » per Attanasio, Iacovacci e il console Alfredo Bruno Russo. Nella nota sono riportati il motivo e data del transito: partenza per Goma il 19 febbraio alle 9 col volo Unhas (il servizio aereo umanitario dell’Onu, gestito dal World Food Programme), rientro mercoledì 24 alle 15.20. Il protocollo di Stato, che prevede anche l’adozione di misure per l’incolumità del diplomatico, si era dunque messo in moto. Ma, si scopre adesso, è stato attivo solo mezza giornata. A prendere per buono un resoconto della Direzione nazionale del protocollo di Stato congolese si apprende che lo stesso 15 febbraio, dopo l’invio della nota verbale, l’ambasciatore italiano si è recato dal responsabile del protocollo per informarlo che il viaggio a Goma era annullato. Di quella nota non c’è traccia. Non è mai arrivata. «È bizzarro — ragiona una fonte investigativa — che un ambasciatore vada di persona per annullare un viaggio. Ed è stranissimo che Attanasio possa aver fatto una cosa del genere: da quello che sappiamo, la missione non è mai stata in discussione».

Il giallo dell’aeroporto

C’è poi un’altra circostanza interessante che racconta il governo congolese. «Quando abbiamo saputo che Attanasio era stato ucciso — scrive Sanza Ngoy Katumwe, della Direzione nazionale del protocollo di Stato — abbiamo verificato con l’aeroporto di Ndijili se l’ambasciatore avesse usato la sala diplomatica. Ma i funzionari ci hanno detto che non l’hanno visto imbarcare». Un particolare che è ritenuto cruciale da chi sta lavorando all’indagine italiana: è la prova che Attanasio si era fidato e affidato completamente all’organizzazione dell’agenzia delle Nazioni Unite. Purtroppo.

Patuanelli: “I 5S forza di governo l’ex premier è il leader naturale”




 da LA REPUBBLICA del 28 febbraio 2021Intervista di Annalisa Cuzzocrea

«Giuseppe Conte è il leader naturale del Movimento». Stefano Patuanelli lo dice senza tradire dubbi. Nel nuovo ufficio dai soffitti affrescati, in via XX settembre, il ministro delle Politiche agricole traccia il percorso che – secondo lui – dovrebbero compiere i 5 stelle: una rifondazione guidata dall’ex premier, «l’unico in grado di unirci».

La leadership di Conte è ineluttabile?

«Lo dico non solo per quello che ha fatto in questi tre anni da presidente del Consiglio, ma seguendo un ragionamento che mette al centro il percorso del Movimento in questa legislatura. I 5 stelle sono passati da forza di opposizione a forza centrale su cui costruire tre governi. Questo passaggio non ha un ritorno. Conte ha il profilo giusto per una rifondazione, non per una manutenzione straordinaria».

Cosa intende per rifondazione?

«Il Movimento è nato ufficialmente nel 2009, ma in realtà il progetto dei 5 stelle esisteva – grazie ai meet up - dal 2005. Sono passati 15 anni e abbiamo sempre guardato al futuro. Quindi, quello che c’era va rinnovato. Serve una fase costituente».

Lo dite da un anno e mezzo, avete anche fatto gli Stati generali.

«Un anno e mezzo di pandemia, che ha inciso sulla quotidianità di ciascuno di noi. Abbiamo dovuto pensare all’emergenza».

Serve un capo politico o resiste l’idea dell’organo collegiale?

«Mi sembrano elementi di dettaglio ininfuenti. Quel che conta è che Giuseppe sia centrale».

Se dicesse no?

«Saremo convincenti».

In un’intervista a Repubblica Luigi Di Maio ha parlato del Movimento come forza moderata e liberale, lei aveva invece puntato sul campo riformista. Queste due cose possono stare insieme?

«Non bisogna affezionarsi alle etichette. Io credo che temi come reddito di cittadinanza, salario minimo garantito, blocco dei licenziamenti in pandemia, transizione ecologica, ruolo dello Stato nell’indirizzo delle politiche industriali, siano quelli che contano.La scelta di campo è una conseguenza».

Conferma quindi che il campo per lei è il centrosinistra? Che indietro, con la destra, non si torna?

«Faccio un ragionamento più ampio: perché è caduto il Conte due? Perché Renzi aveva due obiettivi: il primo era non consentire a Conte di occupare uno spazio politico che vuole occupare lui alle prossime elezioni, il secondo rompere l’asse tra M5S, Pd e Leu. Non dobbiamo consentire che questo secondo obiettivo venga raggiunto. È evidente che l’intesa deve rafforzarsi a ogni livello, locale, parlamentare, europeo».

L’intergruppo al Senato ha creato soprattutto malumori.

«Io penso invece che l’intergruppo sia un buon primo passo, ma che ne servano altri».

L’alleanza alle amministrative?

«Certo, le amministrative, ma in generale portare avanti temi comuni. L’obiettivo è migliorare la qualità della vita dei cittadini ed è una cosa che possiamo fare solo se riusciamo a realizzare quel che diciamo».

Parlate tanto di tavoli per le città, ma siete già divisi su Roma.

«Non abbiamo intenzione di rinunciare a Virginia Raggi come candidata, ma questo non significa mettere in discussione il quadro complessivo che ci vede lavorare insieme con Pd e Leu».

Tenterete l’ingresso nel gruppo dei socialdemocratici in Europa?

«Da troppo tempo non abbiamo una casa europea. Se guardo ai temi, credo consentano un avvicinamento a S&D».

Il Movimento è stato umiliato politicamente dalla nascita del governo Draghi?

«Esprimiamo 5 ministri, tutti importanti».

Lei, Di Maio agli Esteri, Fabiana Dadone alle politiche giovanili, Federico D’Incà ai Rapporti con il Parlamento, e poi?

«È stato Grillo a indicare Roberto Cingolani al ministero per la Transizione ecologica. Il fatto che non sia un politico non significa che non sia legato alle idee del Movimento. Farà molto bene».

Eppure la nascita del governo ha generato un terremoto tra voi.

«Ci sono state le stesse tensioni di quando abbiamo iniziato il governo con la Lega e poi con il Pd. Non vedo nulla di diverso».

Cinquanta persone non hanno votato la fiducia e molte sono state espulse. È molto diverso.

«Vale il ragionamento da cui sono partito. Il Movimento ha fatto la scelta chiara di essere una forza di governo, ha risposto all’appello di Mattarella, ha garantito di poter affrontare la pandemia nel modo migliore possibile».

Un pezzo consistente ha deciso, è la prima volta, di non seguire Grillo.

«A staccarsi è la parte che crede che dobbiamo essere forza di opposizione e non di governo».

Dicono che vi siete accomodati sulle poltrone. È così?

«Non vedo nulla di comodo nel governare il Paese durante una pandemia con forze politiche eterogenee che abbiamo combattuto. È esclusivamente una questione di responsabilità».

Come mai Grillo è tanto convinto che sia la strada giusta?

«Perché come al solito mentre gli altri guardano il dito lui guarda la luna, e anche quel che sta dietro. L’unico elemento politico nel processo di formazione del governo lo ha messo in campo lui con la creazione del ministero per la Transizione».

Non le suona strano un M5S senza Di Battista?

«Certo, è un amico che continuo a sentire, un pezzo di famiglia che si stacca, non un elemento residuale».

Tornerà?

«Solo lui può deciderlo. Ma non tutti quelli che hanno lasciato sono Alessandro Di Battista».

Tutti però credono in Conte, chi resta e chi va.

«È l’unico in grado di unire le diverse anime del Movimento».

La scelta su Conte leader al vaglio di Rousseau

 


da IL CORRIERE DELLA SERA del 28 febbraio 2021.Emanuele Buzzi

Oggi il vertice sul futuro ruolo dell’ex premier all’interno del M5S. Forse a Marina di Bibbona, in Toscana, nella casa di Grillo, Conte si incontrerà con il garante stesso e Di Maio, con Fico e altri big grillini. Ipotesi di voto su Rousseau, a metà marzo, per approvare le modifiche che consentiranno a Conte di partecipare alla corsa per il direttivo. Una sorta di test su di lui.

Oggi è il Conte-Day per i Cinque Stelle. I vertici del Movimento si riuniscono per incontrare l’ex premier e ragionare con lui sul suo probabile ingresso nel Movimento. Se i tempi sono abbastanza certi (brevi, brevissimi), i modi sono ancora da definire.Ciò che è certo è che saranno una dozzina le persone presenti al summit che dovrebbe cambiare il volto del M5S. Grillo ha dato lui in prima persona le carte, decidendo chi invitare. Oltre a Giuseppe Conte, ci saranno legali, referenti di Rousseau (Davide Casaleggio è stato invitato ma non dovrebbe partecipare per via di altri impegni) e big pentastellati.

A quanto risulta al Corriere dovrebbero sedersi al tavolo Vito Crimi, Luigi Di Maio, Roberto Fico, Paola Taverna, Alfonso Bonafede, Riccardo Fraccaro e i capigruppo Ettore Licheri e Davide Crippa. Il garante, furioso per la fuga di notizie, è molto attivo: sta sondando anche i mal di pancia interni per tenere insieme il gruppo.

Sul luogo dell’incontro vige il riserbo più stretto anche se ormai le alternative sono solo un paio: Marina di Bibbona (in Toscana, dove c’è il buon ritiro di Grillo) o un’altra sede più comoda per i big pentastellati. Ma più che il luogo quello che conta sono i contenuti del vertice. Cosa cambierà? L’ipotesi più probabile alla vigilia è che si attuino ancora modifiche statutarie lasciando inalterata però la struttura del Movimento proprio per non creare ulteriori attriti, visto anche quanto hanno prodotto in termini di mal di pancia interni le voci circolate negli ultimi giorni. Un passo che porterebbe all’introduzione della figura di un presidente M5S con ampie deleghe e coadiuvato dai vice. Un’altra strada — più breve ma meno convincente — prevede modifiche solo al regolamento per poter permettere a Conte di partecipare alla corsa per il comitato direttivo. In ogni caso, appare più che probabile un voto su Rousseau per approvare le modifiche. Un voto che ci effettuerà entro la metà di marzo e che suona come un test tra la base M5S per verificare il gradimento nei riguardi dell’ex premier.

Ed è proprio l’effetto sui militanti di Conte quello in cui sperano i vertici. Nei sondaggi circolati negli ultimi mesi l’ex presidente del Consiglio ha sempre riscosso in termini di appeal percentuali bulgare tra gli attivisti Cinque Stelle. C’è chi lo paragona come consenso tra il popolo M5S «a quello di Grillo». E per questo motivo il suo ingresso in tempi rapidi, anzi rapidissimi, viene visto come manna dal cielo, in grado di frenare gli attriti interni. Non solo Conte strizza l’occhio anche a un segmento di pubblico più ampio, è in grado di coinvolgere un elettorato non tipicamente in linea con il Movimento.

Ecco perché probabilmente per l’ex premier una passerella tra gli attivisti potrebbe essere uno dei suoi primi passi da leader. Che serva una scossa ai militanti lo sostiene anche Casaleggio. «Esistono sempre soluzioni diverse a quelle che abbiamo utilizzato fino ad oggi: Rousseau sta costruendo un processo di decentralizzazione per dare agli attivisti sempre più strumenti per autodeterminarsi e incidere sulla vita politica», ha detto ieri il presidente dell’Associazione Rousseau durante la quinta tappa del tour digitale «La Base incontra Rousseau».

La strada segnata da Grillo — molto attivo con diverse telefonate anche sul fronte della ricucitura dei rapporti interni — passa non solo per il web ma anche dall’ex premier. Dentro al partito anche chi ha mostrato di recente malumori vede con favore l’arrivo di Conte. «Credo che l’ex premier possa essere fondamentale per riscrivere le gerarchie e la linea del Movimento», dice una delle voci critiche. Sul web proseguono gli incoraggiamenti all’avvocato. «Sono convinto, ora più che mai, che la sua figura debba essere centrale nel progetto di rilancio del M5s e io sono pronto a essere al suo fianco anche in questa fase. Coraggio», scrive Stefano Buffagni.

Il vertice di oggi segnerà uno spartiacque nella storia dei Cinque Stelle: un passaggio che — come ormai è chiaro — sarà l’inizio di una nuova era. Con Grillo pronto a fare da pontiere per guidare i Cinque Stelle durante la fase di transizione.

«Con la Lega si dialoga» Da Bonaccini a Delrio, quelli che simpatizzano col «nemico» dei dem

 


da IL CORRIERE DELLA SERA del 28 febbraio 2021.Maria Teresa Meli

Tutto era cominciato con l’idea che non dovessero mai governare insieme. Almeno così diceva il Pd, quando sperava di non dover coabitare con la Lega di Matteo Salvini nell’esecutivo Draghi. Poi è finita com’è finita, e adesso i dem provano a vivere da separati in casa con il Carroccio. Ma non è facile. Come sa bene Nicola Zingaretti, che a metà febbraio ha avuto un colloquio a tu per tu con Salvini. Mezz’ora in tutto. Ma subito dopo il leader dem ha tenuto a precisare che «Pd e Lega sono alternativi».

E nei giorni seguenti lo ha rimarcato più volte, fino ad arrivare allo scontro diretto con il gran capo della Lega sulle chiusure pasquali. Il secondo, manco a dirlo, era contrario, il presidente della Regione Lazio, invece, le caldeggiava. E ancora qualche giorno fa, nella riunione della Direzione dem richiesta dalle donne, dopo che erano state fatte fuori dalla guida di tutti i dicasteri, il segretario ha ricordato con enfasi che è stato grazie al Pd che i decreti sulla sicurezza, voluti da Salvini nel primo governo Conte, sono stati modificati.

Marcare le distanze è l’imperativo della dirigenza dem, tanto più che le elezioni amministrative, benché spostate in autunno, vedranno inevitabilmente scontrarsi centrosinistra e centrodestra. Ma poi c’è la vita parlamentare di tutti i giorni, per esempio, e lì la faccia dell’arme non serve. Anzi complica non poco le cose. Per questa ragione un esponente dem lontano anni luce dalla cultura leghista, come Graziano Delrio, adotta nei confronti del capo del Carroccio un linguaggio assai più cauto. Che lo spinge a dire: «Salvini ora ha fatto delle scelte responsabili e ha sicuramente fatto dei passi avanti». Il capogruppo del Pd alla Camera ammette che «con loro» — ossia i leghisti — «su determinati argomenti il dialogo in Parlamento non è stato difficile». E che dire di Luigi Zanda, l’ex presidente dei senatori dem, vicino, ma con l’autonomia che lo ha sempre caratterizzato, a Dario Franceschini? Lui, ad esempio, è convinto occorra «guardare con rispetto» all’«evoluzione leghista».

Insomma il Pd si presenta con due volti. Quello pragmatico, di chi sa che per far marciare il governo Draghi occorre trovare dei punti di intesa con la Lega e quello di chi si prepara alla contesa elettorale che verrà. Ma la differenza di posizioni rispetto al rapporto con la Lega non ha finora provocato scontri, se non in un caso. In quello di Stefano Bonaccini. Il governatore dell’Emilia-Romagna, che pure non dimentica mai di ricordare di aver «battuto Salvini» alle Regionali, è convinto che «si possa dialogare con gli avversari»». Motivo per cui è stato più volte attaccato dagli uomini di Zingaretti. L’ultima, quando ha convenuto sulla «ragionevolezza» di alcune aperture sollecitate da Salvini in tempo di pandemia. «La disperazione non va cavalcata con false promesse. Va governata. Noi tutti siamo d’accordo con le riaperture, ma che senso ha dire “io lavoro per le riaperture”?», è stata, in quell’occasione, la replica, indiretta ma non troppo, dello stesso segretario.

E nei giorni seguenti si sono moltiplicate le prese di posizione degli zingarettiani contro quello che al Nazareno veniva definito «l’asse Salvini-Bonaccini». «Basta con le sbandate sulle riaperture», intimava il vice capogruppo Michele Bordo. «Le proposte di Salvini sono sempre strumentali e mai ragionevoli», ammoniva lo zingarettiano Marco Miccoli. Non manca giorno che Salvini non faccia notare queste differenze di vedute. Ma anche il capo leghista sa di essere solo un pretesto in una guerra che con lui non ha nulla a che fare, perché riguarda la leadership del Pd.

Caso bin Salman, Renzi sotto accusa. Lui: rapporti necessari

 



da IL CORRIERE DELLA SERA del 28 febbraio 2021

Intrattenere rapporti con l’Arabia Saudita «non solo è giusto, ma è anche necessario». Matteo Renzi risponde così alle critiche di Pd, M5S e Leu e in una lunga e-news replica alle polemiche sulla sua partecipazione alla conferenza di Riad, un mese fa, e tornate d’attualità venerdì dopo il rapporto della Cia contro Mohammed bin Salman, accusato dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. Il leader di Iv ricorda di aver spesso difeso i giornalisti perseguitati dai regimi dittatoriali e respinge l’accusa di aver taciuto sulla vicenda; sottolinea di pagare in Italia le tasse sui compensi ricevuti per le sue conferenze e afferma di non aver mai avuto finanziamenti stranieri per il partito. «L’Arabia Saudita — sostiene Renzi — è un baluardo contro l’estremismo islamico ed è uno dei principali alleati dell’Occidente. Anche in queste ore, segnate dalla polemica sulla vicenda Khashoggi, Biden ha riaffermato la necessità di questa amicizia in una telefonata al re Salman». Il M5S lo incalza: «Approva le condizioni di donne, omosessuali, oppositori politici in Arabia Saudita? Quanto riceve dalla fondazione saudita e per fare cosa?». Il Pd pure attacca: ha il dovere di chiarire. E Renzi: «Se c’è una cosa che mi caratterizza è che io non scappo davanti ai problemi. Sono felice perché in queste settimane M5S, Pd e Leu litigano su tutto ma io sono uno dei rari motivi di unità. Mi spiace solo che si utilizzi la vicenda saudita per coprire le difficoltà interne e per giustificare un’alleanza nella quale si sta insieme contro l’avversario e non per un’idea».

Il Pd e la scelta della vice donna In pole D’Elia e Serracchiani

 


da IL CORRIERE DELLA SERA del 28 febbraio 2021.Giuseppe Alberto Falci

L’appuntamento è fissato il 13 e il 14 marzo quando si terrà l’Assemblea nazionale del Pd. In quei giorni il Nazareno avrà una vicesegretaria donna. E la novità è che è già partito un derby fra Cecilia D’Elia, di origine lucana, portavoce della Conferenza delle donne democratiche e assai vicina a Nicola Zingaretti, e Debora Serracchiani, oggi deputata e presidente della commissione Lavoro di Montecitorio, ma espressione della minoranza essendo stata una delle animatrici, al precedente congresso, della candidatura di Maurizio Martina.

Di certo tutto dipenderà dalle valutazioni che farà il segretario. Toccherà a Zingaretti, infatti, decidere se avere accanto una vicesegretaria vicina alle sue posizioni o pacificare il partito e scegliere una numero due che rappresenti le minoranze. Nel primo caso la scelta è probabile che ricada sulla D’Elia, ma circolano anche i nomi di Marianna Madia, Roberta Pinotti e Paola De Micheli. Per la minoranza la favorita sembra essere Serracchiani, in subordine Alessia Morani, infuriata per la non riconferma nella squadra di sottogoverno. Non a caso Morani lamenta: «Orlando non può rimanere al suo posto».

Un pezzo di partito e le donne in testa continuano a sollevare la questione del doppio incarico di Andrea Orlando, vicesegretario e ministro del Lavoro, blindato da Zingaretti. «A suo tempo la De Micheli si è dimessa, non vedo perché non debba farlo anche Orlando» insiste Morani. Sbotta anche Giuditta Pini, fedelissima di Matteo Orfini: «Perché Orlando non ritiene opportuno che si apra almeno il dibattito? Detto questo, c’è un’altra questione: statuto alla mano, solo uno dei vicesegretari ha funzioni vicarie...». Al Nazareno si preferisce non rispondere. Anche perché le questioni aperte sono diverse: la vicesegreteria, la guerra fra le correnti, il congresso. E i democrat vicini a Zingaretti si mostrano colpiti dalle parole di Lorenzo Guerini, che proprio sul Corriere ha invocato una gestione collegiale. «Non ci fidiamo — dicono —. Base Riformista, la corrente di Guerini e Lotti, vuole logorare Zingaretti, lo fa ogni giorno. E poi al congresso candiderà Bonaccini. L’obiettivo è il rientro di Renzi. Ecco, noi ci opporremo in ogni modo». Nel frattempo c’è anche chi sceglie una nuova vita oltre il partito. Così, dopo Pier Carlo Padoan che ha lasciato il Parlamento per approdare alla presidenza di Unicredit, e dopo le dimissioni da deputato di Martina nominato special advisor e vicedirettore generale della Fao, tocca a Marco Minniti dire arrivederci al Pd. L’ex ministro dell’Interno guiderà Med-Or, fondazione del gruppo Leonardo che avrà il ruolo di «mediatore economico, industriale e culturale» fra l’Italia e i Paesi di un’area vasta. Quando l’assemblea di Montecitorio darà il via libera alle dimissioni di Minniti, alla Camera subentrerà Eva Avossa, seconda alle Politiche del 2018 nel collegio plurinominale Campania 2-03. Oggi Avossa è vicesindaca di Salerno e viene considerata molto vicina alla famiglia De Luca.

Manifestazione "negazionista" in piazza Duomo e discoteca a cielo aperto a Milano

 


da IL CORRIERE DELLA SERA del 28 febbraio 2021.Andrea Galli

La Darsena, nella Milano che si tinge di arancione, è un formicaio. E scoppia la rissa. In città, poi, troppi i locali aperti dopo le 18 e tanti giovani senza mascherina ai tavolini.

Evitando un gioco facile, quello di (sof)fermarsi sui Navigli, ormai zona franca e perduta — picco di ventimila presenze solo sulla Darsena, in serata è partita una specie di discoteca all’aperto al grido «la notte è giovane», seguita da un’enorme rissa —, ne facciamo un altro, di gioco, ugualmente svilente: conteggiare alle 18.12, quando i locali dovrebbero essere già chiusi, tra le vie Malpighi e Sirtori, a Porta Venezia, i gruppi di quarantasette ragazzi attorno ai bicchieri dell’aperitivo. Ecco, la mascherina l’hanno in cinque. Game, set, partita e disfatta. Pur se mai lontanamente paragonabile allo spettacolo indegno dei Navigli, con quella rissa serale: decine di giovani e giovanissimi ubriachi si sono affrontati lanciando bottiglie, venendo alle mani, giurando di spostare la contesa su altri scenari metropolitani.

Al netto di paternali da vecchi, l’ultimo sabato prima del ritorno in zona arancione è parso l’ennesima interpretazione del momento, ovvero come se non ci fosse un domani. Come se Milano sia appena uscita dalla guerra, tale è la volontà o il dovere di esserci per forza. In corso Sempione, per dire, alle cinque ancora si pranza, coi ristoranti al terzo giro, i tempi del cibo dilatati oltre ogni confine manco fossimo al mare d’estate e i supermercati chiusi per disposizione del re; e ovunque, in città, si sono formate code sui marciapiedi perfino per sedersi in posti che prima della pandemia avevano una stella di valutazione dei clienti.

L’andazzo dura da tempo ma stavolta ha rappresentato scene surreali, e pure oltre, scene nella loro illogicità da serie televisive (le cui réclame si prendono il grosso delle maxi-pubblicità di strada in strada). Aspirando a situazioni normali, e raggiungendo i prati di CityLife, non c’è invece uno spazio libero nemmeno qui; ripiegando su piazza Gae Aulenti, genitori filmano i figlioletti che ballano intorno agli spruzzi d’acqua delle fontane e si infradiciano; percorrere corso Venezia o via Torino o corso Vercelli significa inventarsi alternative viabilistiche altrimenti si fa notte; sostare all’esterno di un giardino pubblico permettere di assistere ai litigi di mamme e papà sul diritto di precedenza all’altalena.


Del resto, l’immagine del pessimo esempio di Milano rimarrà (anche) la ressa di ottomila persone fuori dallo stadio, domenica, per il derby. Una sfacciata disobbedienza che avrebbe meritato maggior censura dalle voci politiche. Ma si sa, i tifosi sono bacino elettorale e dunque avanti con quella parola che a parecchi stona, assembramento, ma che rende l’idea, e avanti con la mascherina tenuta giù come quelli in moto col casco slacciato.

Obiezioni: la gente è stanca, la gente non ne può più, specie in una città dinamica, di incontri, di locali. Vero. E però, senza generalizzare, certi commercianti (ma i vigili?) se ne fregano, ignorando che di massima le sanzioni di chiusura arriveranno fra mesi, in coincidenza dell’estate o di settembre, quando cioè si spera che le cose siano migliorate, e i loro guadagni saranno più probabili e cospicui. Si spera, per l’appunto: questo sabato davvero è demoralizzante, censurato anche dal sindaco Beppe Sala («Dovete tenere comportamenti corretti» l’appello quasi inascoltato dai milanesi). Invocare maggiori controlli dall’alto, più pattuglie, offende l’intelligenza, non essendo possibile che la corretta gestione dello stare in pubblico, argomento insegnato all’asilo, si tramuti in problema di ordine pubblico rendendo inevitabile l’intervento del Battaglione. Ma che cosa diamine deve fare il maresciallo oltre a raccomandarti di tenere bene questa benedetta mascherina, a un anno ormai dall’inizio in Italia della pandemia? Registrato il no della Questura alle manifestazioni ufficiali dei sostenitori della macchinazione, di un virusinvenzione, dell’inutilità del distanziamento e via elencando con le follie — ma qualcuno ha lo stesso improvvisato nutriti flash-mob —, andiamo a una priorità degli investigatori, impegnati a intercettare riunioni di ragazzini con l’intenzione di darsele. Fenomeno, questo sì, di enorme interesse sociale, ma più silente nel dibattito pubblico rispetto ai guru che sulla Darsena invocano la ribellione sparandosi un altro giro di drink, convinti di trovarsi nell’epoca del proibizionismo, non in quella dei trentamila morti soltanto in Lombardia.

I positivi tornano sotto quota 20 mila .Ma salgono i ricoverati in ospedale

 



da IL CORRIERE DELLA SERA del 28 febbraio 2021.Mariolina Iossa

La seconda ondata potrebbe rivelarsi già mutata nel numero. Una variante progressiva, come il virus. Potremmo già essere dentro la terza ondata.Le varianti, dicono gli esperti, hanno modificato lo scenario, e adesso sono molti i temi al centro dell’agenda politica, dalla campagna vaccinale alle restrizioni «mirate», alle colorazioni delle regioni.

Negli ultimi giorni i valori sono tutti negativi, anche se è da qualche settimana che il Cts, con i suoi report, registrava un progressivo peggioramento. Ieri lo scenario è stato confermato dal bollettino del ministero della Salute: i positivi in più in ventiquattro ore sono tornati sotto i 20 mila, siamo a 18.916, ma i tamponi in meno sono stati soltanto 2.357, per un totale di 323.047 — il giorno prima 325.404 — e il tasso di positività si mantiene attorno al 6 per cento, il che significa che ogni 100 tamponi eseguiti 6 sono positivi. Il valore preciso è 5,85, nel bollettino di venerdì era riportato un 6,3%, ma si tratta di dati vicini. Grave è che continuino ad aumentare i ricoveri in ospedale; nei reparti Covid ordinari ci sono 80 posti letto occupati in più (il giorno prima l’aumento era stato di 25 unità) per un totale di 18.372 ospedalizzati mentre in terapia intensiva ci sono 22 posti occupati in più per un totale di 2.216 pazienti in condizioni più gravi.

Le terapie intensive sono una cartina di tornasole. Se il valore continua a mantenersi intorno a 2 mila, il numero dei decessi non potrà diminuire molto e infatti ieri altre 280 persone hanno perso la vita. Il totale dei decessi è di 97.507 vittime dall’inizio della pandemia, un anno fa.I vaccini sono la speranza più grande perché non sembra possibile allo stato attuale imporre i lockdown totali. Le oltre 4 milioni di dosi già iniettate ad un certo target di popolazione — anziani, personale medico e infermieristico — ci rassicurano sugli effetti. Si abbassa l’età media dei contagiati. Ora bisogna fare molto in fretta, come ha chiesto il premier Mario Draghi all’Ue.

Intanto la Lombardia fatica a liberarsi dal fardello di regione costantemente in trincea, nonostante in molte altre zone del Paese ci siano diverse situazioni difficili e nove regioni da ieri hanno ufficialmente l’indice Rt sopra l’1. A Milano ieri c’è stato una nuova risalita dei contagi; il picco, prevedono gli esperti, si verificherà intorno al 20 marzo e la curva durerà un mese. «Troppi gruppi, talmente tanti che diventano incontrollabili dalle forze dell’ordine. Rafforzeremo i controlli», ha detto il sindaco di Milano, Giuseppe Sala invitando i cittadini a comportarsi «in modo adeguato al difficile momento». Non si tratta di un lavoro semplice e la primavera alle porte non aiuta. Il decreto Natale è lontano solo qualche mese ma negli ultimi week end gli appelli a rimanere in casa il più possibile sono spesso restare inascoltati.

Scuole chiuse dove i contagi sono alti .Il Cts propone la stretta «locale»


da IL CORRIERE DELLA SERA del 28 febbraio 2021.Gianna Fregonara

Si stringe il cerchio intorno alle scuole e, questa volta, alle scuole dei più piccoli, materne ed elementari che fino ad ora, a parte per le quarantene, erano rimaste sempre aperte. Ora l’indicazione è di alzare ulteriormente la guardia e di adottare misure più drastiche nelle zone — anche soltanto comuni o province — dove la situazione dei contagi, con le nuove varianti, rischia di andare fuori controllo. Sono le conclusioni alle quali è arrivato ieri il Cts, che si è riunito per affrontare il tema su richiesta del governo in vista del nuovo Dpcm, in vigore sabato prossimo.

Ecco le raccomandazioni del Comitato tecnico scientifico. L’ultima parola spetta ora al presidente del Consiglio e ai ministri, ma sembra difficile che possano allontanarsi dalle valutazioni scientifiche del comitato, che propone maggiori restrizioni ma consiglia un cambiamento di approccio. Le chiusure saranno per quanto possibile «chirurgiche» e non dovranno valere per l’intera regione ma potranno essere «ritagliate» sulle necessità di singoli comuni o di singole province nei quali i contagi e i focolai sono più gravi. Ma nelle aree che diventano zona rossa l’indicazione degli esperti è di chiudere tutte le scuole, che automaticamente riprendono in didattica a distanza. Una scelta sostenuta dalle evidenze del rapporto dell’Iss che è allegato al verbale del Cts e che spiega come ci sia «un impatto dei contagi sulle scuole, ma differenziato».

Nelle regioni arancioni saranno i governatori, o anche i sindaci o i prefetti, a decidere un eventuale indurimento delle misure, in base però al numero dei contagi nelle diverse zone che dovranno valutare.Il Cts inserisce anche una soglia fissa — 250 contagi ogni 100 mila abitanti per 7 giorni — che determina comunque la chiusura. Non cambiano invece le regole per le zone gialle dove è confermata la limitazione della didattica in presenza — dal 50 al 75% — soltanto per le superiori. Elementari e medie qui saranno tutte in presenza.

Le nuove regole fotografano la situazione di fatto: le scuole sono già chiuse in molti comuni e province che sono in zona rossa o nella nuova arancione rafforzata come Brescia e Bologna. Basilicata e provincia di Bolzano, in zona rossa, hanno già decretato lo stop alle lezioni per tutti. Il parere del Cts costringerebbe invece a rivedere le proprie ordinanze il governatore della Puglia che ha deciso la chiusura delle scuole pur essendo in zona gialla e della Campania che da domani chiude l’intero sistema di istruzione anche se la regione è rimasta in zona arancione. Erano stati i presidenti di Regione, nell’ultima riunione con il ministro Speranza e la ministra Gelmini, a chiedere un parere del Cts sulle scuole. E del resto anche il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, che si era da subito detto preoccupato per la «perdita di socialità che sarebbe causata dalla chiusura delle scuole», è altrettanto preoccupato «che tutto il personale e gli studenti siano in sicurezza». Ha chiesto di accelerare con le vaccinazioni ma considera prioritario «agire con cautela visto che le varianti del virus sono così aggressive». Una linea condivisa in questi giorni con Palazzo Chigi: l’obiettivo resta quello di scongiurare chiusure se possibile, ma di fronte a situazioni critiche è necessario «comunque avere regole e parametri nazionali». Ai genitori dal governo arriva una promessa: ci sarà un rafforzamento dei congedi parentali dove anche le scuole materne e le elementari saranno chiuse.

NICOLA MAGRINI:«Sputnik ottimo. Ma aspettiamo l’ok della Ue»




da IL CORRIERE DELLA SERA del 28 febbraio 2021.Margherita De Bac

 Il vaccino russo Sputnik? «È ottimo, ma senza attendere l’Ema sarebbe una scelta politica». Così il direttore dell’Agenzia del farmaco Magrini: «No all’unica dose a più persone, meglio due scarpe buone che una sola malandata».

«Sputnik ha dati interessanti, ma andrà approvato prima dall’Ema, come Unione Europea. Se l’Italia volesse fare una decretazione d’urgenza per saltare questo passaggio sarebbe una scelta politica, non tecnica». Molto dubbioso sul vaccino russo Nicola Magrini, direttore dell’Agenzia italiana del farmaco, Aifa.

Che dicono i dati?

«Sulla rivista Lancet sono stati pubblicati risultati molto interessanti cui si è aggiunto il parere positivo e isolato di un gruppo dello Spallanzani, che di fatto però non aggiunge nulla, anzi crea qualche dissonanza. Sputnik andrà approvato e soprattutto validato con una visita ispettiva sulla qualità di produzione dall’Ema. I contatti sono stati avviati, ma il dossier per la registrazione non è ancora stato consegnato».

Perché aspettare se il vaccino funziona e all’Italia servono dosi?

«In base allo studio su Lancet è un preparato che potremmo definire ottimo, nuovo e intelligente, con risultati di efficacia eccellenti. Altrettanto non è per quanto riguarda la trasparenza di accesso ai dati che deve essere completa. Le autorità regolatorie inoltre richiedono una documentazione aggiuntiva sulla qualità e sulla sicurezza. Solo dopo aver avuto tutte queste prove di affidabilità l’Ue darà il via libera e così anche noi».

L’Italia non potrebbe ricorrere alla decretazione d’urgenza come chiede il Lazio?

«Se un singolo Stato decide di aprire questo fronte emergenziale dipende dalla politica a livello nazionale. Io rappresento una agenzia tecnica sia per il livello nazionale che europeo».

Però gli italiani non possono essere immunizzati per insufficienza di materia prima. Come metterla?

«Guardiamo il quadro generale. La consegna del vaccino Johnson&Johnson è attesa ad aprile. Inoltre due preparati molto promettenti anche contro le varianti sono già all’esame di Ema. Si tratta di Novavax e Curevac che, se approvati ad aprile, potrebbero da maggio portare a nuovi quantitativi disponibili per il secondo trimestre 2021».

Intende dire che non c’è bisogno dei russi?

«In questa pandemia c’è bisogno di tutti e degli sforzi di tutti, senza confini. Volevo dire di guardare in prospettiva. Già da aprile, i quantitativi di vaccini disponibili in Italia saranno in forte aumento. Avremo indicativamente il 50% in più delle dosi e poi da maggio un raddoppio. La campagna vaccinale avrà una svolta da giugno-luglio con 400-500 mila inoculazioni al giorno, rispetto alle attuali 100 mila. In base ai dati disponibili, visto che AstraZeneca ha ridotto i rifornimenti, per i prossimi due-tre mesi il vaccino prevalente sarà comunque Pfizer-Biontech che andrà riservato alle persone fragili o ai grandi anziani che hanno la mortalità più elevata. I rifornimenti di J&J saranno invece ideali, grazie al vantaggio della dose unica, per distribuirlo ai medici di famiglia e ad altri nuovi vaccinatori».

Aifa è favorevole alla strategia della prima dose con richiamo ritardato, sulla stessa stregua della Gran Bretagna?

«La prossima settimana ne discuteremo in due commissioni dell’Agenzia e anche il Consiglio superiore di Sanità esprimerà un proprio parere in modo indipendente. La proposta è stata formulata dalla Regione Lombardia su iniziativa dell’istituto Mario Negri e del professor Giuseppe Remuzzi in particolare. È una strategia possibile quella di favorire una vaccinazione più rapida, anche se non ottimale, del doppio delle persone. La scelta finale spetterà al ministro e al governo»

La sua idea?

«Meglio indossare due scarpe buone che una sola malandata, ma vi è ampio spazio di discussione. UK fece questa scelta al picco di 70 mila contagiati e con una disponibilità di vaccini superiore alla nostra, mentre noi oggi siamo in una situazione meno grave anche se con alcune criticità».

Sarebbe un rischio?

«Uno studio israeliano di tre giorni fa comparso sull’autorevole Nejm ha mostrato l’efficacia parziale della prima dose con Pfizer (circa il 50%) in Israele e l’altissima protezione con la seconda. I contagi, sia pur in rialzo, sono sotto controllo. Non certo come in Gran Bretagna che ha dovuto fronteggiare uno stato di grande pericolo, potendo contare oltretutto su un quantitativo di vaccini AstraZeneca nettamente più alto, il cui richiamo può essere posticipato di 12 settimane. Credo sia meglio dare la doppia dose al numero giusto di persone piuttosto che una sola al doppio di persone».

sabato 27 febbraio 2021

Il piano con la Protezione civile:"Oltre 600.000 dosi al giorno"

 



da IL CORRIERE DELLA SERA del 28 febbraio 2021.Gianna Fregonara e Marco Galluzzo

Si accelera per il piano vaccini. L’obiettivo è di arrivare a 19 milioni di dosi al mese. Verranno coinvolti anche 300 mila volontari della Protezione civile. Scuole, gli scienziati dicono che verranno chiuse soltanto nelle località dove i contagi sono alti.

Coinvolgere una buona parte dei 300 mila volontari della Protezione civile nazionale nell’accelerazione del nuovo piano di vaccinazione che potrebbe scattare da fine marzo. Diverse migliaia sarebbero i medici e i sanitari aggiuntivi che potrebbero affiancare quelli delle Regioni. Per arrivare a moltiplicare per cinque o per sei l’attuale media di vaccinazione, con l’obiettivo a regime di riuscire a somministrare oltre 600 mila dosi al giorno. La nomina di Fabrizio Curcio a capo della Protezione civile è nelle intenzioni del governo un tassello di un piano più ampio, in cui il Dipartimento della Presidenza del Consiglio con la sua capillarità sul territorio nazionale, la sua esperienza, i suoi strumenti di governance e di raccordo nazionale, potrebbe imprimere una svolta contro il Covid, le sue varianti e soprattutto ridisegnare o modificare in meglio e potenziare i singoli piani regionali di vaccinazione.

Il cambio di velocità

Ad oggi in Italia sono state somministrate 4,2 milioni di dosi, sono stati vaccinati (con due dosi) quasi 1,4 milioni di italiani, la media nazionale di somministrazione della dosi disponibili è del 72 per cento, con alcune Regioni che vanno più spedite e altre che procedono in modo più lento. L’ingresso in campo della Protezione civile dovrebbe servire anche a rendere omogenea su tutto il territorio nazionale la velocità del piani di prevenzione.

Le proiezioni

Curcio non si è ancora insediato nel suo ufficio, ma alcune proiezioni ed elaborazioni sono state già fatte. La Protezione civile potrebbe affiancare le Regioni, ma potrebbe anche prevedere e coordinare un Piano unico nazionale. Ovviamente sarà Mario Draghi ad avere l’ultima parola nella formazione del piano dei prossimi giorni, ma alcuni punti fermi possono già delinearsi.Se come avvenuto in Gran Bretagna anche in Italia si decidesse di procedere con un piano incentrato sulla monodose (che a seconda dei vaccini disponibili al momento o dall’inizio di aprile ha coperture differenti ma comunque significative di protezione contro il coronavirus) il governo ridisegnerebbe i suoi obiettivi d’intesa con le Regioni, per smaltire tutta la disponibilità media mensile senza ritardi: ovvero 19 milioni di dosi ogni 30 giorni, un’accelerazione che se riuscisse obbligherebbe anche a superare le 600 mila inoculazioni giornaliere.

I portali web

Ovviamente è un piano ambizioso che modificherebbe radicalmente la struttura attuale delle somministrazioni, che al momento prevede anche l’appuntamento per la seconda dose. Occorrerebbe l’apertura di uno o più portali web da parte della Protezione civile e il superamento delle categorie professionali o delle fasce di età. Si procederebbe con i tempi delle registrazioni e si punterebbe al massimo numero di italiani possibile.

Strutture mobili

Alla Protezione civile sono convinti di potercela fare. Lo spettro di previsioni e ipotesi è molto ampio: ampliare ambulatori e presidi sanitari esistenti con strutture mobili e tende, sfruttare i centri di assembramento come i supermercati o le stazioni ferroviarie, utilizzare le caserme dei vigili del fuoco, coinvolgere le forze di polizia. Insomma uno sforzo di logistica e di personale che integrerebbe le risorse fisiche e umane delle Regioni con un effetto moltiplicatore, aumentando in modo considerevole gli hub di somministrazione programmati e prevedendo anche strutture mobili o gazebo.


Le task force

Attualmente la Protezione civile non ha alcun ruolo nel piano di vaccinazione, e questo per il presidente del Consiglio è stato un errore compiuto dal precedente governo. Il Dipartimento della Presidenza del Consiglio al momento si limita a sviluppare insieme ad alcune Regioni la creazione di task force aggiuntive di personale sanitario, con appositi bandi, per integrare le risorse umane esistenti o colmare alcuni gap specifici di alcuni territori, soprattutto in Abruzzo, Molise, Umbria e Campania.

Il coordinamento

Il coordinamento esistente e da decenni strutturato fra Protezione civile e Comuni, Difesa e associazioni di volontariato, completerebbe i dettagli di uno sforzo che sarebbe indubbiamente notevole. Oggi le somministrazioni giornaliere sono poco più di 100 mila, moltiplicarle per cinque o per sei non sarà facile, ma sarà necessario se non si vorrà restare indietro rispetto alla disponibilità di vaccini che scatterà dal primo aprile e se davvero come sembra il governo deciderà di imboccare la strada prioritaria della vaccinazione monodose.