Anglotedesco

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venerdì 26 febbraio 2021

Arcuri va verso il capolinea si allontana l'ipotesi di conferma

 



di Fabio Martini 

L'originale forma di doppio lavoro che da 11 mesi vede intensamente impegnato Domenico Arcuri è agli sgoccioli. Dal 18 marzo 2020 Arcuri è al tempo stesso Commissario Covid e amministratore delegato di Invitalia, ma questo surmenage sembra avere i giorni contati: nelle ultime 24 ore per Arcuri è diventata più concreta l'ipotesi del ritorno a "casa" Invitalia. Il presidente del Consiglio Mario Draghi non ha preso alcuna decisione, non trapelano spifferi sul suo orientamento, ma il dossier è entrato in lavorazione e le controindicazioni per una riconferma sono in aumento. A cominciare dalla "madre" di tutte le ragioni: per poter restare Commissario straordinario all'emergenza Covid, Arcuri dovrebbe essere ri-nominato con un apposito decreto firmato dal presidente del Consiglio in persona, un decreto bis chiamato a ricalcare il primo emanato da Giuseppe Conte. Compreso il secondo comma dell'articolo 1: l'incarico di Commissario «è compatibile con altri incarichi pubblici o privati». Lo stesso Arcuri sta cominciando a realizzare che appare complicato l'inverarsi di un "Dpcm Draghi" che stabilizzasse per Arcuri lo status di doppio lavoro. È anche per questo che si sta studiando l'ipotesi che il Commissario possa tornare a lavorare a tempo piano in Invitalia, mantenendo però una competenza a lungo termine su un dossier strategico: la nascita di un polo nazionale pubblico-privato per realizzare i vaccini, presenti e futuri. Destinati sempre più a diventare un prodotto di "prima necessità" e di non semplice attuazione: Invitalia guidata da Arcuri potrebbe rappresentare lo Stato in questa partnership. Non a caso, oltre alle imprese farmaceutiche organizzate da Farmindustria c'era anche Arcuri due giorni fa nella prima riunione, convocata dal ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, per gettare le basi di questa mission. Doppio lavoro ma non solo quello. Nel corso degli ultimi mesi il Commissario era diventato esplicitamente l'"uomo di fiducia" di Giuseppe Conte. In diverse occasioni il presidente del Consiglio aveva difeso senza esitazioni il "suo" Commissario, oggetto di numerosi attacchi, non solo da parte del centro-destra e non solo da parte di Matteo Salvini. Nel periodo di sua massima popolarità, quello che va da aprile a settembre, Conte era arrivato a difendere Arcuri con un piglio per lui insolito: a maggio, ad un giornalista di Radio Rtl1, che gli aveva chiesto di alcune "performance" del Commissario, Conte aveva risposto: «Se ritiene di poter fare meglio di Arcuri, la terrò presente». Uno scudo che ha indotto Arcuri ad una sovraesposizione mediatica, durante le quali si è prodotto in promesse così stentoree da essere spesso smentite dai fatti. Sul numero delle mascherine disponibili. Sui banchi a rotelle. Sul «faccio causa a Pfizer». Sulle primule, i padiglioni voluti da Arcuri per somministrare i vaccini. E proprio sull'ultimo maxiprogetto si è esercitato il giudizio poco gratificante di Draghi. Nel suo primo discorso parlamentare il nuovo presidente del Consiglio ha detto: «Non dobbiamo limitare le vaccinazioni all'interno di luoghi specifici, spesso ancora non pronti: abbiamo il dovere di renderle possibili in tutte le strutture disponibili, pubbliche e private». Non certo una "condanna" delle primule ma neppure un incoraggiamento. Tanto è vero che dopo il discorso di Draghi in giro per l'Italia le primule sono sfiorite e Arcuri stesso ha dovuto dire: «Dipenderà da quante ne ordinano le Regioni». A palazzo Chigi attendono gli sviluppi dell'indagine sulle mascherine cinesi, confidando che la struttura del Commissario sia «parte lesa» come dice Arcuri . 

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