Anglotedesco

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mercoledì 24 febbraio 2021

Da predoni a jihadisti, la minaccia dei miliziani dell'Adf nel Kivu

 


di  Giordano Stabile 

Tutte le piste restano aperte. In una regione, il Kivu settentrionale, dove operano fra i 45 e 120 gruppi armati a seconda delle stime, individuare in tempi rapidi i responsabili dell'assassinio dell'ambasciatore Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci richiede un lavoro di Intelligence complicato, anche per le infiltrazioni e la corruzione che minano le autorità locali. Due punti sono però chiari. L'agguato è stato "ben organizzato", forse anche con informazioni riservate, e gli autori non temevano di colpire un'organizzazione internazionale e quindi di suscitare una reazione di massimo livello. Questo restringe il numero dei sospetti e porta a non escludere il principale gruppo jihadista che opera nel Congo orientale, le Forze democratiche alleate, conosciute con l'acronimo inglese Adf, in quanto si sono formate nel vicino Uganda anglofono. Secondo l'International Institute for Strategic Studies «il più attivo e violento gruppo nella Repubblica democratica del Congo». Le Adf si sono affigliate all'Isis nel corso del 2018, anno che ha visto il moltiplicarsi di massacri, almeno 249 persone uccise, una tendenza confermata fra il 2019 e il 2020, con altre 319 vittime. L'Onu ha valutato la loro forza in 450 combattenti. Le Adf sono fra i pochi gruppi che hanno condotto attacchi diretti contro la missione Monusco e reagiscono alle operazioni di contro-terrorismo con rappresaglie nei villaggi sospettati di collaborare con le forze internazionali. Le Adf hanno cominciato come forza locale che si opponeva al presidente ugandese Yoweri Museveni, anche con l'aiuto del dittatore dell'allora Zaire, Mobutu Sese Seko, che permise loro di operare nella zona di confine. La componente musulmana si è radicalizzata nel corso degli anni Novanta. L'ultimo rapporto del centro di analisi Kivu Security Tracker, pubblicato tre giorni fa, sottolinea come il gruppo ugandese sia responsabile di un terzo delle uccisioni di civili in tutto il Kivu settentrionale. Il gruppo ha alzato il tiro dopo che è cominciato il processo a Kampala del suo comandante, Jamil Mukulu. Nel 2019 sono cominciati gli attacchi ai peacekeeper della missione Monusco, nel distretto di Beni e nella regione di Ituri. Qui, il 15 gennaio, i terroristi hanno compiuto il loro peggior massacro, 46 persone uccise in villaggio. Dopo l'affigliazione all'Isis, hanno anche adottato un nome arabo, Madinat Tauheed Wa al-Mujahedeen, "La città dei combattenti per il monoteismo". In questo modo hanno però attirato ancora di più l'attenzione delle Nazioni Unite e del Dipartimento di Stato americano, preoccupato per l'avanzata del jihadismo in tutta l'Africa orientale. Il Kivu Security Tracker sottolinea come abbiano adottato tattiche simili a quelle dello Stato islamico e reagiscano con massacri di civili e violenze indiscriminate «quando si sentono sotto pressione da parte dell'esercito regolare congolese delle forze dell'Onu» anche per dimostrare «l'incapacità del governo centrale di proteggere la popolazione». Il che ha spinto in alcuni casi le forze governative a "subappaltare" la sicurezza ad altri gruppi, rivali e ostili agli "égorgeurs", gli sgozzatori, come vengono chiamati i jihadisti in loco. E questo aggiunge ulteriore caos e nuovi ostacoli ai nostri investigatori . 

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