Anglotedesco

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mercoledì 24 febbraio 2021

I due italiani uccisi in uno scontro a fuoco


di Grazia Longo 

No, non è stata un'esecuzione. E i colpi non sono stati sparati a bruciapelo. Non è quindi escluso che l'ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci siano caduti sotto il fuoco amico dei rangers intervenuti per salvarli dal tentativo di sequestro da parte dei guerriglieri, in Congo lunedì scorso. La ricostruzione di quello che è accaduto realmente è ancora da chiarire, ma l'autopsia, di oltre 5 ore, eseguita ieri al Policlinico Gemelli, rivela che i nostri due connazionali sono stati uccisi durante un conflitto a fuoco. Per capire a quale distanza, sarà necessario attendere l'esisto della perizia balistica disposta ieri dal pm Sergio Colaiocco. Sia Attanasio sia Iacovacci sono stati colpiti da due proiettili a testa: il primo all'addome (con chiari segni del foro di entrata e uscita), il secondo al fianco e al collo. Proprio alla base del suo collo è stato recuperato un proiettile di un Kalashnikof Ak47, usato sia dai guerriglieri sia dai rangers. Il carabiniere ha inoltre riportato una frattura multipla all'avambraccio sinistro che fa ipotizzare che il proiettile arrivato al collo abbia prima colpito l'arto. Entrambi sono stati colpiti sul lato sinistro, segno che stavano scappando verso la loro destra, ma non si può sapere con esattezza chi avessero alle spalle. Da un primo esame della pistola di ordinanza del carabiniere non risulta che abbia sparato, il giovane peraltro ha perso la vita sul colpo, a differenza dell'ambasciatore, perché è stato ferito all'aorta. In attesa degli sviluppi balistici, non si fermano le indagini dei carabinieri del Ros, su delega della Procura di Roma: proseguiranno nella loro attività di investigazione con la polizia locale e col personale della missione Onu di peace Keeping Monusco in Congo. Ai Ros si aggiunge il lavoro della nostra intelligence estera, l'Aise, che sta lavorando in Africa per scoprire a quali milizie appartenessero gli assassini. Sulla necessità di una cooperazione con l'Onu è inoltre intervenuto, ieri mattina in un'informativa alla Camera, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio: «Al Programma alimentare mondiale (Pam in sigla, ndr) e all'Onu abbiamo chiesto formalmente l'apertura di un'inchiesta che chiarisca l'accaduto, le motivazioni alla base del dispositivo di sicurezza usato e in capo a chi fossero le responsabilità di queste decisioni. Ci aspettiamo nel minor tempo possibile, risposte chiare ed esaustive». Semplice il motivo della sollecitazione: «L'ambasciatore e il carabiniere si sono affidati al protocollo delle Nazioni Unite, che li ha presi in carico fin da Kinshasa, su un aereo della missione Onu Monusco, per il viaggio a Goma. La missione si è svolta su invito delle Nazioni Unite. Quindi anche il percorso in auto si è svolto nel quadro organizzativo predisposto dal Programma Alimentare Mondiale». Il ministro ha precisato «che l'ambasciata è dotata di due vetture blindate, con cui l'ambasciatore si spostava in città e per missioni nel Paese, sempre accompagnato da almeno un carabiniere a tutela». Subito dopo, ha ricordato che il vice segretario generale per le Operazioni di pace delle Nazioni Unite, Jean-Pierre Lacroix, ha annunciato già lunedì scorso l'avvio di un'indagine da parte di Monusco. L'agguato al convoglio dell'ambasciatore, ha proseguito Di Maio, «è avvenuto in una regione dal contesto securitario assai fragile e con grandi contraddizioni: enormi ricchezze naturali, povertà e violenza. Il Congo ha la seconda riserva di rame al mondo, un quarto dell'oro globale, un terzo dei diamanti, l'80% di cobalto e coltan, ma è uno dei fanalini di coda per indice di sviluppo umano. Si contano oltre 120 gruppi armati, proliferano autorità paramilitari e forze ribelli, che da decenni si contendono il controllo del territorio». 

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