Anglotedesco

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mercoledì 24 febbraio 2021

I ribelli hutu sotto accusa :«Non c’entriamo»




da IL CORRIERE DELLA SERA del 24 febbraio 2021.Michele Farina

C’è chi accusa, chi smentisce, chi tace: l’uccisione di un ambasciatore non è piccola cosa, anche nel Paese delle 120 milizie, anche tra i potenti distratti di una capitale come Kinshasa che considerano Goma un buco nero dall’altra parte del mondo, macchia e miniera alla periferia dell’impero. In questo inizio 2021 la dirigenza congolese è tutta presa da quella che i locali definiscono la più grande «transumanza politica» della storia recente. A due anni dalle elezioni truccate che l’hanno issato al potere, il presidente Félix Tshisekedi, lo stesso che ieri ha portato le sue condoglianze all’ambasciata italiana, si gode un successo a sorpresa. A fine gennaio centinaia di parlamentari affiliati all’ex presidente-padrone Joseph Kabila (alcuni forse attirati da gettoni di presenza che vanno da 7 mila a 15 mila dollari) sono passati sugli scranni del partito del leader per caso, quell’uomo pacioso che ha vissuto in Belgio e deve la sua ascesa al defunto padre Etienne Tshisekedi oltre che alla sua fama di politico opaco e malleabile. E invece Félix ha fatto il colpaccio, provocando un terremoto ai vertici dello Stato, con il suo strascico di malumori e conti in sospeso. Un terremoto che nessuno mette in relazione con l’agguato di lunedì nell’erba alta di Goma, ma che certo scuote alleanze e rimescola gerarchie anche ai confini orientali del grande Paese al centro dell’Africa.

Per anni i capi del Dflr (le Forze democratiche per la liberazione del Ruanda), il gruppo di miliziani hutu che ha le sue roccaforti nel Nord Kivu e che il governo di Kinshasa ha subito accusato dell’agguato agli italiani, hanno goduto di appoggi all’interno della dirigenza e delle forze armate congolesi (a livello centrale e locale). Con l’avvento di Félix alla presidenza qualcosa è cambiato. Nell’autunno del 2019 due capi del Dflr sono stati eliminati. Compreso il potente Sylvestre Mudacumura, 65 anni, uno degli architetti del genocidio dei tutsi in Ruanda nel 1994, un signore della guerra con buoni rapporti dal Burundi all’Uganda, ucciso a sangue freddo nella foresta non lontano da Rutshuru, la città dove era diretto Luca Annastasio. Sulla stessa strada nel 2018 due turisti britannici erano stati rapiti (e poi liberati) e la responsabilità era caduta proprio sui miliziani Dflr.

Tacciono i ribelli dell’Allied Democratic Forces (Adf), vicini agli islamisti, che però operano più a nord, lungo il confine con l’odiato Uganda. Il Dflr rigetta le accuse chiamando in causa, con poca credibilità, addirittura il governo di Kigali, i nemici di sempre: «Nella zona dell’agguato sono presenti le truppe dell’esercito ruandese. E lì vicino si trova una postazione delle forze armate congolesi». Il Dflr chiede un’inchiesta indipendente. Pierre Boisselet, coordinatore del rispettato Kivu Security Tracker, conferma che i miliziani dell’Fdlr operano nell’area. «E’ possibile che siano stati loro, anche se le autorità non hanno fornito prove». Boisselet sottolinea che attacchi e rapimenti nei confronti di operatori umanitari sono in aumento nel Nord e nel Sud Kivu (12 l’anno scorso, con una vittima) anche se è inusuale che sia un diplomatico a essere preso di mira. Normalmente sono i civili le prede, quelle di cui nessuno chiede conto. Nel 2020 almeno duemila congolesi secondo il bilancio dell’Onu sono stati uccisi nella periferia orientale dell’impero. I «politici transumanti» di Kinshasa non ci hanno fatto caso. Questa volta sarà diverso?

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