Anglotedesco

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domenica 28 febbraio 2021

Inchiesta sull’agguato .Tra Congo e ambasciata le versioni non tornano

 



da LA REPUBBLICA de 28 febbraio 2021.di Giuliano Foschini e Fabio Tonacci 

L’ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere della scorta Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo sono morti per la brutalità dei miliziani che hanno tentato di sequestrarli. E per la superficialità di chi aveva il dovere di vigilare su di loro: il governo del Congo e, soprattutto, il Pam, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite che ha organizzato il viaggio a Goma e Bukavu. In «situazioni di sicurezza allucinanti», come hanno spiegato ai nostri investigatori gli italiani che da anni vivono in quell’area del Congo, una delle più pericolose dell’Africa Centrale. E come sostiene anche la moglie di Attanasio, Zakia Seddiki: «Mio marito è morto perché si è fidato dell’agenzia dell’Onu».

È questo il punto di partenza dell’indagine per sequestro con finalità terroristiche e omicidio aperta dalla procura di Roma che, con i carabinieri del Ros, in queste ore sta unendo i punti per ricostruire i fatti. I pm Sergio Colaiocco e Alberto Pioletti compiono la prima mossa: sono stati chiesti alle Nazioni Unite, al governo del Congo e all’ambasciata italiana tutti gli atti che documentano i protocolli di sicurezza adottati per il viaggio dell’ambasciatore e del carabiniere. Il loro ultimo viaggio.

L’inchiesta si muove su due piani paralleli. Il primo: cercare di capire chi sono gli autori del tentato sequestro e scoprire chi può avere tradito l’ambasciatore. Il secondo — come accadde in quella condotta sui dipendenti uccisi in Libia dell’azienda Bonatti — riguarda, invece, i protocolli di sicurezza. «Inesistenti» dicono i primi accertamenti: il convoglio viaggiava senza una scorta armata, persino senza giubbotti antiproiettili. Su una strada che il Pam aveva classificato come gialla, a medio rischio, ma che, invece, era da considerarsi rossa: una dozzina gli assalti negli ultimi mesi. Tant’è che dieci giorni prima un’altra missione istituzionale, cui hanno partecipato delegati del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ha viaggiato su quella stessa strada scortata da mezzi blindati. E la prova per stabilire con certezza chi si dovesse occupare della sicurezza la si rintraccia in un particolare minimo ma cruciale: quando è arrivato in aereo a Boma, Attanasio e gli altri sono transitati dal varco dedicato alla missione Monusco dell’Onu.

Le bugie

Perché Attanasio e Iacovacci sono stati lasciati soli? E da chi? Il governo del Congo sapeva ufficialmente di quella missione. Era stato comunicato loro una settimana prima, il 15 febbraio. Con la nota verbale numero 229, infatti, l’ambasciata d’Italia aveva chiesto al ministro degli Affari Esteri della Rdc «di poter autorizzare l’accesso alla sala diplomatica dell’aeroporto internazionale di Ndjili » per Attanasio, Iacovacci e il console Alfredo Bruno Russo. Nella nota sono riportati il motivo e data del transito: partenza per Goma il 19 febbraio alle 9 col volo Unhas (il servizio aereo umanitario dell’Onu, gestito dal World Food Programme), rientro mercoledì 24 alle 15.20. Il protocollo di Stato, che prevede anche l’adozione di misure per l’incolumità del diplomatico, si era dunque messo in moto. Ma, si scopre adesso, è stato attivo solo mezza giornata. A prendere per buono un resoconto della Direzione nazionale del protocollo di Stato congolese si apprende che lo stesso 15 febbraio, dopo l’invio della nota verbale, l’ambasciatore italiano si è recato dal responsabile del protocollo per informarlo che il viaggio a Goma era annullato. Di quella nota non c’è traccia. Non è mai arrivata. «È bizzarro — ragiona una fonte investigativa — che un ambasciatore vada di persona per annullare un viaggio. Ed è stranissimo che Attanasio possa aver fatto una cosa del genere: da quello che sappiamo, la missione non è mai stata in discussione».

Il giallo dell’aeroporto

C’è poi un’altra circostanza interessante che racconta il governo congolese. «Quando abbiamo saputo che Attanasio era stato ucciso — scrive Sanza Ngoy Katumwe, della Direzione nazionale del protocollo di Stato — abbiamo verificato con l’aeroporto di Ndijili se l’ambasciatore avesse usato la sala diplomatica. Ma i funzionari ci hanno detto che non l’hanno visto imbarcare». Un particolare che è ritenuto cruciale da chi sta lavorando all’indagine italiana: è la prova che Attanasio si era fidato e affidato completamente all’organizzazione dell’agenzia delle Nazioni Unite. Purtroppo.

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